Quaranta egiziani annegati, cento dispersi. E` solo l`ultima strage nel Mediterraneo pattugliato dai mezzi dell`Europa Fortezza. Dalla base di Sigonella si alzano i mezzi dell`aeronautica italiana impegnati nel contrasto all`immigrazione clandestina. A Mineo si piangono i morti della strage del depuratore che serviva anche gli inquilini Usa della base. A Catania si contano i voti di una politica senza anima che è diventata solo scambio clientelare. Drammi simili che si incrociano senza incontrarsi mai

     

Scritto da Pino Finocchiaro

Gli Atlantic si levano in volo dalla base di Sigonella nella Piana di Catania. Le navi italiane e maltesi affrontano il mare aperto nel Canale di Sicilia nella speranza di salvare qualche vita umana. Di strappare qualche bimbo, qualche donna ad una sorte orribile. I pescatori raccolgono dalle spadare corpi senza vita e dalle tonnare poveri uomini e donne vicini all’agonia. Questa ecatombe di immigrati in fuga dalla fame dell’Africa e dell’Asia. Questa tragedia infinita dell’economia globale che ruba loro riserve d’acqua, trasforma raccolti di grano e granturco in combustibili strategici per rifornire carri armati, aerei e navi da guerra, fa schizzare i prezzi di riso e farina, rendendo impossibile ogni rifornimento ai piccoli villaggi privi di mezzi.

 

 

Un’economia mondiale che ruba al mondo la speranza.

 

 

I pattugliatori partono da Sigonella, nella Piana di Catania, e lambiscono un piccolo paesello sul colle dove cinquemila persone piangono i loro morti per l’ennesima strage sul lavoro. E’ Mineo, paesino agricolo che vive prevalentemente di emigrazione ed ora ha trovato una nuova risorsa nel villaggio americano dove vivono diversi ufficiali e sottufficiali della marina americana.

 

 

E quel depuratore dove sono morti in sei serviva gli inquilini a stelle e strisce. Qui si muore di lavoro. Ma il lavoro è una speranza, meglio affrontare l’incertezza del viaggio che la morte sicura d’inedia in Egitto.

 

 

Meglio rischiare di cadere da un’impalcatura a Milano che lasciarsi morire laddove l’acqua non scorre più e i terreni aridi non fruttificheranno per secoli.

 

 

Così, s’erano detti quegli egiziani che hanno affrontato il mare in vista di Malta e della Sicilia. In vista di quell’Italia che li tratta da delinquenti, non da uomini in fuga.

Ma la barca, le barche, non hanno retto. I servizi segreti egiziani annunciano. Quaranta certamente annegati. Cento dispersi in mare. Il Mediterraneo non perdona, poche le speranze di trovare qualche superstite. Sulle coste di Lampedusa sbarcano anche in quattrocento al giorno. I Cpt scoppiano. I poveri commercianti isolani temono per la stagione turistica.

 

 

A Catania contiamo i voti. Aviatori e marinai sul Mediterraneo contano i morti.

 

 

E i conti non tornano. Perché sono spariti in migliaia ma molti di più fanno ressa nel deserto e lungo le coste libiche dove altri ancora muoiono lontani da microfoni, riflettori, parabole satellitari. Lontano da navi e aerei costruiti per respingere un improbabile nemico sul fronte sud ma che ora siamo costretti ad impiegare per salvare quel che resta di quelle vite in fuga.

 

 

A Catania contiamo i voti. Non ci accorgiamo che là dietro il mare c’è un mondo che soffre e che muore. Non ci rendiamo conto che nessun europeo si salverà sin quando ci sarà un africano disposto ad annegare pur di non morire di fame e sete a casa propria.

 

 

A Catania contiamo i voti. A Mineo i vivi piangono i morti. Nel Mediterraneo i morti compiangono se stessi.

 

 

 

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