La già dimenticata guerra estiva in Georgia ha segnato la prima controffensiva russa (dal crollo del muro di Berlino) rispetto alla strategia USA (iniziata col conflitto in Kosovo) di creazione di un `cordone sanitario` di stati filo-americani: dall`Ucraina alla Polonia, dalle nazioni baltiche alla Bulgaria, fino alla stessa Georgia ed ai paesi anti-serbi dei Balcani. Una manovra per sostituire la `war on terror` nelle priorità del Pentagono e tornare ai tempi d`oro dell`equilibrio del terrore, ideali per la prosperità del complesso militare-industriale.

     

Scritto da Lucio Caracciolo


Se Saakashivili non esistesse, Putin dovrebbe inventarlo. Pare che nelle prime ore di guerra il padrone della Russia non credesse alle sue orecchie.

Lo sconsiderato arcinemico georgiano era finito con entrambi i piedi nella trappola sud-ossetina, sfidando Mosca sul terreno militare. In pochi giorni, Putin ha non solo ripreso il controllo dell`enclave contesa, ma minaccia di ridurre l`intera Georgia ad entità virtuale. Soprattutto, ha inflitto una sonora lezione agli Stati Uniti. Per la prima volta dal crollo dell`Unione sovietica, l`impero russo è all`offensiva. La guerra di Georgia non ha solo un formidabile impatto regionale, ma contribuisce a riscrivere gli equilibri globali così come sembravano essersi consolidati alla fine dello scorso secolo. Vediamo.

Durante la guerra fredda, l`obiettivo strategico degli Stati Uniti era di impedire che l`Europa occidentale cadesse sotto l`influenza russo-sovietica. Quasi vent`anni dopo aver sconfitto l`Urss, gli americani scoprono che russi ed europei occidentali – tedeschi, francesi e italiani in testa – non sono mai stati tanto vicini. Non solo gas e petrolio. Berlino, Parigi e Roma considerano Mosca parte integrante dell`equilibrio continentale. Dunque rifiutano di costruire una coalizione antirussa in Europa, come vorrebbero i “falchi” di Washington, guidati da Cheney e McCain. E come sognano le piccole e medie nazioni dell`Europa centro-orientale, filoamericane e russofobe (oltreché euroscettiche, salvo quando si tratta di incassare i soldi di Bruxelles). Una frattura che attraversa l`alleanza atlantica e l`Unione europea. Divide l`Occidente. Anzi, ne avvicina una parte essenziale alla Russia.

Una tendenza percepibile da tempo, ma che la guerra di Georgia ha reso esplicita. Sarkozy è stato prontissimo a volare a Mosca e a Tbilisi, appena ha capito che la partita sul terreno era decisa, almeno in questa fase. Contrariamente alle apparenze, il leader francese non è stato un mediatore, ma il notaio della vittoria russa e della sconfitta georgiana. Soprattutto, dell`impotenza americana. Il “piano di pace” francese ha semplicemente certificato il risultato sul terreno. Tbilisi può scordarsi Ossezia del sud e Abkhazia. Mosca si vede riconosciuto di fatto il diritto a una sfera di influenza pancaucasica. Putin provvederà poi, imbaldanzito dal successo, a interpretare in modo più estensivo il suo successo. Come si osserva a Parigi, Berlino e Roma, dopo la batosta la Georgia è molto più lontana dalla Nato. E con essa l`Ucraina, l`altra grande perdente dello scontro per l`Ossezia meridionale.

La Francia ha agito a nome dell`Unione europea, in quanto presidente di turno. Ma non per conto di tutti. A parte i classici distinguo britannici, nella tragedia georgiana polacchi e baltici si sono smarcati dagli euroccidentali. Mentre Sarkozy avallava il trionfo russo, i presidenti di Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, accompagnati dal collega ucraino, volavano a Tbilisi per solidarizzare con lo sconfitto. Denunciando l`”imperialismo” e il “revisionismo” di Mosca così certificando l`esistenza di almeno due Europee nell`Unione europea e nella Nato. Quella più aperta alle ragioni e agli interessi di Mosca, della quale l`Italia di Berlusconi rappresenta paradossalmente l`ala più estrema – il nostro leader passa per “amerikano” ma quando si tratta di scegliere fra Bush e Putin inclina per il secondo. E quella antirussa, guidata dal “gemello” polacco Lech Kaczynski e dall`estone-americano Toomas Hendrik Ilves, per cui non ci sarà pace in Europa finché esisterà la Russia. Si può immaginare che cosa sarebbe successo se la cabala della rotazione avesse assegnato ad uno di loro la presidenza dell`Ue.

Era questa l`Europa, era questo l`Occidente per cui gli Stati Uniti si sono battuti nella guerra fredda? Certamente no. L`America non aveva spinto l`Urss al suicidio per ritrovarsi di fronte un impero russo assetato di rivincita, deciso a riconquistare almeno parzialmente i territori persi nella “catastrofe geopolitica” (Putin) del 1989-`91 e capace di strutturare un solido rapporto con l`Europa occidentale. Valeva la pena per gli Usa scambiare satelliti come Bonn (oggi Berlino) e Roma – per tacere del contrastato ma fruttuoso rapporto con Parigi – con Tallinn, Riga e Vilnius, dove l`ambasciatore americano è l`autorità suprema, almeno quanto da noi negli anni Cinquanta? O anche con Varsavia, Kiev e Tbilisi?

La “Nuova Europa” evocata da Rumsfeld ai tempi della campagna irachena sta procurando a Washington più problemi di quanti ne risolva. Il caso georgiano è esemplare Saakashivili si considera più americano di molti americani. Bush lo ha sostenuto e armato per servirsene come spina nel fianco del colosso russo, in un`area strategica per i corridoi energetici. A cominciare dall`oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan e dall`assai futuribile gasdotto Nabucco, entrambi di dubbio senso economico ma concepiti come leve geopolitiche per aprire vie alternative a quelle russe nelle esportazioni di greggio e di gas centroasiatico verso l`Europa. Ma i georgiani hanno sovrainterpretato l`appoggio americano. Hanno voluto vedervi – o è stata loro fatta vedere – luce verde per la riconquista del loro micro-impero caucasico, da estendere a popoli refrattari a Tbilisi come, i sud-ossetini.

Nel gioco delle ingenuità e manipolazioni reciproche, alla fine, come nel caso del Kosovo, è stata la coda a muovere il cane. Se però gli albanesi dell`Uck usarono magistralmente la Nato contro la Serbia, i georgiani – o almeno il loro avventuroso condottiero – si sono illusi di godere della protezione americana contro Putin. Nessuno a Washington è pronto a scatenare la guerra alla Russia in nome dei diritti della Georgia.
Nel crepuscolo di Bush, la balbettante risposta americana alla guerra russo-georgiana riflette il vuoto strategico di questa amministrazione. Oscillante fra l`ammiccamento a Putin e il tentativo di sancire il riallargamento della Nato la definitiva liquidazione di qualsiasi sfera di influenza russa in Europa. Un zigzag pericoloso, che ha prima terrorizzato la Russia con l`avanzata della Nato verso le sue frontiere, con la Rivoluzione delle rose in Georgia e soprattutto con quella arancione in Ucraina.

Salvo poi scatenarne la prevedibile reazione. Ora anche militare. Minacciare l`esclusione della Russia dal G8 e inviare aiuti umanitari ai georgiani su navi militari a stelle e strisce può forse giocare in chiave di campagna elettorale repubblicana contro il “morbido” Obama. Certo non spaventa Putin. Convinto di poter contare anche sui partner della “Vecchia Europa”.
Al prossimo presidente di compiere la scelta che Bush, dopo Clinton, non ha saputo osare. L`alternativa è fra accettare la Russia come fattore imprescindibile dell`equazione di potenza in Eurasia, oppure aderire alla convinzione polacco-baltica, ma anche ucraina e georgiana, per cui la vittoria nella guerra fredda non significa solo abbattere la cortina di ferro, ma spostarla quanto più a ridosso di Mosca possibile. Isolando e distruggendo una volta per tutte l`impero russo, vocato all`espansione a mano armata.

Entrambe le scelte hanno dei costi. La seconda difficilmente potrebbe evitare una guerra, o una serie di guerre nel cuore del nostro continente. Perché la Russia non si suiciderà come l`Urss. Questo Putin voleva far sapere al mondo con la campagna georgiana. Di questo abbiamo preso atto nella “Vecchia Europa”. Ma in America?

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.