Il tema del Mezzogiorno non è da tempo centrale nell`agenda politica. Quando viene affrontato, l`approccio è sempre uguale: il Sud sembra abitato da eterni minorenni incapaci di realizzare qualcosa di positivo solo a motivo del male subito da parte dello Stato centrale. L`assenza dello Stato è l`eterna lamentazione, anche quando la presenza dei fondi, assunzioni ed investimenti è staripante. La dura analisi di un ricercatore universitario, nato nel Meridione ma costretto a lavorare a Londra.

     

Scritto da Giuseppe Veltri


Recentemente, in alcuni circoli culturali, si e’ riproposto la lettura e discussione del noto e stimolante saggio di Pascal Bruckner “il singhiozzo dell’uomo bianco” sui pericoli del terzomondismo sfrenato. Quando fu pubblicato nella Francia degli anni ‘80 provoco’ un certo clamore: un intellettuale di sinistra si scagliava contro la propensione acritica del ridurre tutti i mali del cosidetto Terzo Mondo all’influenza e la storia coloniale occidentale. Riflessione nata dopo la delusione seguita alla conquista dell’indipendenza e successivi disastri della Cina, del Vietnam, della Cambogia, dell’Etiopia, dell’Angola, dell’Iran.

Questo saggio mi ha portato a riflettere su una declinazione di questo fenomeno in versione italica, ovvero il Mezzogiornismo. Durante questa campagna elettorale che sembra avere i toni pacati e dove ogni schieramento vuole indurre l’opinione pubblica alla responsabilita’ (soprattutto in ambito economico) non promettendo miracoli, c’e’ una sola eccezione a questa tendenza: i problemi del Mezzogiorno d’Italia.

In campagna elettorale, ogni candidato adotta una sorta di terzomondismo verso il Sud, perpetua ancora in modo mal celato quel senso di superiorita’ che fa si che si continui a considerare i cittadini del Sud dei soggetti a responsabilita’ limitata, degli eterni minorenni incapaci di realizzare qualcosa di positivo solo a motivo del male subito da parte dello Stato centrale. Sono tutti pronti a promettere piu’ soldi, maggiori investimenti ed infrastrutture ma nessuno punta l’indice verso le responsabilita’ dei meridionali dicendo: “Sei stato trattato male in passato, ma poi hai continuato a sbagliare da solo per decenni”.

Alla domanda, di chi e’ la colpa dei problemi del SUD? La maggior parte dei meridionali dice che e’ dell’assenza dello Stato. Ma anche la maggior parte della politica non meridionale concorda e preferisce adottare questo vittimismo come modo privilegiato per trattare con il Sud.

A Bassolino e Loiero non si chiedono le dimissioni perche’ la Campania e la Calabria sono regioni di frontiera, dove si sospende il buon senso e la pratica comune. C’e’ bisogno di un trattamento speciale. I politici del Sud non vengono giudicati come quelli del Nord nelle segreterie dei partiti, anche per loro vige il regime di responsabilita’ limitata, non e’ colpa loro se sono cosi’ “diversi”. L’alimentare gli alibi del vittimismo piu’ estremo diventa il processo con cui si normalizza l’anomalia. Il Sud e’ fatto cosi’, pazienza. Si concede ai meridionali di essere vittime e allo stesso tempo non si deve prendere l’impegno di un vero e radicale cambiamento.

Significa chiedere che il mezzogiorno venga trattato come il resto d’Italia nell’individuazione delle responsabilita’. Bisogna dire al cittadino meridionale che lui e’ anche responsabile di quello che accade, che lui e’ parte del problema del Sud, che e’ un problema soprattutto culturale. E non puo’ essere facilmente etichettato come un qualcosa di esotico, una societa pre-moderna clientelare che ci teniamo come riserva indiana per avere del folklore in casa.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.