Nel 1997 una dura e lunga lotta impegna i lavoratori civili della base di Sigonella in uno scontro con la controparte Usa. Una esperienza unica in Sicilia, sia per la durezza della vertenza che per le particolari condizioni ambientali in cui si svolge. Una esperienza segnata da grandi solidarietà e numerosi tradimenti, slanci generosi e comprensibili paure. Un protagonista di quelle vicende racconta quanto accaduto e ci invita a non dimenticare

     

Scritto da Tano Ventimiglia


“Ecco la fiera con la coda aguzza, che passa i monti, e rompe i muri e l’armi ! Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!” (Inferno XVII, 1-3)

Durante l’estate scorsa un mio amico pisano ha voluto invitarmi, bontà sua!, ad un incontro-dibattito sul tema : “Il ricatto del lavoro, le prospettive della “Guerra infinita”. Lo aveva organizzato insieme al “Comitato per lo smantellamento e per la riconversione a scopi esclusivamente civili della Base Usa di Camp Darby”. In quell’occasione con me nel capoluogo toscano, che visitavo per la prima volta, saggisti, studiosi, ricercatori, politici. E compagni, di quelli coi quali puoi ancora parlare e condividere ideali e aspirazioni, di quelli che hanno ancora il cuore caldo, che non si sono piegati, che ci credono ancora. Sono stato tra loro con la mia rozzezza, e con la mia passione di sempre, nonostante gli anni che “imbiancano” ed il mio brutto diabete. A quell’incontro erano stati invitati anche i lavoratori di Camp Darby, le istituzioni locali, i sindacati, i partiti…..Ma loro non c’erano, non ci sono venuti. Ed io ero stato invitato per portare “dalla Sicilia un’esperienza di lotta e solidarietà”: una testimonianza, insomma, di quello che era accaduto a Sigonella, ai lavoratori della Base Usa-Nato, nel Maggio del ’97. Così, quando venne il mio turno, presi a parlare, ultimo della “scaletta”. E prima che a parlare, a ricordare. I fatti, gli interrogativi, le sensazioni, le proteste, e poi ancora i fatti. Ed infine un libro, che quei fatti li racconta un anno dopo, con molte illusioni allora ancora vive…..

“… E le stille di sudore di questa lotta alimenteranno per sempre questa terra, che rifiuta un confine fatto di cancelli, come semi d’un frutto di melograno frantumato nel palmo di una mano, nel pugno chiuso”. Si chiude con queste parole tratte da una poesia di Vincenzo Gagliano la quarta di copertina del libro “Il popolo dei cancelli”, un modesto lavoro a più mani realizzato dai protagonisti di quella vertenza esaltante ed amarissima esplosa ai cancelli di Sigonella appunto nel maggio del ’97, e dedicato “all’eroica lotta dei portuali di Liverpool”.

La Base Nato di Sigonella è in parte amministrata dal Ministero della Difesa ed è la sede del 41° Stormo antisom dell’Aeronautica Militare Italiana; in altra parte è amministrata, per la Nato, in forza dei trattati internazionali di alleanza atlantica, dal governo degli Stati Uniti ed è sede della Marina Militare Americana.

La vicenda ebbe inizio il 17 aprile, giorno nel quale i rappresentanti sindacali aziendali vennero convocati dall’amministratore delegato dell’Alisud, società che per 20 anni, ininterrottamente, aveva gestito in regime d’appalto i servizi aeroportuali presso lo scalo. La comunicazione fu secca e senza fronzoli: gli americani avevano deciso la rescissione anticipata unilaterale del contratto, la cui scadenza era prevista nel luglio del ’98, perché, ci riferì il dirigente aziendale, era risultato aggiudicatario per gli anni successivi un consorzio di imprese costituito da tre società a responsabilità limitata: la Pae, l’Aviation management e la Climega sud. Fu un fulmine a ciel sereno, ed un fatto senza precedenti nell’ambito dei servizi aeroportuali a Sigonella. L’offerta vincente prevedeva un ribasso tra il 42 ed il 43% e questo ci impensierì tutti. Raccogliemmo le indispensabili informazioni relative ai nostri nuovi interlocutori per capire attraverso quali criteri il suddetto consorzio avrebbe potuto mantenere livelli occupazionali, salario e normative discendenti dal contratto collettivo nazionale degli aeroportuali e dagli accordi allora vigenti tra azienda e lavoratori. Nei 30 giorni che seguirono scoprimmo che la Pae era una ditta di costruzioni edili, aveva la sua sede ad Arlington, in Virginia, a pochi passi dalla sede della Cia, ed aveva forti appoggi da alcuni membri del Congresso; era stata costituita negli anni del Vietnam, da un gruppo di imprenditori legati all’amministrazione a stelle e strisce e la sua fondatrice, nonché primo presidente era stata la moglie di Lyndon Johnson. L’Aviation management era un’appendice dell’Airlines representative european ed era stata creata proprio per tentare “l’avventura” di Sigonella. Climega sud era una cooperativa di Fiumefreddo, in provincia di Catania, che si occupava di termoimpiantistica…(!)

Il 30 aprile, dopo un primo tentativo di incontro andato a vuoto, i sindacati richiesero una convocazione che il consorzio fissò per il 9 maggio.

Cominciarono frattanto ad arrivare le lettere di licenziamento ai dipendenti, da parte dell’Alisud: l’azienda ci informava che la nuova società di gestione non intendeva effettuare alcuna assunzione attraverso lo strumento del passaggio diretto ed immediato. Dopo le prime due assemblee generali dei lavoratori di Sigonella e Capodichino, anch’essi dipendenti dell’Alisud, venimmo a conoscenza del fatto che alle perplessità del comando americano sulle conseguenze reali di un simile ribasso, un rappresentante del consorzio lo aveva rassicurato dicendo che alcuni sindacalisti della capitale si erano impegnati a garantire la buona riuscita dell’operazione. Dalla fine di aprile al 16 maggio i dirigenti del consorzio contattarono telefonicamente alcuni capi-settore per offrire loro posizioni prestigiose se avessero offerto i loro servigi nel traghettamento da una società all’altra. Il 9 maggio, dal confronto tra il consorzio ed i rappresentanti sindacali territoriali di categoria, non fu possibile cavare un ragno dal buco. Il consorzio dichiarò apertamente la propria volontà di aggredire livelli occupazionali retributivi e normativi dei lavoratori in assoluto dispregio delle clausole di salvaguardia contenute nel capitolato d’appalto. La mancata accettazione, da parte dei lavoratori, delle nuove condizioni di lavoro avrebbe comportato, dissero, la non riassunzione del personale, ed il ricorso alla loro manodopera dagli Stati Uniti. Fu così proclamato lo stato d’agitazione ed indetta la prima manifestazione dei lavoratori, con le loro famiglie, davanti ai cancelli di Sigonella. Non era mai accaduto. Furono tentate altre trattative e contemporaneamente organizzate manifestazioni all’Ufficio provinciale del lavoro di Siracusa, competente per territorio, ed al Ministero del lavoro, in Roma. Il 18 maggio fu organizzato un presidio di 12 ore davanti alla base nell’occasione di uno spettacolo delle Frecce tricolore. Tutti i visitatori della base, quel giorno, ricevettero un volantino bilingue nel quale si spiegavano le ragioni delle agitazioni e dei presidii ai cancelli. Uno dei sindacati si defilò prestamente dal teatro della lotta e delle proteste, che col tempo crescevano in quantità ed in qualità. Si giunse al 31 maggio, ultimo giorno di gestione dell’appalto da parte dell’Alisud. Quindi un altro sindacato si ritirò in buon ordine, facendo firmare ai propri iscritti contratti-capestro senza peso e senza dignità. Per 18 giorni, sotto un sole cocente, picchetti e servizio d’ordine ai cancelli, 24 ore su 24, impedirono l’accesso di crumiri e sindacalisti filo-aziendali che tentavano di soccorrere i nuovi padroni in difficoltà. Il ritmo delle iniziative per una risoluzione positiva della vertenza non è mai rallentato. Quello che ormai era definito un popolo, il popolo dei cancelli, appunto, aveva percorso tutte le vie possibili ed immaginabili affinché i propri uomini potessero continuare a vivere del loro salario presso quel luogo riarso ed impervio, da sempre fitto di domande incalzanti e di ineludibili contraddizioni. Certo stavolta c’erano i politici, le istituzioni, le televisioni e i giornali ai cancelli di Sigonella, ed almeno uno tra quei mille conflitti sopiti era esploso, e la sua deflagrazione aveva, sia pure a fatica, scosso l’indifferenza di quelle due province pigre e sonnolente tra le quali si estende l’impianto militare. Il 9 giugno un ingente schieramento di polizia e carabinieri chiudeva il “popolo dei cancelli” nel tratto di strada antistante gli ingressi est ed ovest della base. Fummo caricati, colpiti, feriti, trascinati sui cellulari e tradotti a sirene spiegate nelle varie caserme di Catania: tutti; uomini, donne, vecchi, ragazzi. Due bambini furono scaraventati nei lunghi fossati fangosi che delimitano la strada. E quando tornammo davanti alla base erano già trascorse 9 ore e per la prima volta la rabbia aveva superato la lucidità; ma la stanchezza non aveva smorzato la forza dei diritti, né il vigore della protesta. Il 18 giugno a Roma due sindacati su tre siglano “l’accordo della vergogna”, un’intesa spregiudicata e vile cucita sulla carne dei lavoratori, che della riduzione del contratto pagavano interamente la spesa. Il patto scellerato doveva in qualche modo essere “onorato” e perciò dall’indomani i lavoratori, scaricati da sindacati gialli e dichiaratamente di “regime”, furono costretti ad entrare da coloro ai quali avevano delegato il loro destino e che consideravano l’argine necessario ed insostituibile per le loro tutele e per il loro salario. Un primo errore di cui molti poi si pentirono amaramente. Le avanguardie politico-sindacali tra i lavoratori tennero fede ad un percorso resistenziale senza precedenti, e fu un appalto tormentato. La lotta continuò nonostante tutto per 42 mesi ed oltre; e tanto durò il perverso logorio delle coscienze condotto sul filo delle promesse e dei ricatti da parte dei capi-settore e dei funzionari del nuovo consorzio che intimando ricordavano quale fine avessero fatto gli “oltranzisti” e i “massimalisti” di quella “maledetta” protesta (licenziati, puniti e vessati in mille maniere). 4000 ore di sciopero a singhiozzo e senza preavviso, blocchi stradali, un interminabile sciopero della fame, con conseguenze irreversibili, nuovi picchetti ai cancelli sono stati la risposta decisa e durissima contro i licenziamenti, i demansionamenti e i tagli, contro lo strapotere padronale, la sua arroganza e le sue provocazioni. Una seconda, severa autocritica si impone, in relazione allo scemare della protesta dopo oltre 3 anni e mezzo di tenaci rivendicazioni nel segno della solidarietà e del reciproco sostegno tra i lavoratori in lotta. Se la prima volta l’evidente errore commesso consisteva nell’aver accondisceso alle indicazioni fasulle ed interessate delle segreterie sindacali, stavolta era il dubbio a far gioco per l’azienda; l’addebito in busta paga per le ore di sciopero di circa mezzo milione di lire al mese per 140 tra operai e impiegati, le tensioni legate ad alcuni espedienti cui taluni hanno fatto ricorso, come le ferie e la malattia nei giorni dello sciopero, le posizioni ambigue e fuorvianti degli “incerti” determinarono un progressivo ripiegamento, che in gran parte vanificò gli sforzi sino ad allora compiuti. Il consorzio perse l’appalto nel novembre del 2002 e l’Alisud, ormai anch’essa consorziata con altri due colossi delle gestioni, tornò a Sigonella, riducendo ancora lo stipendio, sia pure di pochi euro, e mantenendo lo stesso orientamento del precedente consorzio. Il taglio del costo del lavoro per il quale era stata selezionata la Pae Am, era ormai una acquisizione consolidata; l’Alisud non ha mai pensato di sanare o di mitigare la tragedia del ’97. Anzi! Ha mantenuto fuori dallo scalo un attivista del sindacato che aveva vinto il suo ricorso contro il precedente gestore, tanto in appello che in cassazione, ottenendo la reintegra presso la base di Sigonella, e lo ha trasferito altrove, lontano dai luoghi del ’97, dove sotto la cenere del tempo covano ancor oggi le rosse braci della resistenza e della speranza; rivelando così un unico disegno di sfruttamento e mortificazione. E poi ha anche licenziato un operaio–giornalista “in odor di antimafia” perché anni prima aveva espresso in alcuni articoli fondati dubbi sulla liceità della guerra; e poi ha continuato a vessare “quelli dello sciopero” come “meglio” ha potuto; e da ultimo ha anche aderito ad Assohandlers, come hanno tra l’altro fatto e per primi anche i soci di Pae-Am, sperando così di farla franca persino rispetto al rinnovo del CCNL del trasporto aereo e delle società di gestione aeroportuali, sottoscritto invece da Assaeroporti…..Perciò, cambiano i musicanti ma… La notizia di questi giorni è che gli americani si appresterebbero ad attuare su Sigonella una strategia analoga a quella condotta su Camp Darby, cancellando settore dopo settore quelli considerati “poco produttivi” o duplicando a distanza di un decennio l’ormai collaudata esperienza della rescissione anticipata ed unilaterale del contratto, favorendo così, in nome del risparmio, l’affermazione di un’altra azienda che “costi meno” oppure, trattati internazionali e governo permettendo (!), di un’agenzia governativa paramilitare in grado di assorbire una grossa parte, se non la totalità, dei servizi. La nuova manovra porterebbe notevoli ridimensionamenti occupazionali e, manco a dirlo, salariali. Non c’è più nulla da ridimensionare invece sul piano normativo, perché non ci sono più le norme…

Sarà possibile riunificate le forze per una nuova stagione di lotte? Non lo so, ma è certo che stanno delineandosi tanto lo scenario che le condizioni….ci proveremo! Perché nessuno rimanga abbandonato a sé stesso, senza legami con la propria classe, tra le grinfie degli sfruttatori.

Le parole d’ordine dei lavoratori devono esprimere la loro opposizione di classe, i loro differenti interessi, i loro diversi obiettivi, contro una politica sindacale miserabile che spazia dall’inseguire il male minore fino alla cogestione delle imprese. Le maestranze di questo paese (non è un caso che si chiamino così…!) devono sentirsi in un unico fronte con i lavoratori di ogni paese ed imparare a riconoscere amici e nemici. Le imprese, i padroni, i capitalisti, sanno fare bene il loro mestiere; dunque, i lavoratori, i proletari, la classe operaia, imparino a fare altrettanto. La loro indiscutibile centralità sociale, la loro identità, la loro unità, la loro capacità operativa, devono essere valorizzate ed “investite”; la loro critica scientifica e spietata deve stigmatizzare le contraddizioni di un sistema economico iniquo ed aberrante. L’ingiustificabile estromissione di centinaia di lavoratori dal loro posto di lavoro, mentre si parla di ristrutturazione e potenziamento, altro non è che una palese provocazione ed un atto di estrema violenza. Nella mefitica palude di questi giorni convulsi e tristi, resta vitale il bisogno di un collettivo dotato delle armi dell’analisi, lucido e attento nella strategia, combattivo e coerente nella tattica, creativo e determinato nelle azioni, che dia vita ad una mobilitazione costante e senza cedimenti mantenendo sempre, parallelamente, ma senza illusioni, un tavolo aperto con le istituzioni. Il martello, insomma, non deve fermarsi, neanche sul piano dell’informazione, e per imprimere una decisiva accelerazione alla risoluzione delle vertenze in atto, bisogna che resti alto il livello del confronto, dotandosi i lavoratori di tutte le necessarie potenzialità utili al conflitto perché al lavoro non si rinuncia, come non si rinuncia ai processi di smilitarizzazione; e di pacificazione dovunque questo sia possibile. La riconversione ad uso civile della basi militari e degli aeroporti di guerra aumenta le possibilità di lavoro, non le elimina né le riduce. E se, nella gente c’è il timore che una prospettiva di riconversione possa restare intrappolata tra le reti della burocrazia va detto che i lavoratori licenziati dagli organismi militari operanti nel territorio nazionale nell’ambito della comunità atlantica hanno diritto all’applicazione ed ai benefici previsti dalla legge 98 del ’71 ed inerenti leggi a seguire, alle quali istituzioni e sindacati “dovrebbero” riferirsi. Ancora sulla smilitarizzazione: quando cresce la coscienza di un paese, questo non può essere e non deve essere considerato un danno. Tanto le responsabilità quanto la soluzione di quanto è accaduto a La Maddalena e sta accadendo a Camp Darby, o in qualunque altro luogo vanno cercate altrove, tra i lupi quindi e non tra gli agnelli… Ho letto le dichiarazioni di certa parte sindacale negli articoli apparsi sui quotidiani toscani. La parola più usata da un intervistato, che non fa mistero del proprio antipacifismo, è “purtroppo”. Ora a parte l’ineleganza della ripetitività, il termine è proprio di quelli che evocano sconfitta, impotenza, abbandono… Mi chiedo se non sia “prestino” per gettare la spugna e battere in ritirata. Del livore qualunquista dell’operaio anonimo che chiede ai pacifisti l’invito a pranzo o a cena preferisco non scrivere nemmeno. Da parte sua intanto il comando superiore americano ringrazia i lavoratori italiani per la lealtà e la dedizione dimostrate negli anni e con queste parole dà loro il benservito spiegando che la riduzione del personale è il risultato di uno studio imposto dal Congresso….. Nei fatti è vuota ed inconcludente anche la speranza di un semplice rinvio dei licenziamenti. Ritardare di dieci giorni o di tre mesi un’esecuzione non fa che aggravare l’angoscia del condannato e prolungare la sua agonia. Non esiste alcuna possibilità di una riduzione dell’organico che sia “indolore”, “che scongiuri problemi sociali”. Ha detto bene il sindaco livornese: “Non sappiamo fino a quando la base resterà aperta, ma fino a quando starà sul territorio italiano dovrà dare lavoro e non buttare fuori la gente”.

Il lavoro è una necessità immediata ed improrogabile, e perciò il governo deve intervenire. Non è possibile permettere che si faccia il bello ed il cattivo tempo sempre e soltanto sulla vita di chi lavora. Serve quindi un piano di lotta e non una “soluzione cuscinetto”, un piano di lotta che sappia opporsi fermamente anche alla segmentazione della vertenza; essa infatti diverrebbe un’arma letale nelle mani della controparte. Il diritto alla conservazione del posto di lavoro è un diritto di tutti i lavoratori senza alcun distinguo: alle ipotesi ventilate quà e là disordinatamente devono seguire, nel concreto, le conferme, i fatti, gli impegni ufficiali, le firme e le date reali (ed improcrastinabili) per la ricollocazione di tutti i lavoratori senza ulteriori “danni”. E bisogna imporre senza flessione né debolezza uno sbocco, un risultato a quella “trattativa” che ancora non c’è e che dovrà rappresentare degnamente il salario, le tutele, le garanzie per tutti i lavoratori, senza alcuna differenza che penalizzi alcuni avvantaggiando gli altri o viceversa. Dichiarare “estremo”, come ha fatto recentemente un sindacalista socialdemocratico toscano, un momento unitario di sciopero tra i lavoratori delle basi mi pare davvero assurdo, ma spiega un atteggiamento ampiamente diffuso e consolidato tra quelle forze che sembrano ormai irrimediabilmente piegate all’osservanza di tutte le regole borghesi, per le quali in ultima analisi a dover pagare sono sempre gli “ultimi”, senza alcuna eccezione. Nell’avviarmi rapidamente a concludere, vorrei parteciparvi poche righe tratte da una “poesia in forma di lettera” scrittaci da un nostro amico, un anno dopo i fatti di Sigonella. Sono parole che vorrei giungessero a tutti come una espressione di solidarietà militante ma anche come un’esortazione: “…Sono stato dei vostri, che onore per me poterlo scrivere adesso, accanto alle parole salde e calme della vostra lotta. Non siete più gente che fa un mestiere, ora siete pece nei passi dei profittatori, sabbia nei loro occhi, siete colla che tiene insieme dignità e pazienza, siete la trasmessa eredità di un secolo di offesi in rivolta e di prepotenti sbaragliati. Vostro Erri De Luca”.

Raccontai loro questi fatti, quella sera a Pisa; dissi loro queste cose. Quando terminai il mio racconto e tornai a sedere al mio posto, i presenti, che avevano avuto la gran pazienza di ascoltarmi, applaudirono e poi, quando ci salutammo, si intrattennero a lungo con me ringraziandomi. Ma io non sono un gran parlatore e perciò sto ancora oggi, sinceramente, chiedendomi il perché. Forse, ho pensato, perché la memoria ha un gran valore e, se la conserviamo può servire a grandi cose.

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