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Lampedusa, terminale di un mondo in fiamme

Da un lato le semplificazioni del telegiornale, dall’altro un pianeta globalizzato dove le conseguenze di ogni gesto si ripercuotono nello spazio e persino nel tempo. Ed ecco come l’operazione Enduring Freedom a Kabul può produrre effetti su Lampedusa, o la lotta degli anni ’30 tra un governatore fascista ed un eroico partigiano possa avere oggi pesantissime conseguenze su partenze e sbarchi nel Mediterraneo. Ma il contesto viene ignorato dai servizi estivi: arrivano i disperati, l’isola è al collasso, è di nuovo invasione…

     

Scritto da Antonello Mangano

Tre città

Bissau è una stranissima capitale di un’ex colonia portoghese. Scrive un reporter che qui si può teoricamente vivere senza lavorare, vista la generosità dell’Oceano che porta a riva pesci in abbondanza, ed al clima tropicale che fa crescere frutti ai bordi delle strade. Ma non si può vivere lavorando, perché persino poliziotti ed alti funzionari stanno ad attendere lo stipendio per tempi indefiniti. I salari, in pratica, non esistono[1]. Si può trascorrere una vita di pura sussistenza, nell’umidità immobile dei tropici africani punteggiati da guerre endemiche e colpi di Stato cadenzati, oppure unirsi ai circa 300.000 africani subsahariani che ogni anno si auto-proclamano “avventurieri” e che decidono di arrivare in ogni modo alle coste della Libia, ultima stazione verso l’Europa.

Mogadiscio è ormai, come altre capitali africane, un territorio senza speranza, dove la guerra fa parte del paesaggio. Tra corti islamiche e signori della guerra, è facile attribuire il conflitto al carattere anomico dei locali dimenticando, andando a ritroso nel tempo, la disastrosa guerra degli Usa alle corte islamiche ed ai signori della guerra come Aidid, costate varie migliaia di morti ed un solco incolmabile di diffidenza, la fallimentare missione italiana culminata con le torture della Brigata Folgore, le manovre a base di faccendieri e servizi segreti che trasformarono il corno d’Africa in una grande discarica di rifiuti tossici e radioattivi, divenute pubbliche dopo l’omicidio di Milan Hrovatin e Ilaria Alpi.

Kabul è un’altra terra di nessuno, una città senza speranza, che ricorda ancora il beffardo nome (“Libertà duratura”) dell’operazione che segnò l’invasione del paese all’indomani dell’attentato alle torri gemelle di New York. Da allora la guerra tribale e l’insicurezza diffusa sono l’unica certezza, così come la fiorente economia dell’oppio che fa dell’Afghanistan il primo produttore mondiale ma che mantiene il paese nella povertà più assoluta.

Che i problemi dell’Africa occidentale e di quella orientale, che le tragedie del Medio Oriente vengano a disturbarci mentre facciamo il bagno sulle nostre spiagge è purtroppo una delle conseguenze più fastidiose di un pianeta rigidamente diviso tra una enclave di benessere e sicurezza ed una gigantesca periferia in fiamme, per colpe non solo sue.

Che tutti i telegiornali sono sappiano fare altro che ripetere la solita cantilena per tre mesi, le stesse parole ossessive, gli stessi aggettivi di distratta commiserazione è una prova di quanto sia inutile, e forse dannosa, l’informazione televisiva italiana.

 

Quindici minuti

Questa estate, tra gli stranieri giunti a Lampedusa c’erano anche afgani e somali. Sono cittadini provenienti da paesi in guerra, come abbiamo visto, ed “il nostro inviato” avrebbe fatto bene a dirci qualcosa in più, oltre al fatto che sono “disperati” e che “sono sbarcati all’alba”.

Per esempio che hanno diritto all’asilo. Che non sono immigrati clandestini ma richiedenti protezione umanitaria. Che non esiste legge al mondo che possa prevedere di rinchiuderli, perché non hanno commesso alcun reato, ma anzi sono vittime. Che, al termine delle procedure di identificazione e della richiesta di asilo, non possono essere trattenuti. E se escono, nessun giornalista può sognarsi di chiamarli evasi, né la polizia può permettersi di inseguirli, come di recente accaduto a Siracusa ad un gruppo di eritrei, con tanto di spari in aria e maniere forti[2].

Una recente ricerca[3] ha evidenziato che gran parte dei richiedenti asilo ha a disposizione circa 15 minuti (7 considerando il tempo per l’interprete, ammesso che sia presente) per raccontare alla commissione le motivazioni per cui ha lasciato il suo paese. Un po’ come quegli esami dove è importante fare buona impressione e dimostrare di essere sinceri. E così, le stragi dei bambini soldati che uccidono senza capire, strafatti di droghe a basso costo; le prigioni sotterranee destinate a chi viola la legge che impedisce di criticare la famiglia reale; i genocidi a base di etnie inventate e lotte tribali e tutte le altre storie di quel buco nero dei diritti umani che è l’Africa devono essere riassunti, sintetizzati, resi intelligibili ad annoiati funzionari di prefettura, che in pochi istanti possono trasformarti in un “diniegato”, ovvero un fantasma senza diritti, permesso di soggiorno ed identità. Un fantasma che fatalmente si troverà a scivolare verso un’esistenza marginale, magari verso lo schiavismo della raccolta di arance o pomodori nelle campagne meridionali.

 

Leone del deserto

Il colonnello Muhammar Gheddafi, padre della Jamahiriya (che significa “stato delle masse” ed è il nome ufficiale della Libia) persegue due scopi con testardaggine araba: vedere il figlio titolare nella serie A italiana (finora solo esperienze fallimentari con Perugia e Udinese) e sanare la storica ferita dei danni coloniali italiani.

Nel 1979 finanziò “Il Leone del Deserto”, una mega-produzione da 35 milioni di dollari, forte della presenza di star del cinema come Anthony Quinn, il protagonista, Oliver Reed (il generale Graziani), Rod Steiger (Mussolini), Irene Papas, Gastone Moschin e Raf Vallone, con la ricostruzione di interi villaggi e un esercito di 8.500 comparse, all’epoca una delle produzioni più costose nella storia del cinema. Il film è ancora circondato da leggende e da un alone maledetto: il regista morirà nel 2005 a Damasco per un attentato attribuito ad Al Qaeda, ufficialmente il film è “sgradito” in Italia, mai distribuito anche se ufficialmente non proibito, è stato osteggiato dalla polizia nel corso di proiezioni pubbliche e dal Movimento Sociale a Montecitorio.

Ma è anche la storia vera degli orrori commessi da generale Rodolfo Graziani nel tentativo di distruggere la resistenza di Omar Muktar, appunto “il leone del deserto”, la cui guerriglia sarà sconfitta al prezzo di cinquemila deportati nelle piccole isole italiane come Ustica e Favignana, campi di sterminio per migliaia di persone, mine sepolte nel deserto ed ancora presenti, una barriera di 270 chilometri di filo spinato, iprite e fosgene usati per la prima volta nei bombardamenti aerei[4].

Cosa c’entra questa storia con Lampedusa? Il 3 settembre 2008 il presidente del Consiglio Berlusconi – dopo l’ennesimo incontro – chiudeva un articolato accordo che può essere rozzamente riassunto così: voi impedite gli sbarchi, noi vi ripaghiamo i danni coloniali, valutandoli in 200 milioni di dollari l’anno per i prossimi 25 anni sotto forma di infrastrutture, compresa la Rasegedir-Umsaad, un’autostrada che attraverserà la Libia dalla Tunisia all’Egitto.

E così per l’ennesima volta gli immigrati sono merce di scambio nella complessa partita a scacchi tra governi europei ed autocrazie nordafricane. “Chi lascia l’Africa non si guarda indietro”, dice un immigrato al momento di lasciare Agadez, città tuareg del Niger diventata una stazione fondamentale nelle rotte dei migranti[5]. Cercheranno nuove vie (la migliore adesso è quella dalla Turchia alla Grecia), impiegheranno più tempo, forse moriranno con maggiore frequenza. Ma non si fermeranno.

 


 

[1] Alessandro Rossi, Narcotica, ISBN Edizioni, Milano 2007

[2] Fulvio Vassallo, Siracusa, spari ed arresti arbitrari, terrelibere.org, 02 settembre 2008, www.terrelibere.org/terrediconfine/?x=completa&riga=03646

[3] Centri di servizio per il volontariato del Lazio, Ricerca sulle condizioni dei “diniegati”, luglio 2008.

[4] Cfr. la scheda “Il leone del deserto”,terrelibere.org, www.terrelibere.org/index.php?x=completa&riga=6&tipo=video

[5] Citato in Stefano Liberti, A Sud di Lampedusa, Minimum Fax, Roma 2008.

 

 

 

 

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.