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CIE, i nuovi centri di Identificazione ed espulsione

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I vecchi CPT diventano CIE (Centri di Identificazione ed espulsione), dove vengono rinchiusi sia gli immigrati irregolari neoarrivati, sia i richiedenti asilo, sia quelli col permesso di soggiorno scaduto. Sempre più militarizzati e chiusi al mondo esterno, sono il prodotto della politica dell`emergenza del governo Berlusconi, che grazie ai media ha trasformato la peggiore xenofobia in senso comune, e grazie ad un`opposizione inesistente ha fatto approvare provvedimenti incostituzionali che sono stati duramente condannati dal Parlamento Europeo

     

Scritto da Fulvio Vassallo

La guerra ai migranti da parte del governo italiano procede, ogni giorno con maggiore vigore, sul fronte interno e sul fronte esterno. Nello stesso giorno in cui nel Canale di Sicilia altri migranti perdevano la vita per le politiche di sbarramento delle frontiere marittime meridionali adottate con le inutili missioni FRONTEX dall’Unione Europea, guidata dall’ex commissario Frattini, il governo italiano ha deciso l’invio di contingenti militari per presidiare i centri di detenzione amministrativa per stranieri, non solo i vecchi CPT ( adesso denominati CIE Centri per l’identificazione e l’espulsione) ma anche gli altri centri – sembrerebbe – nei quali vengono raccolti gli immigrati, anche se richiedenti asilo, dopo lo sbarco.

 

 

 

Infatti molti CIE sono all’interno di “centri polifunzionali” che comprendono anche i CARA ed i CPA/CID, per i richiedenti asilo, e dunque i militari faranno la guardia anche a donne e bambini, ed in generale a persone in attesa che venga riconosciuto il loro status di rifugiati o la protezione internazionale. E solo questo può significare l’invio dell’esercito in città come Siracusa ed Agrigento, dove ancora non ci sono centri di detenzione, ma dove evidentemente il governo intende introdurre nuove strutture di detenzione amministrativa anche per quanti sono in transito o ancora in attesa della prima identificazione, dopo lo sbarco o il salvataggio in mare.

 

 

 

Si può già immaginare quali saranno le conseguenze della presenza dei militari, alcuni dei quali provenienti dai corpi speciali impegnati nella guerra in Afghanistan, nella vigilanza dei centri di detenzione. La misura snatura il ruolo costituzionale dell’esercito e, per quanto se ne conosce, potrebbe anche comportare una maggiore chiusura dei centri di detenzione rispetto all’esterno, in contrasto con le direttive comunitarie in materia di accoglienza e di procedure di asilo, appena attuate in Italia, ma ancora prive del regolamento di attuazione.

 

 

 

Si potranno anche registrare conseguenze assai gravi, all’esterno delle strutture sottoposte al regime della sorveglianza militare armata, sulla libertà di manifestazione delle reti antirazziste e sulle iniziative di solidarietà con gli immigrati trattenuti all’interno. La misura dell’invio dei militari per sorvegliare i recinti spinati dei CIE (i vecchi CPT) si accompagna alla decisione di moltiplicare queste strutture in tutte le regioni italiane, misura che richiederà comunque un maggiore impiego di forze di polizia. A questo scopo, per fare presto, saranno adottate procedure d’urgenza come le ordinanze di protezione civile consentite dalla dichiarazione dello stato di emergenza immigrazione. Un modo per imporre i centri di detenzione anche a quelle regioni come l’Umbria e la Toscana che si erano sempre opposte all’apertura di queste strutture. Una spesa immensa gestita dal ministero dell’interno tramite le Prefetture, una spesa sottratta ad ogni controllo di contabilità, uno spreco di risorse senza precedenti che contribuirà solo a criminalizzare gli immigrati irregolari ed a rendere più violenti i rapporti sociali. Senza garantire neppure una maggiore “efficacia” delle misure di allontanamento forzato. Una politica organica, quella del Governo Berlusconi, che viene scandita ogni giorno da misure di emergenza, incostituzionali, approvate sull’onda dei sondaggi e del populismo xenofobo che sta diventando senso comune in Italia.

 

 

 

Con la prospettiva ormai certa dell’introduzione del reato di immigrazione clandestina e del prolungamento fino a 18 mesi della detenzione amministrativa. Magari mettendo a tacere quella parte che rimane ancora fuori controllo nel mondo dell’informazione e della magistratura. Anche su questo, in autunno, il governo ha pronti interventi liberticidi che sovvertiranno l’assetto costituzionale sul quale si è basata la democrazia in Italia negli ultimi sessanta anni. Sembra che non servano a nulla neppure i richiami e le condanne da parte del Parlamento Europeo e del Consiglio d’Europa, che ha rilevato tanto un eccessivo uso della violenza da parte della polizia nelle operazioni di sgombero all’interno dei campi rom, quanto il rischio che l’Italia continui a praticare espulsioni verso paesi nei quali ai danni dei migranti provenienti da altri paesi sono praticati abitualmente torture ed altri trattamenti inumani e degradanti.

 

Le reazioni indignate di Maroni si commentano da sole, andando a leggere le pagine di contro-osservazioni che il governo italiano ha cercato di opporre alla durissima condanna inflitta dal rapporto Hammarberg, un punto di non ritorno del percorso di isolamento dell’Italia a livello europeo, per la il mancato rispetto, da parte del nostro paese, della legalità democratica e dei diritti fondamentali della persona sanciti dalla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo.

 

 

 

Mentre il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale ancora tacciono, ma presto saranno chiamati a pronunciarsi senza equivoci, sono stati gli organismi europei ad avvertire per primi i gravissimi rischi che corre la nostra democrazia, a partire dalla “guerra” dichiarata ai migranti, in nome della sicurezza e dell’egoismo sociale, Il Rapporto Hammarberg del Consiglio d’Europa mette sotto accusa anche i rimpatri che l’Italia ha effettuato verso la Tunisia e l’Egitto, paesi che non riconosco effettivamente il diritto di asilo e la protezione internazionale, anche se aderiscono formalmente alla Convenzione di Ginevra. E questo mentre l’Italia progetta di concludere con Gheddafi l’ennesimo accordo di riammissione per respingere verso l’inferno libico migranti di paesi terzi che si troverebbero così condannati ancora per altri anni a subire gli abusi che sono ormai documentati in numerosi rapporti internazionali (da consultare su www.fortresseurope.blogspot.com), ma che il nostro paese dimostra di ignorare o di cui non vuole tenere conto. Il Ministro Maroni si è detto scandalizzato della dura condanna dell’Italia da parte del Consiglio d’Europa, ma forse, prima di reagire con tanta acredine, avrebbe fatto meglio ad informarsi con i suoi collaboratori ed esperti consulenti, sulle modalità sommarie di rimpatrio che negli ultimi mesi l’Italia, ed il suo ministero, hanno praticato organizzando voli diretti da Lampedusa verso l’Egitto, o rimpatriando arbitrariamente in Tunisia immigrati per i quali la Corte Europea dei diritti dell’uomo aveva ingiunto la sospensione immediata dell’esecuzione del provvedimento di allontanamento forzato. Vorremmo ricordare alcuni fatti concreti che -neppure richiamati dalla dura condanna del Consiglio d’Europa- dimostrano come le prassi di polizia violino ancora oggi gli standard imposti dalle Convenzioni internazionali che pure l’Italia ha sottoscritto. E non solo ai danni della popolazione rom, da ultimo con la bastonatura di una bambina e del suo papà a Milano, ma anche ai danni di immigrati regolari che rivendicano i loro diritti occupando una Cattedrale.

 

 

 

La brutale violenza della polizia che ha caricato a Napoli asilanti che rivendicavano una sistemazione dignitosa ha indotto persino il sindaco di quella città a chiedere scusa ai migranti, mentre alcuni assessori comunali sono stati testimoni diretti delle cariche e degli arresti arbitrari compiuti dalle forze di polizia. Prima di replicare indispettito alle dure contestazioni del Consiglio d’Europa il ministro dell’interno farebbe bene a chiarire le responsabilità degli agenti e dei dirigenti che hanno partecipato a questi sgomberi violenti.

 

Ma il ministro Maroni dovrebbe rendere conto, insieme al ministro degli esteri, delle dure critiche della relazione Hammaberg nei confronti delle espulsioni disposte dal Ministero dell’interno e dalle questure italiane verso paesi che non garantiscono il rispetto dei diritti fondamentali della persona. Nella notte del 2 luglio, in particolare, erano stati rimpatriati in Egitto 35 cittadini di origine egiziana, ospitati presso il Cie (Centro di identificazione e di espulsione) di Lampedusa. Così almeno l’ANSA chiama adesso quello che fino a pochi giorni fa veniva definito Centro di accoglienza, un “centro di accoglienza a cinque stelle”, come affermato nel corso di una visita lampo dal ministro Ronchi a giugno. Ma si sa, le denominazioni possono cambiare con un tratto di penna, come è successo per i CPT adesso CIE, per decreto legge addirittura, a seconda della convenienza dei politici al governo. Il volo charter, secondo le notizie del ministero dell’interno, è partito alle 2 di notte del 2 luglio dall`aeroporto di Catania alla volta del Cairo. Questo tipo di rimpatri prosegue ininterrottamente da tempo, ma negli ultimi tre mesi le procedure sono state assai più sbrigative ed i voli senza altro scalo (tecnico) che l’aeroporto di Catania.

 

L`operazione, condotta dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza, fa seguito ad una precedente operazione che aveva consentito il rimpatrio di 38 cittadini di origine egiziana. Il governo ha tentato in questo modo di “decongestionare” la struttura di Lampedusa che a fine giugno aveva “accolto” oltre 1600 immigrati, salvati dai mezzi della nostra marina mentre tentavano di attraversare il Canale di Sicilia. I voli di rimpatrio da Lampedusa verso l’Egitto, via Catania, sembrerebbero intanto proseguire. Evidentemente occorreva lanciare l’ennesimo messaggio dissuasivo e per questo si è ripristinata la prassi dei rimpatri diretti da Lampedusa, con modalità assai vicine alle espulsioni collettive, prassi che nel 2004, dopo il caso Cap Anamur, vera pietra miliare della guerra contro i migranti, era costata una condanna all’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Non sappiamo se alle persone destinatarie della misura dell’allontanamento forzato in frontiera sia stato notificato un provvedimento di respingimento o di espulsione, se questi provvedimenti e il trattenimento nel CIE siano stati notificati individualmente e convalidati da un magistrato, di certo a Lampedusa non c’è né un Tribunale, né una Questura.

 

Come era successo nel 2004 gli incidenti di percorso non sono mancati ed un immigrato marocchino, scambiato per egiziano, è stato “restituito” all’Italia dopo essere atterrato in Egitto. O gli immigrati sono stati rimpatriati in Egitto senza provvedimenti formali, come se Lampedusa non appartenesse al territorio italiano, come se si fosse trattato di un comune respingimento ad una frontiera terrestre, con un gravissimo abuso rilevante anche in sede penale, oppure sono stati rimpatriati sulla base di provvedimenti illegittimi, adottati al di fuori delle procedure previste dal Testo Unico sull’immigrazione. Ma come si sa, una volta allontanati dall’Italia, i migranti non riescono certo a fare ricorso al tribunale amministrativo.

 

Dopo la condanna del Consiglio di Europa con il rapporto Hammarberg, che conferma per intero le denunce delle associazioni antirazziste si dovrà fare finalmente chiarezza sull’accertamento delle modalità di rimpatrio forzato, praticate negli ultimi mesi direttamente dall’isola di Lampedusa verso l’Egitto o da altre città verso paesi, come la Tunisia e la Libia, nei quali possano essere praticati la tortura o trattamenti inumani e degradanti. Mentre si sta alzando una cortina fumogena sulle circostanze della morte di un migrante nella notte del 29 giugno scorso nel CID di Caltanissetta, per alcuni il giovane ghanese sarebbe morto in Ospedale e non nel centro di Pian del lago, per altri durante il trasporto in ambulanza, il governo insiste nella logica perversa di moltiplicare in tutta Italia i centri di detenzione, per dare in pasto all’opinione pubblica affamata di sicurezza i corpi di altri migranti da deportare, magari scelti a caso, o sulla base dei rapporti con le ambasciate dei paesi di provenienza, misure simboliche rispetto alla massa di clandestinità che il governo alimenta con il blocco degli ingressi legali e con le misure del pacchetto sicurezza, ma assolutamente preoccupanti per le tante possibilità di vita e di integrazione che si stanno distruggendo.

 

 

 

«La Sicilia è una terra verso cui si dirige la disperazione degli immigrati clandestini. Le aggressioni (così si esprimono le agenzie di informazione) che sotto il profilo territoriale connotano anche in queste ore l`isola di Lampedusa, sono note a tutti. Tra 10-12 giorni al massimo avremo a disposizione altri 6 o 7 centri di identificazione ai fini dell`espulsione in altre regioni d`Italia. Questo ci permetterà di evitare il sovraffollamento delle poche strutture attualmente esistenti sul territorio». Lo affermava poche settimane fa il sottosegretario al Ministero dell`Interno, Nitto Francesco Palma, a Palermo per un vertice con i prefetti delle 9 province siciliane. Adesso quelle minacciose parole si avviano a diventare realtà.

 

Ma l’inasprimento delle trattamento riservato agli immigrati irregolari non arresta certo i tentativi di migliaia di uomini, donne e minori che tentano di raggiungere una speranza di vita in Europa, fuggendo dall’inferno della Libia. A qualunque costo, anche a costo della vita. Al loro arrivo in Italia questi migranti troveranno ancora detenzione, trasferimenti in autobus con i vetri oscurati e filo spinato. Porto Empedocle, vicino Agrigento, è diventato ormai, dopo Lampedusa, il vero punto di smistamento verso i centri di accoglienza, verso i centri di identificazione ed espulsione, verso i centri per richiedenti asilo (CARA).

 

 

 

Ormai abbiamo capito come il governo allestirà tanti centri di detenzione in qualche settimana, forse anche in Sicilia, dove nel 2005 era stato chiuso il CPT di Agrigento proprio dopo una ispezione da parte del Consiglio d’Europa, e dove nel 2007 era stato chiuso il CPT femminile di Ragusa dopo una ispezione della Commissione De Mistura. I tempi sono ormai cambiati. Associazioni convenzionate con le Prefetture e contingenti di militari di professione daranno presto man forte alla polizia per moltiplicare anche in Sicilia i luoghi di transito caratterizzati da un regime di detenzione amministrativa. Senza nessuna effettiva garanzia di difesa. Qualunque abuso da parte degli enti gestori e delle forze dell’ordine sarà coperto, per ordine del ministro di turno. Che cosa ci importa dell’Europa? Temiamo che si vada ad un ulteriore imbarbarimento delle regole delle detenzione, magari con il ricorso ai professionisti delle “guerre umanitarie” e delle caserme dell’esercito, con la solita copertura della Croce Rossa e delle associazioni che hanno accettato il ruolo di secondini.

 

Temiamo che ai migranti morti a Torino, nel CPT di via Brunelleschi e a Caltanissetta, a Pian del lago, presto ne possano seguire altri. Di certo in queste ultime settimane il clima nei centri di detenzione è tesissimo, i pestaggi sono all’ordine del giorno, l’uso dei psicofarmaci nella normalità, e i controlli di legalità dei giudici di pace sempre più formali, spesso limitati alla verifica degli atti come se si trattasse di apporre un semplice bollo. Ma dopo la condanna “farsa” dei poliziotti e dei carabinieri carnefici a Genova durante il G8 del 2001, tutto sembra consentito alle “forze dell’ordine”. Ogni giorno che passa si consuma una rottura sempre più grave tra le forze di polizia e quella parte di cittadini che non si rassegnano al ruolo di sudditi. Una rottura che si sarebbe potuta evitare sanzionando sino in fondo le responsabilità per le torture inflitte ai manifestanti a Genova, ed evitando pratiche generalizzate di violenza ai danni degli immigrati, prassi arbitrarie che adesso anche il Consiglio d’Europa rimprovera all’Italia.

 

Molti migranti arrestati dalla polizia nelle città del nord Italia sono stati intanto trasferiti nelle carceri o nei CPT/CIE meridionali, creando una situazione di sovraffollamento e di confusione con gli immigrati appena arrivati da Lampedusa o da altri punti di sbarco. Esattamente la stessa situazione che si era determinata nel 1999, prima del rogo e della strage del centro Serraino Vulpitta di Trapani per la quale adesso, a nove anni di distanza, i giudici civili chiamano in causa la gravissime responsabilità delle forze di polizia che non intervennero in tempo per spegnere il rogo che poi costò la vita di sei migranti rinchiusi in una cella trasformata in forno crematorio. Per tutte queste ragioni sollecitiamo una iniziativa ancora più forte di denuncia, di mobilitazione e di difesa legale di migranti trattenuti nei centri di detenzione. Un appello rivolto a tutte le associazioni, senza protagonismi o ambizioni di visibilità che potrebbero pregiudicare il lavoro collettivo, che si sta portando avanti da anni nei territori per difendere la vita ed i diritti dei migranti.

 

Chiediamo che, nello stesso spirito, i parlamentari nazionali ed europei tornino a visitare periodicamente i centri di detenzione e le carceri per monitorare la situazioni in tutte le strutture nelle quali vengono imprigionati i migranti privi di un documento di soggiorno. Occorre istituire gruppi permanenti per il monitoraggio dei luoghi nei quali può essere violata la libertà personale e gli altri diritti fondamentali della persona. Alla luce della approvazione della direttiva comunitaria sui rimpatri, la “direttiva della vergogna” deve impedirsi che se ne faccia un uso strumentale,magari prolungando fino a 18 mesi la detenzione nei centri di espulsione (CIE).

 

Il prolungamento dei tempi della detenzione amministrativa potrebbe trasformare i centri in vere e proprie polveriere, senza accrescere le possibilità di identificazione dei cd. clandestini. Occorre contribuire tutti alla costruzione di un vasto fronte per denunciare la normativa italiana e la nuova direttiva sui rimpatri davanti alla Corte di Giustizia, e sollevare nel nostro paese eccezioni di costituzionalità a catena, non appena si volesse darne applicazione nel nostro ordinamento. Occorre anche denunciare tutti i casi nei quali le nuove norme o le nuove prassi amministrative risultino in violazione del diritto di asilo e dei diritti fondamentali, riconosciuti a tutte le persone, dalla nostra Carta Costituzionale, prima che dalle norme comunitarie e dalla Convenzione di Ginevra.

 

 

 

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