Per molti la questione Ponte è chiusa, per altri è solo un bluff a cui non credono più neanche i promotori stessi. Ma il Ponte non è isolabile nel contesto dello Stretto, né riducibile a mera questione “paesaggistica”. La crisi generale del sistema economico viene affrontata dal connubio tra grandi opere e grandi contractors, investimenti pubblici e profitti privati, che presuppongono devastazione territoriale e riduzione della spesa di welfare. Un problema di carattere generale e squisitamente politico…

     

Scritto da Rete No Ponte

C’è un versante del movimento “No Ponte” che sostiene la tesi che gli attuali annunci di ripresa delle procedure per la costruzione del Ponte sullo Stretto siano pura propaganda. L’effetto annuncio nasconderebbe le difficoltà nella progettazione e nel finanziamento dell’opera e/o l’intenzione di tagliare ancora di più i trasferimenti alle regioni meridionali. Da questo punto di vista risulterebbero addirittura controproducenti eventuali mobilitazioni contro l’opera perché offrirebbero alla controparte occasioni per accampare scuse o procurarsi capri espiatori. Il fatto che, allo stato dell’arte, non abbiano una lira (gli unici soldi che avevano, quelli di Fintecna, li hanno dirottati) convaliderebbe queste tesi.

 

          
  Chi sostiene questi argomenti, però, non tiene in sufficiente conto  che il Ponte sullo Stretto non è un’opera isolata. Nel meccanismo generale di crisi di crescita che il sistema economico sta vivendo c’è un settore, che è appunto quello riguardante le grandi opere (strade, ponti, ma anche basi militari, dighe, progetti di ricostruzione in zone di guerra), che appare in buona crescita e che ha appunto la caratteristica di prevedere una partnership tra pubblico e privato. In buona sostanza mentre viene tagliato il welfare si foraggiano i grossi contractor globali con risorse pubbliche.

 

      

 

     Caratteristica di questi contractor è appunto la capacità di intervenire in diverse aree del pianeta, in diversi settori e di legarsi in cordate variamente modulate (per parlare solo di quelli interessati al ponte: Impregilo fa, per esempio, contemporaneamente inceneritori e dighe, mentre CMC è interessato anche all’allargamento della base militare Dal Molin e lavora presso quella di Sigonella).

 

      

 

          
   Non si tratta, quindi, di intervenire con
la costruzione di infrastrutture laddove necessitino per lo sviluppo dell’area, ma di creare degli stress che giustifichino investimenti pubblici. Per fare un esempio, quando gli Advisor produssero gli scenari per i quali il ponte sarebbe risultato profittevole o meno in base al Pil previsto, le simulazioni più pessimistiche, e che quindi avrebbero sconsigliato la costruzione del ponte, risulterebbero oggi sproporzionatamente ottimistiche. Eppur di ponte si continua ugualmente a parlare. Questo perché, in realtà, l’obbiettivo non è la costruzione del ponte ma il flusso di denaro. E qui casca anche, in parte, il discorso delle alternative.

 

      

 

          La polemica tra alternative è possibile quando ci si scontra con una razionalità e quando si danno sponde istituzionali che possano avere interesse a recepire istanze che vengono dalla società. Cose, entrambe, difficili da rintracciare nell’attuale fase politica.
Il ponte va, quindi, combattuto, perché parte di un processo generale di distruzione del welfare, di mercificazione dei beni comuni e di privatizzazione generalizzata.

 

      

 

          L’intesa tra consorterie politiche e grossi contractor può anche prevedere che si pratichino velocità differenti in situazioni differenti. Nel caso del Ponte sullo Stretto, l’abbiamo detto più volte, è probabile ricomincino da una nuova progettazione, da un nuovo rilancio d’immagine (call center, info point) e da alcune operazioni sulle sponde che alludano alla posa della prima pietra giustificando sbancamenti e movimento terra. L’importante per loro è tenere aperto il capitolo di spesa.

 

      

 

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