Notizie

Università, controlliamo il vecchietto arrogante

La corruzione del mondo accademico italiano è un elemento strutturale che produce casi estremi ed una diffusa mediocrità della ricerca e della didattica. Oltre che cercare “soluzioni interne” e meccanismi di valutazione, occorre affermare il principio della responsabilità sociale dell’accademia, ovvero il controllo della collettività su argomenti e risultati della ricerca. Perché non si vedano più dottorandi messi a fare il limoncello, gerontocrati inamovivili che pensano di non dover rendere conto ad alcuno, corrotti che rispondono con arroganza ad accuse precise

     

Scritto da Antonello Mangano

Sul meccanismo perverso dei concorsi universitari non c’è molto da aggiungere rispetto a quanto raccolto nello speciale “La valutazione della ricerca” de “Lavoce.info”[1], curato da Roberto Perotti, un tipo troppo mite e preparato per non stare a disagio sia in quel pollaio senza vergogna che è diventata l’università italiana, sia nelle risse sempre uguali dei salotti tv.

Tutto questo viene ripetuto da anni, ad esempio tramite libri-denuncia dall’interno[2], i quali hanno prodotto per i rispettivi autori odio ed ostracismo: in un altro articolo su Lavoce.info, Perotti esordisce: “da qualche tempo siamo tormentati da docenti della Sapienza che pensano di avere trovato delle falle nel [libro ‘L’Università truccata’]”…[3]

E’ ormai facile evidenziare la corruzione, la chiusura del mondo accademico, la trasversalità politica del fenomeno, la “meridionalizzazione” dei comportamenti, un’omertà degna delle più famigerate associazioni criminali, l’idea della critica come “lesa maestà”, l’impermeabilità sempre maggiore rispetto alle “interferenze” esterne, le acrobazie dialettiche capaci di negare l’evidenza e persino la sostanziale impotenza dei vari movimenti studenteschi, che non hanno mai veramente inciso sulla questione.

Ma a questo bisogna aggiungere un dato antropologico che emerge in maniera chiarissima da interviste giornalistiche e televisive, che loro malgrado costringono gli accademici a confrontarsi col mondo esterno su temi per loro imbarazzanti. Non sono più “gli esperti” chiamati a certificare col loro status delle affermazioni spesso ampiamente discutibili, ma “imputati” che hanno smarrito la corazza accademica.

Quell’armatura costruita in anni di esami arbitrari, dove il voto può anche essere determinato dal cattivo umore, di concorsi-farsa dove una giravolta lessicale determinerà un’intera esistenza, di codazzi di aspiranti ricercatori con lingua protesa.

Il caso estremo, ma forse non isolato come potrebbe apparire, riguarda ancora – tanto per cambiare – l’Università di Messina, quando nel 2003 tre dottorandi denunciano la loro espulsione, motivata formalmente dal fatto di “non aver concluso debitamente il proprio iter formativo”, nella realtà causata dalla ribellione ad uno stato che i giornali definirono di semi-schiavitù, poiché  includeva incombenze di altro profilo scientifico quali ad esempio incartare torroncini e bottiglie di limoncello prodotti artigianalmente nei locali del “Centro universitario per lo studio dei trasporti”.

Una commissione incaricata dal rettore di verificare i fatti conclude la relazione finale con una ramanzina significativa: “la commissione non rileva dalle vicende ascoltate scorrettezze o irregolarità che richiedano interventi correttivi degli organi accademici. […] Chi si accosta alla ricerca con l’idea romantica di dedicarsi esclusivamente ad attività “superiori”, disdegnando ogni attività considerata “materiale”, mostra di non conoscere come la ricerca scientifica si è sempre svolta in tutto il mondo”[4].

Il professore sotto accusa, tra l’altro vice-presidente della società “Stretto di Messina” incaricata di costruire il Ponte, non sopporta l’onta degli arresti domiciliari, e soprattutto le accuse infamanti che distruggono in un attimo un sistema di valori basato sul prestigio, e si toglie la vita gettandosi da un balcone dal quarto piano. Nelle lettere lasciate il docente parla di un complotto ordito per invidia.

Di fronte alle telecamere inquisitrici, gli accademici alternano l’imbarazzo di chi non è abituato a giustificarsi, bensì a pretendere giustificazioni, all’arroganza di chi non si abbassa al livello dell’interlocutore.

“Voi scrivete stupidaggini”, dice l’impagabile professor Nicotina della famigerata Università di Messina al “Corriere della Sera”, che non è esattamente un foglio di provincia, e sta semplicemente chiedendo ovvie spiegazioni sul figlio del docente candidato unico in un concorso da operetta.

L’arroganza è il filo conduttore di questa come di altre interviste. “Si vada ad informare all’Università”, prosegue il docente. E conclude: “queste sono cose troppo tecniche”, ovvero un ulteriore leit motiv, per cui i profani non sarebbero capaci di comprendere questioni riservate a menti elette.

“Noi non siamo insegnanti di scuola elementare”, dice un altro strepitoso caratterista, un ordinario di Pianificazione territoriale dell’Unical di Cosenza, di fronte alle telecamere della Rai. La domanda riguardava una volgare truffa a base di finanziamenti per l’industria andati in fumo nel deserto calabrese, la risposta era una sciocca demarcazione di status, tra l’altro offensiva per una categoria che rispetto agli universitari può vantare un ruolo effettivo nella società.

Ed andiamo al punto cruciale. Talvolta, nei documenti dei movimenti studenteschi (spesso generici perché ovvio frutto di sintesi assembleare) spunta il concetto della “responsabilità sociale” e dell’integrazione col territorio dell’Università.

L’argomento delle ricerche è spesso il frutto cervellotico di scelte superficiali. I risultati non sono sottoposti a verifiche esterne, visto che i criteri di valutazione (come ad esempio il numero di citazioni su riviste accademiche) partono dal presupposto che il mondo “alieno” non ha diritto di giudicare l’accademia.

Ed ecco che vengono prodotte ricerche improbabili, oppure dai risultati imbarazzanti. Tra le tante perle, da segnalare un lavoro del Dipartimento di sociologia economica dell`Università di Messina secondo cui le famiglie in difficoltà “comprano i capi d`abbigliamento, le scarpe e gli oggetti per la casa nei negozi cinesi; girano i supermercati alla ricerca di offerte speciali” (cito dalla Repubblica del 5 maggio 2008), conclusioni alla portata di chiunque abbia occhi ed orecchie, eppure “costruite” con tanto di equipe di ricercatori, interviste e statistiche.

La responsabilità sociale è un principio che la Costituzione prevede persino per le imprese ed il mercato, ed è ovvio che possa essere applicato ad un apparato pubblico. Gli universitari, invece, si trincerano spesso dietro la “libertà di ricerca” per giustificare privilegi intollerabili.

Chi volesse provare l’ebbrezza della libertà (termine ormai abusato dalla destra e che spesso coincide con l’arbitrio) può tranquillamente optare senza tentennamenti per la libera professione. Chi gradisce i conforti del lavoro statale, deve accettarne i vincoli. Non esiste conducente di treno che decida il percorso del mezzo, né impiegato comunale che decida di quale pratica occuparsi, né tanto meno è ammissibile l’oscena assenza di controlli sull’orario di lavoro (il cartellino è un’offesa?) o sulla produttività.

Come realizzare concretamente la responsabilità sociale e l’integrazione territoriale? Si può arrivare realmente ad una valutazione partecipativa dei progetti di ricerca così come dell’offerta formativa? Le ipotesi non mancano[5], e fatalmente propendono verso quei soggetti socio-economici preponderanti sul territorio. Spetterà al settore pubblico mantenere un equilibrio tra i vari soggetti, dando priorità alle domande che provengono dagli enti locali e dalla società civile, e condizionando le domande delle imprese a precisi obblighi, primo fra i quali quello di spendere sul territorio i benefici ricevuti dalla ricerca.

Se invece il mondo universitario vuole chiudersi in una spocchia ottusa, se il mondo baronale (come affermato da Perotti in una intervista radiofonica) non conosce parole di scuse o momenti di autocritica, se esiste una subcultura fatta di omertà e corruzione ed assolutamente amorale potrebbe anche essere una questione che riguarda solo coloro che vivono dentro o ai margini di quel mondo.

Da contribuente, però, chiunque è “autorizzato” a dire la propria sulla destinazione del proprio denaro, specie quando la riduzione della spesa pubblica rende gli sprechi intollerabili e le scelte di riduzione sempre dolorose.

Signor barone, quando un giornalista inopportuno le porrà una domanda irriverente, pensi – con molta umiltà – al soggetto collettivo che finora le ha pagato lo stipendio. Fino ad ora, appunto.


[1] Lavoce.info è un ottimo esempio di rivista elettronica animata – per buona parte – da personalità accademiche piuttosto “aperte”. Gran parte degli universitari, infatti, ritiene ancora disdicevole scrivere su Internet ed addirittura citare articoli pubblicati sul web, preferendo piuttosto riviste semi-clandestine ed edizioni a bassa tiratura.

[2] Tra i più recenti, appunto Perotti con “L’Università truccata”; Rita Cortellese, “Il «romanzo» dell`università. Testimonianza sul mondo universitario”; Bernardo Croci, “Dall`università di massa ad una massa di crediti”; Carlo Bernardini, “Il cervello del paese. Che cosa è o dovrebbe essere l`Università”.

[3] Tito Boeri – Roberto Perotti, Omonimie in cattedra, Lavoce.info, 10 ottobre 2008, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000671.html

[4] In una greve e risentita lettera alla redazione palermitana de “La Repubblica” l’allora rettore Silvestri, eletto col compito di rinnovare un ateneo sconvolto dagli scandali, rimproverava il giornale di aver riprodotto solo alcuni brani della relazione, ma non smentiva i fatti, tra cui la richiesta di espulsione per i tre “ribelli”.

[5] Nel 2007 la Fondazione CUOA pubblicava un interessante studio riferito alla didattica dal titolo “Università e territorio: un`integrazione possibile. Proposte per una valutazione partecipativa dell`offerta formativa” (Franco Angeli) fortemente sbilanciata a favore del mondo delle imprese ma interessante dal punto di vista del metodo proposto.

* La fotografia riproduce un graffito dell`Università portoghese di Coimbra

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.