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La lotta di classe contro le mafie

Sembra desueto parlare di lotta di classe, ma nei decenni passati è stato proprio lo scontro sociale e la battaglia per l`emancipazione dei ceti popolari a sottrarre parte della manovalanza ai gruppi mafiosi. La ricerca una prospettiva di progresso sembra smarrita, ed il modello criminale appare a troppi giovani meridionali l`unica via di mobilità sociale, l`unico modo per essere “qualcuno”. Memoria ed idee per una sinistra senza più anima

     

Scritto da Giuseppe Lavorato


Come tanti compagni, partecipo all’impegno volto a concretizzare una speranza: la costruzione e l’affermazione di una sinistra unita e rinnovata capace di affrontare i problemi del nostro tempo. La Sinistra che da molto tempo manca a tutto il nostro Paese e della quale è soprattutto acuta l’assenza nelle regioni oppresse dalle mafie.

Nel 1982 a Reggio Calabria, in un convegno sulla ’Ndrangheta, il prof. Arlacchi, dopo aver illustrato una ricerca dell’Università della Calabria dalla quale emergeva che, anno dopo anno, l’età degli affiliati alle cosche mafiose era sempre più giovane, pose questa domanda: che ne sarà della nostra terra tra 20 anni se non riusciremo a spezzare questa inquietante tendenza, se non riusciremo a sottrarre le forze giovanili alle lusinghe ed all’abbraccio delle organizzazioni criminali?

Da allora sono trascorsi 26 anni ed oggi la nostra terra si trova nelle condizioni che sono sotto gli occhi di tutti : quei giovani delinquenti ed altri ancora sono cresciuti e diventati anch’essi prepotenti e spietati boss mafiosi che, per giunta, dispongono di una affiliazione e manovalanza giovanile molto più vasta di quella di 26 anni or sono. Forte di questo esercito, la ‘ndrangheta è diventata l’organizzazione criminale descritta dalla relazione della Commissione Parlamentare Antimafia, ha accumulato ricchezze immense in tutto il mondo, ha penetrato parti notevoli di assemblee elettive ed istituzioni pubbliche, è penetrata in tutte le pieghe della società, ha lavorato per costruire intorno a se anche legittimazione culturale e sociale.

La domanda di Arlacchi è, dunque, ancora drammaticamente attuale, nonostante sia giusto ed onesto riconoscere che parti importanti della magistratura e delle forze dell’ordine hanno compiuto il loro dovere : basta ricordare quanti di loro sono caduti ed i molti importanti risultati ottenuti nel tempo ed anche recentemente in Sicilia ed in Calabria. E’ vero, però, che l’azione giudiziaria e repressiva non può da sola debellare un fenomeno secolare che ha radici profonde e vaste. Quando è efficace, l’azione giudiziaria può colpire parti delle ricchezze delle mafie, parti del grumo di comando costituito dall’intreccio perverso tra grandi boss, politici ed imprenditori affaristi , ma per sconfiggerle, sradicarle ed impedirne la riproduzione è necessario isolarle, prosciugando il malessere sociale dentro il quale esse si muovono come un pesce nell’acqua. Un compito che spetta soprattutto alla politica e per il quale la sinistra, per fare per intero la sua parte, deve non solo mantenersi moralmente integra, denunciare e combattere tutte le forme di malcostume nella gestione della cosa pubblica ed, a questo fine lavorare per mobilitare le persone oneste di tutte le classi sociali e di tutti gli orientamenti politici, ma deve rispolverare anche uno strumento da molto tempo riposto perché a torto ritenuto desueto : la lotta di classe.

Per sconfiggere le mafie bisogna andare nei cantieri edili, nei grandi centri commerciali dove spesso miliardari mafiosi, travestiti da imprenditori, costringono i giovani ad un lavoro stremante, sottopagato, mentre ancora più grave, brutale, inaccettabile è, nelle campagne, lo sfruttamento di tantissimi lavoratori stranieri. Bisogna intervenire nel mercato del lavoro che oggi è largamente nelle mani delle mafie e di gruppi politici, clientelari ed affaristici. E’l’assenza dell’iniziativa politica e della lotta in questi ed altri campi del bisogno sociale che ha allontanato i giovani dall’impegno, li ha disgustati e convinti che anche la sinistra si è omologata al sistema dei poteri dominante.

E’ la caduta anche della speranza di un futuro migliore che ha indotto tanti giovani, i più deboli, a cedere alle lusinghe mafiose. Che la lotta di classe sia il terreno più efficace per sottrarre potenziali , adescabili giovani alla manovalanza mafiosa è dimostrato da una lettura seria della nostra storia. Sappiamo che è erroneo affermare che il fascismo aveva debellato la mafia. Tanto è vero che gli USA prima di sbarcare il loro esercito in Sicilia ricorsero alla mafia. La mafia durante il fascismo era un fenomeno presente anche nel proletariato agricolo in Sicilia ed in Calabria. Tanti vecchi compagni braccianti e contadini ci hanno raccontato che molti di loro si erano iscritti alla cosiddetta ‘onorata società’ per sentirsi qualcuno ed acquistare un apparente rispetto in un tempo in cui tutti i braccianti ed i contadini poveri erano considerati “ nuddu “, cioè nessuno, come aveva efficacemente scritto Leonida Repaci.

Furono la riconquistata libertà, la costruzione dei partiti comunista e socialista, delle organizzazioni sindacali, le lotte per la terra e poi quelle per il salario ed i diritti sociali che aprirono gli occhi e le intelligenze del proletariato agricolo e molti di quelli che per ‘annacarsi ( sentirsi qualcuno)’ si erano iscritti alla cosiddetta ‘onorata società’, la abbandonarono ed entrarono nelle organizzazioni politiche e sindacali perché capirono qual’era la vera battaglia da combattere per essere finalmente uomini liberi e non più “nuddu”. Fu la lotta di classe a rivolgere contro la mafia molte di quelle forze popolari, che prima per ignoranza erano al suo servizio. Basta ricordare i sindacalisti ammazzati in Sicilia. Le lotte dei braccianti e delle raccoglitrici di ulive o di gelsomino in Calabria. Oppure quell’altra lotta che non è adeguatamente conosciuta, perchè avvenuta quando l’attenzione dei mezzi d’informazione e dell’opinione pubblica era tutta concentrata sulla strategia della tensione e sul terrorismo.

Parlo di quella combattuta nella Piana di Gioia Tauro nella seconda metà degli anni `70. Quando, contro la mafia ed i suoi complici annidati anche nel governò, combatteva un vasto movimento di giovani, di lavoratrici, lavoratori e di disoccupati con cortei che, nelle strade centrali dei paesi, gridavano i nomi dei mafiosi che lucravano nei lavori di costruzione del porto, di sbancamento, di trasporto degli inerti e quelli dei loro amici politici di governo con i quali festeggiavano insieme, come avvenne con la posa della prima pietra, quando arrivò Andreotti.

Trent’anni fa i giovani erano alla testa della lotta perché in essa riponevano le loro speranze di conquistare un lavoro sicuro ed un avvenire migliore. Ed il PCI che era l’anima di quella lotta aumentava forza e consensi. E furono veramente profetiche le parole di Pietro Ingrao quando, nell’estate del 76 concludendo un’assemblea regionale, commentando la grande avanzata elettorale frutto soprattutto del voto giovanile, ammonì con queste parole :” guai a noi, guai alla democrazia italiana se a questi giovani che guardano a noi in attesa messianica non riusciremo a dare le giuste risposte”. Purtroppo le giuste risposte, in termini di lavoro e di crescita civile, non arrivarono. E puntuale come sempre in queste occasioni arrivò il riflusso, la sfiducia, e tanti di quei giovani furono adescati ed attratti dalle lusinghe delle organizzazioni malavitose.

Non c’è alcun dubbio che la lotta alla mafia per essere vincente deve coinvolgere le persone pulite ed oneste di tutte le classi sociali e di tutti gli orientamenti politici. E’molto importante, quindi, aiutare e sostenere il nuovo orientamento sorto in Confindustria siciliana, sperando ed operando affinché si consolidi ed estenda dappertutto. Sottoscritto e sottolineato questo convincimento, in modo che non possano sorgere dubbi e false interpretazioni, non dobbiamo dimenticare, soprattutto noi che vogliamo essere la sinistra italiana, che la lotta di classe è uno strumento fondamentale , perché è il solo capace di prosciugare quel grande malessere sociale e giovanile, dentro il quale le mafie attingono manovalanza e consenso.

E’ certamente vero che la testa del serpente mafioso è costituita dai boss che con la violenza hanno costruito le loro fortune, dai rappresentanti politici ed istituzionali che con essi colludono,e da quel mondo delle professioni e dell’imprenditoria che con essi è in affari. E’ altrettanto vero che le basi di massa, il maggior numero degli affiliati risiede in forze sociali popolari che si sentono abbandonate ed alle quali è mancata una sinistra capace di costruire politiche e lotte credibili ed efficaci a dare risposte ai loro bisogni. Se saremo capaci di costruirla ( questa sinistra unita, rinnovata, immersa nei bisogni del nostro tempo) daremo un contributo decisivo per isolare e sconfiggere le mafie e liberare il Mezzogiorno e l’Italia dalla piaghe più perniciose che li affliggono.

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