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Il `68 è finito andate in pace

Gli studenti che manifestano nelle scuole e nelle università non devono preoccuparsi troppo dei richiami al Sessantotto. Semmai, del Sessantottismo e – ancor più – dell`Antisessantottismo. Conviene loro marciare da soli. Liberarsi di padri, maestri e professori. Ma anche di coloro che li esortano a liberarsi di padri, maestri e professori. E cerchino di guardare avanti. Da soli.

     

Scritto da Ilvo Diamanti

E` raro che un anniversario acquisti tanta forza quanto, quest`anno, il Sessantotto. Evocato, di continuo, grazie alle – e a causa delle – manifestazioni degli studenti universitari contro le politiche del governo.

In particolare, contro la ministra Mariastella Gelmini, il cui decreto, in effetti, c`entra poco con l`università. Tuttavia, la scuola e soprattutto l`università stanno al crocevia delle esperienze e delle attese dei giovani. Riflettono e acuiscono un disagio che ha ragioni lontane. E` comprensibile, anche per questo, la tentazione di cercare i segni di una storia che si ripete. Quarant`anni dopo. Anche se, a nostro avviso, si tratta di periodi difficili da comparare. Anzitutto, per il contesto sociale e globale che li caratterizza.

Quarant`anni fa la contestazione studentesca giungeva in Italia per contagio internazionale. Dopo avere infiammato molte importanti piazze e università. Citiamo, per tutte, le rivolte nei campus universitari USA e il maggio parigino. Il Sessantotto, in altri termini, fu un passaggio d`epoca internazionale, trainato da movimenti che attraversavano società, economia, religione, cultura e politica. Nelle scuole e tra i giovani, però, quella fase assunse un senso specifico. Marcò, infatti, la frattura generazionale tra figli e genitori.

Dove i genitori – insieme ai professori, ai politici, agli imprenditori (allora definiti, non a caso, “padroni”), alle gerarchie della Chiesa – evocavano l`autorità. E venivano, come tali, contestati. Perché il 1968 è, anzitutto, una rivoluzione antiautoritaria, che ridisegna i ruoli e i rapporti sociali: in famiglia, a scuola, nel lavoro, nella politica. E innova profondamente i riferimenti etici e di valore, gli stili di vita, i costumi sessuali.


Gli avvenimenti di questa fase hanno un carattere molto diverso. Si verificano in un contesto globale di implosione finanziaria ed economica. In Occidente e in Europa non si scorgono grandi movimenti di protesta. Prevale, invece, un`insicurezza diffusa, da cui si irradiano spinte populiste e domande d`ordine. Quanto alla mobilitazione degli studenti in Italia, avviene in uno scenario molto diverso. I professori: 40 anni fa stavano dall`altra parte della barricata. Oggi, sono vicini a loro. Ma sarebbe sbagliato parlare di “complicità”, come denuncia la destra.

Le rivendicazioni di questa fase hanno un`impronta prevalentemente “difensiva”. Ciascuno rema per proprio conto. I docenti: protestano contro la marginalizzazione della propria categoria e della scuola. Gli studenti e i giovani, invece, manifestano contro il furto del futuro. Dovrebbero prendersela “anche” con i professori (e con i genitori). Ma il governo e questa maggioranza offrono un buon bersaglio polemico. E per loro è prioritario manifestare la propria esistenza, anche se “contro”; per sfidare la propria condizione di generazione perdente e invisibile.

Il richiamo al Sessantotto, quindi, pare poco fondato. Se risuona di frequente è per iniziativa degli attori politici, in base a ragioni legate al presente.
Guarda al Sessantotto l`opposizione di sinistra riformista e radicale. Per nostalgia. Ma soprattutto nella speranza che le proteste studentesche si trasformino, come allora, in movimento. Che il movimento eroda il consenso del governo. Che incrini l`immagine del Cavaliere invincibile. Che restituisca alla sinistra, spaesata, la base sociale perduta.

Questo Sessantottismo minimalista si scontra con un Antisessantottismo ben più ambizioso e consapevole, espresso dalla destra al governo. Ben più determinata della sinistra a fare i conti con l`eredità di quella stagione. Lo ha chiarito bene la ministra Gelmini, subito dopo l`approvazione del decreto: “Si torna alla scuola della serietà, del merito e dell`educazione”. Dando, quindi, per scontato che oggi nella scuola non vi siano serietà, merito ed educazione, la ministra riporta il calendario indietro di quarant`anni. E riafferma i valori della tradizione. Scanditi dai provvedimenti – altamente simbolici – assunti nei mesi scorsi.

Il voto in condotta: la disciplina. Gli esami di riparazione, il ritorno dei voti: la selezione e il merito. I grembiulini, il maestro unico: l`autorità.
La volontà di fare i conti con il Sessantotto è espressa, senza perifrasi, anche dal ministro Maurizio Sacconi (intervistato da Vittorio Zincone, sul Magazine del Corriere della Sera): “Il sessantottismo è il male oscuro, il cancro di questo Paese”. Una metastasi prodotta “dall`Università corporativa figlia della sinistra degli anni Settanta”.

Parallelamente, l`Antisessantottismo investe altri puntelli dell`identità di sinistra. Il sindacato unitario e in particolare la Cgil. Valori come la solidarietà e l`egualitarismo. Per contro, aderisce al discorso etico elaborato e predicato dalla Chiesa di Benedetto XVI, teso a marcare i confini della verità definiti dalla fede cattolica. A papa Ratzinger, non a caso, si ispirano molti esponenti politici e culturali della destra (anche se non solo). Cattolici e laici. Atei devoti e credenti disciplinati.

Ma il nucleo dell`Antisessantottismo coincide con il ritorno dell`autorità, delle istituzioni e delle figure che lo interpretano. Da ciò la polemica contro i professori, i maestri e, in fondo, i genitori (sessantottini). Incapaci di comportarsi davvero da padri, maestri e genitori. Simboli dell`antiautoritarismo da sconfiggere.
Non si tratta, peraltro, di un discorso nuovo. In Inghilterra, Tony Blair, alcuni anni fa, si espresse apertamente contro l`eredità sociale e culturale del Sessantotto.

In Francia, un anno e mezzo fa, Sarkozy, appena eletto, impostò il suo piano di riforme proprio sulla scuola. Il ritorno all`autorità perduta venne, simbolicamente, sottolineato dall`obbligo imposto agli studenti di alzarsi all`ingresso degli insegnanti.
Tuttavia, in Italia, questa polemica oggi appare strumentale. Non c`è partita fra le due diverse letture, perché il Sessantottismo è appassito, insieme ai suoi miti e ai suoi eroi. Si pensi al sindacato, diviso, il cui consenso è sceso a livelli minimi fra gli operai. E resiste solo fra i pensionati. Si pensi al solidarismo e all`egualitarismo: parole indicibili. Si pensi al disincanto dei genitori e dei professori. Loro, i primi a sentirsi sconfitti.

Mentre il ritorno dell`autorità – di ogni autorità – è ostacolato non da ideologie e da teologie della liberazione, ma, anzitutto, dalla scomposizione corporativa della società, frammentata in mille interessi organizzati, chiusi, gelosi e irriducibili. Si pensi alla rivoluzione dei costumi e della morale sessuale, oggi presidiati dal consumismo e dal “velinismo di massa” diffuso dai media. In particolare dalle tivù del Cavaliere.

Gli studenti che manifestano nelle scuole e nelle università, dunque, non debbono preoccuparsi troppo del Sessantotto. Semmai, del Sessantottismo e – ancor più – dell`Antisessantottismo. Conviene loro, per questo, marciare da soli. Liberarsi di padri, maestri e professori. Ma anche di coloro che li esortano a liberarsi di padri, maestri e professori. E cerchino di guardare avanti. Il loro futuro – incerto – non è quarant`anni fa.

(2 novembre 2008)

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.