In pochi giorni due intimidazioni ad imprenditori di Agrigento e Messina. Lo Bello: “sono atti gravi ma oggi dalla società civile arrivano risposte solide”. “Vogliamo solo lavorare senza parassiti”, dice chi si ribella al pizzo

     

Scritto da Norma Ferrara

Così resistono gli industriali in Sicilia contro il racket. Così li continuano ad attaccare gli uomini di Cosa nostra. Due episodi in pochi giorni e pronte repliche dei diretti interessati per un clima che si fa rovente quando i clan chiudono i conti a fine mese e la “messa in regola” non è più scontata come un tempo. Storie simili attraversano due delle province più distanti della regione. Ad Agrigento, alcuni giorni fa un imprenditore, ha ricevuto per posta una simil bomba intrecciata da fili elettrici. Giuseppe Catanzaro, così si chiama l’imprenditore non proprio uno qualunque in Sicilia è il presidente degli industriali agrigentini, nonché vice di Ivanhoe Lo Bello, nell’associazione di categoria. Catanzaro è uno che ha preso una posizione chiara e la porta avanti da qualche tempo: non paga il pizzo e lo dice a viso aperto. Coinvolge colleghi e ne fa una battaglia quotidiana.

Un’intimidazione dunque che va al di la dell’impegno imprenditoriale di Catanzaro (imprenditore che ha gestito l’ impianto per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti regionali) e colpisce  il lavoro di Confindustria in Sicilia, la stessa che ha portato avanti la prima battaglia degli industriali contro il pizzo decretando l’espulsione di chi si sarebbe piegato al pagamento della “messa a posto” al boss di turno. 

“Sono gravi episodi – dichiara il presidente Ivanhoe Lo Bello – segnale che Cosa nostra tenta di reagire all’attività portata avanti da più parti della società civile, oggi come mai in precedenza, protagoniste di un percorso strategico che è ancora all’inizio ma che ha basi solide”. Il messaggio infatti ad Agrigento (come confermano in molti fra gli addetti ai lavori) è svincolato dai fatti contingenti perché qui la mafia si gioca un’altra battaglia oltre quella del pizzo: «Si gioca la faccia». Questo è lo zoccolo duro del potere mafioso e paramafioso di Cosa nostra e la scelta di Catanzaro porta con se un valore simbolico e insidioso per le “famiglie”: denunciare platealmente i propri estorsori in una provincia come Agrigento significa  attirare l’attenzione delle forze dell’ordine su un territorio nel quale invece Cosa nostra sta riorganizzando le fila, gli affari, e anche la “politica” dei nuovi vertici.

«Vogliamo solo lavorare con il giusto profitto, senza parassiti, compresi mafia e racket» – ripete in questi giorni Giuseppe Catanzaro –  mentre la stampa nazionale ricorda che grazie al suo impegno altri piccoli e grandi imprenditori dell’agrigentino, da Porto Empedocle e Favara, Sciacca e Aragona, hanno deciso di collaborare con la giustizia denunciando i propri estorsori.  E poi l’altra storia. Simile è la tensione, alta è la preoccupazione, diverse sono le contingenze dentro le quali si  muovo le cosche per chiedere il denaro ad imprenditori. Qui, nella provincia  “babba”, si sprecano i nomi delle operazioni delle forze dell’ordine contro il racket, dall’ultima Zaera  (che ha portato alla luce il racket persino dentro il mercato comunale) alle precedenti, dall’operazione Vivaio, Dracula, Grifone, Micio. Ma i numeri rimangono alti e anche il silenzio, il prezzo del pizzo e le intimidazioni.

L’ultima solo qualche giorno fa, 4 colpi di pistola hanno raggiunto l’auto sulla quale viaggiava l’imprenditore Mariano Nicotra, 41 anni, costruttore edile di Messina. Già esponente dell’Associazione Antiracket di Messina, Nicotra ha una colpa ulteriore di questi tempi, quella di occuparsi, per conto del Comune, di una ricostruzione edile nel rione di Santa Lucia sopra Contesse, zona ad altissima densità mafiosa.

La pax mafiosa che vige sul territorio è di fatto solo un ricordo. Il silenzio invece è attuale intorno ai fatti del messinese,  realtà nella quale si svolgono affari che altrove non sono più così “tranquilli”. Qui ancora si può, sparare ad un imprenditore e ipotizzare che quei quattro colpi siano un segnale per tutti gli altri imprenditori che riceveranno il messaggio. Qui ancora si possono denunciare infiltrazioni mafiose nella zona del Longano, dove opera la mafia più potente e coperta della provincia messinese, ritrovarsi con capi di imputazione a proprio carico e non sopportarne l’umiliazione, come accaduto al suicida prof. Adolfo Parmaliana.

Qui ancora si può dire che la mafia non esiste, come ribadiscono tutti coloro che si sono scontrati con questo muro di gomma che divide la provincia dal resto della regione, poiché interi faldoni investigativi che parlano di mafie e politica e degli intrecci perversi con massoneria e alta finanza, rimangono chiusi in alcuni cassetti da anni.

Lo Bello

Lo Bello

Nonostante ciò gli imprenditori resistono e cercano strade nuove i tanti ragazzi che come quelli di “Addiopizzo” che nella Sicilia orientale ripropongono il modello palermitano del consumo critico, continuano il loro lavoro che è fatto  anche di incontri pubblici, di parole e di fermezza. Che è fatto anche di incontri come quello che si terrà domani presso l’Università di Catania (della Catania dei dissesti finanziari e dei block out democratici e dell’illuminazione cittadina) per parlare insieme ad un imprenditore, Saro Barchitta e un sostituto procuratore della Repubblica  Rocco Liguori, di “racket e legalità”. La mafia dunque rilancia su territori simbolo della mafia, dei vertici e dei colletti bianchi, il proprio messaggio.

La società civile, questa volta, però presenta loro il conto di una risposta «organizzata» che –  come conferma il presidente della Confindustria Sicilia –  ha per la prima volta “radici solide nate dentro un percorso strategico e non (solo) emotivo”.

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