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La confisca dei beni mafiosi tra Rosarno e Gioia Tauro

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La confisca dei beni mafiosi è uno strumento essenziale per colpire cosche spesso ritenute inattaccabili, oltre che per costruire un`economia sociale in territori difficili. Come dimostra una recente inchiesta avviata dalla magistratura calabrese, la strada verso la confisca è piena di ostacoli posti per impedire allo Stato di recuperare i beni mafiosi. Ma anche le procedure “ordinarie” sono caratterizzate da infiniti ostacoli burocratici. Una testimonianza diretta dell`ex sindaco di Rosarno.

     

Scritto da Giuseppe Lavorato

Il recupero alla collettività di tutte le immense ricchezze accumulate con la violenza ed il delitto è lo strumento più importante per combattere la mafia, costruire la legalità ed avviare le nostre popolazioni verso tempi migliori.

 

       Sostegno pieno, quindi, all’impegno che la magistratura e le forze dell’ordine stanno producendo per individuare responsabilità di ritardi ed omissioni, per rimuovere impedimenti alla concreta trasformazione della confisca dei patrimoni mafiosi in beni e servizi per le nostre comunità. La lettura sul giornale di un alto numero di indagati non deve suscitare alcuna preoccupazione in chi ha compiuto il proprio dovere, perché è assolutamente legittimo e doveroso che l’indagine giudiziaria, prima di compiere i successivi provvedimenti, esamini ed indaghi i comportamenti di tutti e di ognuno. E’questa la garanzia che essa non guarderà in faccia a nessuno ed individuerà correttamente tutte le eventuali responsabilità.

 

       Trattandosi di questione di primaria importanza che ha già suscitato grande attenzione sociale, sento il dovere di dire subito che l’amministrazione di sinistra che ha governato Rosarno fino a luglio del 2003 ha compiuto tutti gli atti di sua competenza per portare a compimento il dovere di utilizzare per fini pubblici e sociali tutti i beni confiscati alla mafia ed assegnati al proprio comune. Ecco i fatti di cui (e di tanti altri ancora) non sarà difficile recuperare la documentazione presso il comune.

 

      Quando mi fu comunicato che nel territorio di Rosarno erano stati confiscati alcuni ettari di terreno ai Piromalli, immediatamente, a strettissimo giro di posta, inviai alle autorità preposte la richiesta del loro trasferimento al patrimonio inalienabile del comune. Purtroppo, per problemi dei competenti uffici del Dipartimento del Territorio , la pratica rimase ferma alcuni anni. Assieme ad Aldo Alessio, sindaco del comune di Gioia Tauro anch’esso destinatario di beni confiscati, intervenimmo in vario modo (anche promuovendo interrogazione parlamentare) per accelerarne l’iter.

 

     Tanto che, nella riunione del 3 marzo del ‘99 che si tenne in prefettura con tutte autorità interessate ed alla presenza di un alto funzionario del Ministero degli Interni, quando ci fu detto che il ritardo era dovuto alla grave carenza di fondi in cui versava l’Ufficio Tecnico Erariale, offrimmo anche la disponibilità dei modesti mezzi dei nostri comuni. Tredici giorni dopo, nel Consiglio Comunale, appositamente convocato, approvammo un documento che prende atto della istituzione dei Nuclei Operativi Regionali ed Organismi Provinciali ai fini della proposta della destinazione dei beni confiscati, ribadisce la volontà della loro utilizzazione pubblica e sociale e rileva l’esigenza di una legge dello Stato che trasferisca direttamente ai comuni tutti i beni confiscati, per superare pastoie burocratiche e ritardi.

 

     Successivamente, ottenuto finalmente il decreto di trasferimento del bene al patrimonio comunale, l’Amministrazione decise di costruire sui terreni confiscati strutture sportive, ricreative, culturali e sociali per venire incontro, soprattutto, ai bisogni della popolazione giovanile ed a tal fine, essendo insufficienti le proprie risorse economiche, indirizzò formale richiesta di sostegno finanziario alla Regione Calabria ed alla Provincia di Reggio Calabria, sottolineando l’alto valore simbolico di un impegno unitario delle istituzioni calabresi in tal direzione. La richiesta ebbe il sostegno attivo della Prefettura di Reggio Calabria e dell’Ufficio del Commissario straordinario del governo per i beni confiscati. La Regione rispose con un impegno economico che evaporò perché nel bilancio regionale del 2002, nel capitolo relativo alle spese per contributi ai comuni destinatari di beni confiscati, non era stato previsto nemmeno un euro. Appresa la gravissima e sconfortante negligenza, fui il primo a protestare energicamente(19-06-2002) con una lettera aperta e con la richiesta al Presidente ed ai Capigruppo Consiliari di uno storno di bilancio che impinguasse adeguatamente il capitolo in questione. Scrissi anche al Presidente ed ai componenti della Commissione Parlamentare Antimafia nei giorni in cui (settembre del 2002) si trovavano a Reggio Calabria per incontrare, tra gli altri, anche la Giunta Regionale.

 

      L’on. Centaro rispose comunicandomi di essere intervenuto sul Presidente Chiaravalloti e di aver ricevuto assicurazione al riguardo. Ricordo anche che, durante una pubblica assemblea a Gioia Tauro, il Prefetto dottor Goffredo Sottile mi disse di altre assicurazioni date dall’assessore regionale ai lavori pubblici. Ma, nonostante gli impegni assunti, quella Giunta Regionale non diede mai segni di vita verso il comune di Rosarno. Ed allora, constatatane l’insensibilità, l’Amministrazione comunale di sinistra ed il Consiglio comunale, per portare a compimento l’uso pubblico e sociale dei beni confiscati ed assegnati al comune di Rosarno, decisero di fare ricorso alle proprie risorse.

 

      Infatti in una parte di essi, con sole risorse comunali, furono appaltate (4 marzo 2003) e costruite strutture sportive e ricreative e la rimanente parte si deliberò con atto di indirizzo (30 aprile 2003) di destinarla all’Associazione ONLUS “Il Samaritano”diretta dal sacerdote Giuseppe Demasi, che aderisce all’Associazione ‘Libera’ di don Luigi Ciotti, che svolge attività agricole, commerciali, industriali finalizzate al reinserimento sociale lavorativo dei soggetti deboli e disoccupati. E non ci siamo fermati a questo. Ogni qual volta abbiamo appreso dai giornali notizie di confisca di beni in territorio di Rosarno, sempre e tempestivamente abbiamo pubblicamente avanzato richiesta di assegnazione al patrimonio del comune. E quando, nella notte del 13 agosto del 2001, la mafia reagì con numerose raffiche di kalashnikov sulle finestre del municipio, noi ribadimmo solennemente la richiesta in una seduta straordinaria del Consiglio Comunale convocata con urgenza ed aperta alla partecipazione dei cittadini. Abbiamo governato Rosarno fino a luglio del 2003 e francamente ritengo che sui beni confiscati il nostro dovere lo abbiamo compiuto fino in fondo, in tempi in cui sulla materia le inerzie ed i silenzi erano vasti.

 

      Lo abbiamo compiuto con la stessa determinazione con la quale ci siamo costituiti parte civile in tutti i processi contro le cosche mafiose, raggiungendo il risultato, primo comune in Italia, di ottenere oltre alle sentenze penali di condanna passate in giudicato , anche una sentenza civile che condanna molti boss mafiosi al risarcimento di 9 milioni di euro al comune di Rosarno. In questi ultimi cinque anni, anche da semplice cittadino, sono più volte intervenuto con lettere aperte per invitare le autorità competenti alla tutela ed all’impegno per l’uso e la valorizzazione sociale ed educativa dei beni confiscati e del monumento dedicato “A tutte le vittime della violenza mafiosa” eretto in piazza Giuseppe Valarioti.            

 

      Per concludere. La lunga esperienza politica ed amministrativa maturata in uno dei territori più difficili e pericolosi, mi induce da parecchi anni ad operare (con fatti documentabili) e proporre ripetutamente con interventi orali e scritti indirizzati alla Regione Calabria ed alla Commissione Parlamentare Antimafia (ricordo l’audizione dei sindaci con quella presieduta dall’on. Lumia nel’97) la necessità di fare piena luce sui comportamenti degli enti pubblici e di tutte le istituzioni dello Stato relativamente all’impegno dovuto sui beni confiscati, sulla costituzione di parte civile nei processi contro la mafia in sede penale ed in sede civile, sui provvedimenti assunti, oppure omessi, per ricondurre alla collettività beni e terreni demaniali (spiagge, coste, aree protette, alvei dei fiumi) abusivamente occupati da privati e perciò spesso anche causa di inondazioni, disastri e tragedie umane.

 

     Questa completa rilevazione, costituisce un impegno assolutamente necessario, particolarmente in Calabria, per diradare l’aria da parole e dichiarazioni ipocrite, avere un quadro veritiero delle forze concretamente impegnate nelle battaglie di legalità, dare fiducia a quanti sono disposti a battersi per liberare la nostra terra dall’oppressione mafiosa ed avviarla verso sentieri di crescita sociale e civile.

 

 

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