Si parla sempre di più delle basi militari statunitensi, con l’attenzione sopratutto sulla rete di basi all’estero. Tuttavia, esistono anche movimenti contro le basi sul territorio statunitense, dove, secondo il sito Global Security, ci sono circa 6000 installazioni militari. Raccontare due casi di movimenti contro le basi negli USA, molto diversi fra di loro, può essere interessante per un confronto con le lotte in Italia e per offrire una immagine più articolata e contraddittoria degli Stati Uniti

     

Scritto da Stephanie Westbrook

Il quadro generale sullo stato delle basi negli Stati Uniti, sia attive che dismesse, è ben descritto in un discorso di Robert F. Kennedy Jr. del 2003:

“Il governo federale è il più grande inquinatore degli Stati Uniti e il Dipartamento della difesa è il peggiore del governo. Secondo l’EPA (Agenzia per la protezione dell’ambiente), rifiuti di ordigni inesplosi si trovano in 16.000 poligoni militari negli USA e si stima che la metà contenga armi chimiche o biologiche. In tutto, il Pentagono è responsabile per più di 21.000 siti potenzialmente contaminati, e sempre secondo l’EPA, avrebbe contaminato fino a 16 milioni di ettari, ossia un’area poco più grande della Florida”.

 

 

Il mega-poligono di Piñon Canyon, Colorado

Nel sud est dello stato di Colorado, c’è la Piñon Canyon Maneuver Site, un poligono di oltre 95.000 ettari che dipende dalla base di Fort Carson. È stato creato negli anni ottanta su terreni privati espropriati, la metà contro la volontà dei proprietari, ed è utilizzato solo 2 volte all’anno per un periodo di un mese.

 

Nel febbraio del 2007, anche se erano già trapelate delle notizie, l’esercito ha annunciato ufficialmente di voler triplicare le dimensioni del poligono, acquisendo, sempre tramite esproprio, altri 170.000 ettari per un totale di 265.000. Da altri documenti e mappe ufficiali, pare che l’esercito miri ad occupare oltre un milione di ettari, un’area pari quasi a metà Toscana.

 

Con l’annuncio, si è creata una coalizione trasversale per opporsi alla espansione del poligono. La coalizione è composta da proprietari, la maggior parte allevatori di cavalli e mucche, archeologi e paleontologi, interessati a questa zona ricca di tracce di dinosauri e arte rupestre, ambientalisti, pacifisti, nativi americani; tutti insieme per opporsi a quello che viene definito il più grande land grab, cioè esproprio, nella storia statunitense.

 

Questo non è Berkeley. È una zona nota per essere politicamente molto conservatrice, e secondo dichiarazioni fatte da ufficiali di Fort Carson, è stata scelta anche per questo, con l’idea che la gente avrebbe accettato di tutto per “sostenere le truppe”.

 

Nonostante questo orientamento politico, anche qui la gente parla di un complesso militare industriale fuori controllo. Parla di un trend da parte dell’esercito di acquisire, utilizzare, inquinare e abbandonare per poi acquisire sempre nuovi spazi. E per la gente, questo comportamento dell’esercito non ha nessun legame con la sicurezza nazionale.

 

Il ricordo degli espropri degli anni ottanta è ancora vivo. Come è vivo il ricordo delle tante promesse fatte allora e non mantenute, come la promessa di non fare esercitazioni live fire, cioè con vere munizioni di guerra, che invece dal 2004 è permesso, come la promessa di compensazioni economiche, mai pagate, come la promessa di un boom economico per la zona, mai realizzato, e come la promessa di non espandersi ulteriormente. Tutte queste promesse non mantenute sono state giustificate da Fort Carson con una frase, “things change”, le cose cambiano.

 

Il movimento che si è creato lavora su più fronti. In questa zona poco popolata, di piccoli centri e grandi ranch, l’uso di internet è stato fondamentale per informarsi e per informare, come anche l’uso di video per raccontare la storia. Lasciati all’oscuro dal Pentagono, hanno approfittato della legge per l’accesso agli atti pubblici per ottenere documenti ufficiali. Inoltre, il movimento ha coinvolto gli studenti in vari modi, tra cui un concorso con premio di una borsa di studio sul tema “La nostra terra è la nostra vita”. Altre iniziative hanno riguardato campagne di lobbying svolte a livello locale e nazionale.

 

Per adesso sono riusciti a bloccare l’espansione della base ottenendo una moratoria di un anno, con l’introduzione di un emendamento nella finanziaria del Pentagono per il 2008 che vieta la destinazione di fondi per la base. L’emendamento è stato proposto da una Republicana alla Camera e un Democratico al Senato.

 

Ma sanno che la battaglia non è finita. Nonostante la moratoria, l’esercito continua a spendere sul progetto, costruendo sulla base esistente in preparazione per l’espansione. L’esercito ha incaricato una società di relazioni pubbliche che sta facendo telefonate nella zona per chiedere il parere dei residenti sulla questione. Inoltre, Fort Carson ha fatto domanda per aumentare il numero di soldati presenti nella base che tanti vedono come un modo per convincere il Congresso della necessità di espandere il poligono.

 

Tuttora il movimento continua ad essere attivo con campagne di informazioni e di lobbying.

 

 

Blackwater West di Potrero, California

 

 

Blackwater Mission

Negli Stati Uniti, non sono solo le Forze Armate che vogliono costruire delle basi. Ci sono anche gli eserciti privati, come la famigerata Blackwater, la più grande società di mercenari del mondo. Hanno strettissimi legami con il partito Republicano e con la destra religiosa. Creata nel 1997, oggi la Blackwater ha un miliardo di dollari in contratti con il governo statunitense, corrispondente al 90% del suo business, e 2/3 di questi contratti sono stati assegnati senza gara. La sede si trova in North Carolina, dove, secondo la stessa Blackwater, sarebbe la più grande base militare privata nel mondo. Estesa per 3000 ettari, comprende vari poligoni chiusi e all’aperto, riproduzioni di centri urbani per l’addestramento, un lago artificiale per atterraggi anfibi, diverse piste, e una flotta di 20 aerei.

 

 

Nell’ottobre 2006, hanno presentato al piccolo comune di Potrero, 850 abitanti in una zona rurale vicino a San Diego, California, una proposta per una nuova base, Blackwater West. Il progetto era per una base di 330 ettari, inclusi diversi poligoni di tiro, un eliporto, vari campi di addestramento e un arsenale di 1700 metri quadrati.

 

I residenti di Potrero, come spesso capita, erano stati tenuti all’oscuro del progetto. C’era stata un’udienza pubblica sulla questione, però era stata segnalata solo in una newsletter gestita da un membro del consiglio comunale per la pianificazione, cioè il consiglio che doveva pronunciarsi sul progetto, e quindi pochi avevano saputo dell’udienza. Però, man mano che si spargeva la voce, la gente si è organizzata per opporsi alla nuova base privata.

 

L’opposizioni era all’inizio frutto di preoccupazioni per il rumore e per il traffico in una zona rurale molto tranquilla. La gente di Potrero sapeva poco o niente sulla Blackwater. Però la voce della nuova base ha cominciato a girare fuori dal piccolo centro e sono stati appoggiati da altri gruppi con più esperienza. Si è formata quindi una coalizione di ambientalisti, veterani per la pace e del movimento contro la guerra.

 

Con le campagne di informazione, inclusi incontri con il giornalista e massimo esperto sulla Blackwater, Jeremy Scahill, l’opposizione è diventata anche contro questa società in quanto mercenari di guerra. Al movimento si sono aggiunti anche associazioni per i diritti degli immigrati. Tanti pensano che la scelta di Potrero, a solo 3 chilometri dal confine con il Messico, è una indicazione che la Blackwater vuole aggiudicarsi importanti contratti nella privatizzazione del confine.

 

Nonostante l’opposizione popolare, nel dicembre del 2006, il consiglio per la pianificazione del comune di Potrero ha approvato unanimamente il progetto. Il consiglio ha solo un ruolo consultivo e la decisione finale spetta al consiglio della contea di San Diego. L’approvazione ha tuttavia aperto la strada per la Blackwater. Il voto del consiglio non ha fatto altro che far crescere l’opposizione popolare.

 

La Blackwater, sin dall’inizio, ha cercato di conquistare “i cuori e le menti” della gente con una campagna di relazioni pubbliche. Il vice presidente, Bob Bonfiglio, si è trasferito a San Diego per seguire il progetto a tempo pieno. La Blackwater ha ancorato il suo yacht aziendale sulla costa sventolando una enorme bandiera della società. Hanno donato tende e provviste alla persone evacuate durante gli incendi dell’ottobre del 2007. Durante gli spettacoli dell’intervallo di una partita di football all’Università di San Diego nel dicembre 2007, paracadutisti della Blackwater si sono lanciati da aerei sopra lo stadio con paracadute con il logo della società e scendevano in mezzo del campo con una gigantesca bandiera a stelle e strisce.

 

Però non è bastato a far cambiare idea alla gente. Il movimento Stop Blackwater di Potrero ha deciso di agire nei confronti del consiglio comunale. Ha raccolto firme per una recall election, vale a dire una votazione in cui gli elettori si esprimono sulla rimozione o no di un pubblico ufficiale già eletto e sul candidato per sostituirlo. Servivano 133 firme sui 425 elettori di Potrero, e hanno firmato in 300.

 

Quindi si è tenuta la recall election nel dicembre del 2007. Gli elettori si sono espressi, con voti dal 60 al 70%, per sostituire tutti i membri del consiglio con i candidati contro il progetto della Blackwater. La recall ha finito quindi per essere un referendum sulla nuova base ma anche sulla politica poco trasparente che non dialoga con la gente.

 

Nel marzo del 2008, a sorpresa di tutti, la Blackwater ha ritirato la sua proposta.

 

 

Blackwater ci riprova a San Diego

 

 

San Diego

Purtroppo, mentre la campagna contro la Blackwater procedeva a Potrero, nel settembre del 2007 due società, la Raven Development e la Southwest Law Enforcement, hanno presentato domanda per una “scuola professionale” nella vicina San Diego. Ma quello che nessuno sapeva fino ad aprile 2008 è che queste due società non sono altro che “prestanomi” che fanno capo alla Blackwater e questa “scuola professionale” è un centro di addestramento dotato di un simulatore navale – c’è la base navale a San Diego – e un poligono di tiro all’interno di un palazzo esistente di 6000 metri quadrati ubicato a solo centinaia di metri dal confine con il Messico.

 

 

La coalizione Stop Blackwater è ora mobilitata sul caso di San Diego continuando le campagne di informazione e di lobbying. Il primo risultato, agli inizi di maggio 2008, è stato che il sindaco di San Diego ha annunciato delle indagini per verificare se la Blackwater non avesse intenzionalmente cercato di nascondere la sua identità quando ha fatto la domanda per l’autorizzazione della “scuola”.

 

Il movimento lavora localmente, ma tutti sono d’accordo che il miglior modo per far chiudere la Blackwater a San Diego è di invertire la tendenza alla privatizzazione delle forze armate e delle forze dell’ordine. Il movimento sostiene quindi una campagna per una legge presentata al Congresso per vietare l’uso dei contractor privati.

 

Questi due esempi, molto diversi fra di loro, comunque evidenziano un approccio comune, che si tratti del governo o di privati, di tenere la gente all’oscuro, mentire, e non mantenere le promesse. In entrambi i casi, si è cominciato con un movimento nimby (not in my backyard, cioè non nel mio giardino) che man mano si è trasformato in un movimento contro il complesso militare industriale. Nel caso del sud est Colorado conservatore, la gente non abituata a dubitare dell’operato del governo ora manifesta apertamente la propria sfiducia e opposizione. E il piccolo centro di Potrero ha contribuito a portare alla luce le attività di una società di mercenari che preferisce lavorare nell’ombra.

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