In un Paese dove intere regioni sono alla mercè di mafia, ‘ndrangheta e camorra, è stata diffusa la convinzione che la sicurezza e la vita dei cittadini è minacciata da soggetti emarginati che spesso a stento si reggono in piedi. Idee e pensieri autenticamente reazionari sono penetrati nella sinistra, scomparsa perché incapace di proporre i propri sentimenti autentici per seguire una destra tradizionalmente debole con i forti e forte con i deboli

     

Scritto da Giuseppe Lavorato

Non vorrei spargere altro sale sulle ferite. Ma non posso tacere la convinzione che la sinistra, per iniziare a risalire la china, debba acquisire consapevolezza che la situazione è anche peggiore di quella emersa dal voto.
Idee, pensieri reazionari (chiamiamoli con il loro vero nome) sono penetrati profondamente nel tessuto sociale, tanto da raggiungere anche persone che dicono di essere di sinistra. Lo si coglie quando le ascolti sostenere che una delle ragioni più forti della sconfitta è stata la nostra debolezza e tolleranza verso gli immigrati e che, per tornare ad essere vincenti, anche noi dobbiamo condividere la linea del rigore repressivo verso i neri, i rom, i mendicanti e quanti, vivendo ai margini delle nostre comunità, ne turbano o infastidiscono le abitudini.
In un Paese, nel quale intere regioni sono alla mercè di mafia, ‘ndrangheta e camorra, è stata diffusa la convinzione che la sicurezza e la vita dei cittadini è minacciata da soggetti emarginati che spesso a stento si reggono in piedi. Soggetti tra i quali vi possono essere anche delinquenti, nei cui confronti è necessario applicare il rigore delle leggi penali. Non dimenticando, però, che i migranti sono, nella stragrande maggioranza, esseri umani che fuggono dalla povertà, dalle guerre, dalle oppressioni e vengono nelle nostre terre per costruire condizioni di vita umana per sé e per le loro famiglie.
E, mentre con il loro lavoro producono ricchezza e benessere per il territorio che li ospita, sono molto spesso schiavizzati e costretti a vivere nelle peggiori condizioni igieniche ed ambientali, con lavori pesantissimi per salari bassissimi. E sono loro, gli immigrati, le prime vittime della violenza criminale e mafiosa che si abbatte sulle nostre comunità. Sono anch’io convinto che sul tema della sicurezza la sinistra ha perso molti voti. Ma li ha persi per la ragione opposta a quella oggi prevalente.
Li ha persi perché invece di cancellare leggi ad personam e conflitti di interesse (gravi e concrete lesioni della legalità e della sicurezza), ha inseguito la destra, ha cavalcato anch’essa paure strumentalmente esagerate, ha smarrito la propria anima, non ha combattuto per difendere i deboli e per smascherare ed indicare i veri criminali che minacciano la convivenza civile, i loro complici annidati anche nei piani alti dell’economia e delle istituzioni. Sono stati i comportamenti omologhi alla destra (debole con i forti e forte con i deboli) che hanno cancellato in larga parte delle nostre comunità i sentimenti della sinistra. Scomparsi i propri sentimenti è scomparsa la sinistra. Ecco le ragioni della disfatta.

Per iniziare a risalire la china, la sinistra non deve inseguire false e reazionarie percezioni iniettate per accendere guerre tra poveri, deve avere il coraggio di combattere anche contro corrente per costruire dentro il tessuto sociale un humus di nuova e solidale umanità. Un lavoro difficile, per il quale è illusorio pensare che basti innalzare le insegne delle nostre identità del secolo scorso, che sono radici e storia che conserveremo sempre nei nostri cuori.
Per compierlo è necessario costruire una sinistra che, coerente con i propri ideali, sappia comprendere ed immergersi nei problemi di questo nostro tempo nel quale nessuna barriera impedirà esodi biblici da terre che l’occidente ricco ha saccheggiato, affamato, insanguinato.
Una sinistra capace di diffondere percezioni razionali della realtà e dei processi storici che viviamo assieme a sentimenti e comportamenti di fratellanza umana che, nel mondo piccolo ed interdipendente di oggi, sono più attuali del tempo in cui fu scritto quel manifesto che si concludeva con l’appello ‘Proletari di tutti i paesi, unitevi’.

 

 

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