La raccolta differenziata è costosa ed ancora poco efficace. Ma in Sicilia e nel resto d`Italia questo settore non decolla: fino ad oggi ha prevalso il business della discariche e nel futuro ci sono solo inceneritori. Eppure separando solo l`umido, la raccolta indifferenziata ed il riciclaggio a valle fatto da adeguate industrie possono risolvere il problema dei rifiuti, rendere inutili gli inceneritori, creare una vera economia e molti posti di lavoro. “Ma la politica”, dice un`imprenditore della provincia di Catania che queste cose le fa già “è sempre lenta a recepire le novità…”

     

Scritto da Claudio Floresta

In Italia si producono oltre 32 milioni di tonnellate di rifiuti urbani (RU) ogni anno, cioè circa 539 Kg per abitante. Il dato è annualmente in crescita di oltre due punti percentuale e ci allontana ulteriormente dall`obiettivo che si era posto l`Unione Europea, ovvero ridurre a 300 chili pro capite/anno la produzione urbana di rifiuti.

Con una magra consolazione: in Europa occidentale la situazione non è molto diversa e la media di rifiuti prodotta è di 577 Kg. Migliori le performances per le politiche di riciclaggio che hanno registrato un incremento generalizzato, con picchi del 60% dei rifiuti urbani riciclati come accade in Austria a Paesi Bassi. E verso quest`opzione spingono tutte le linee guida di Bruxelles: recupero e riciclaggio creano posti di lavoro, più di quanti può darne il sistema della termovalorizzazione. E sono più sani per l`ambiente.

Se si usano materiali riciclati non sarà più necessario estrarre minerali, petrolio e abbattere foreste come si fa oggi ed essendo i procedimenti di recupero molto più semplici dell`estrazione si ha un notevole risparmio energetico con una diminuzione di gas serra ed emissioni inquinanti. Basti pensare che in Italia la riduzione dei consumi energetici associata al riciclo è pari a circa 15 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (tep), a fronte di un consumo nazionale pari a circa 190 milioni di tep e la riduzione di emissioni climalteranti associate al riciclo è stimabile in 50 tonnellate di CO2 equivalente, a fronte di un totale nazionale di 533 milioni di tonnellate, di cui 128 dell`insieme delle attività industriali.

Numeri, questi, che comprovano le potenzialità di questo settore che in Italia smaltisce, o meglio assorbe, attraverso il sistema della raccolta differenziata (RD), il 25% circa della produzione totale dei rifiuti urbani: un dato in aumento ma che ci colloca comunque ben al di sotto di quel 35%, da raggiungere entro il 2003, prefissato dal famoso decreto Ronchi del `97. Secondo un`indagine sull`industria del riciclo realizzata dalla Commissione Ambiente della Camera, il settore del recupero e del riutilizzo dei rifiuti è cresciuto molto più dell`industria italiana nel suo insieme con un indice del più 5% nel periodo 2000-2004, contro un più 3,8% nello stesso periodo per l`industria nel suo complesso. Questi sono i valori medi nazionali, ma cosa succede se analizziamo i dati per aree geografiche?

Il caso Sicilia

Scendendo giù nella cartina le cose non vanno bene, infatti, mentre il Nord, con un tasso di raccolta differenziata pari al 38,1%, supera ampiamente il tetto del 35%, il Centro e il Sud, con percentuali rispettivamente pari al 19,4% ed all`8,7%, risultano ancora decisamente lontani da tale obiettivo.

In Sicilia, dove la produzione annua di rifiuti è di 2.600.000 tonnellate, la raccolta differenziata è attestata su un magro 5-6% nonostante il Piano rifiuti varato dalla Regione nel 2002 dicesse che: “(…) si prevede che le percentuali di raccolta differenziata non possono essere inferiori al 15 per cento entro il 2003 e al 25 per cento entro il 2005 e poi, a regime, in base al D.L.gs 22/97 (decreto Ronchi), al 35 per cento. (…) tutti i Comuni della Regione siciliana dovranno attuare o la raccolta differenziata monomateriale (un contenitore per ogni frazione) o, con alcune limitazioni, multimateriale (contenitore unico per più frazioni)”.

Infatti nella classifica stilata da Legambiente dei 1150 comuni `ricicloni` – cioè che hanno superato il 35% di RD – non ce n`è neanche uno siciliano; molto fuori da questa lista, troviamo il comune di Enna con l`8% di RD e a seguire quelli di Messina, Siracusa, Palermo, Caltanissetta, Trapani e in ultimo Catania.

Del resto il piano regionale dei rifiuti, tutto proteso alla realizzazione dei quattro termovalorizzatori, è ben lontano dall`attivazione di promozioni di accordi e contratti di programma finalizzati alla prevenzione ed alla riduzione dei rifiuti e favorisce una deriva di deresponsabilizzazione delle province e dei comuni sui temi della raccolta differenziata.

Deriva iniziata con la nascita nel `99 degli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) fortemente voluti dal Presidente Cuffaro, un carrozzone di ventisette società per azioni a partecipazione interamente statale che dividendo la Sicilia in altrettanti cantoni avrebbero dovuto garantire per conto dei comuni la gestione dell`acqua e dei rifiuti. Le uniche cose che hanno garantito sono state, posti di lavoro per certe reti clientelari e un passivo totale di oltre quattrocento milioni di euro, tant`è che ora si vogliono ridurre drasticamente a quattro. Ma c`è chi le cose riesce a farle funzionare bene e senza attingere al denaro pubblico.

L`imprenditore illuminato

Giuseppe Monaco ha 49 anni e dal 2000 gestisce a Ramacca, in provincia di Catania, un impianto di compostaggio e di selezione per la differenziazione a valle dei rifiuti solidi urbani (RSU); la sua impresa ha due peculiarità: è stata costruita senza alcuna sovvenzione pubblica ed è l`unica in Sicilia a realizzare con la gestione finale il recupero dei materiali che arrivano anche come rifiuto urbano tal quale indifferenziato.

Lo abbiamo incontrato nella sua azienda per farci spiegare come funzionano le cose.

– Come mai la scelta di un impianto di differenziazione a valle visto che sia il decreto Ronchi che le indicazioni del piano regionale dei rifiuti indicano nella raccolta differenziata a monte – cioè quella fatta dai comuni con il porta a porta e con le campane per la RD – il modello da seguire nelle strategie di recupero dei rifiuti?

È che la politica è sempre un po` lenta a recepire le cose. Provate a indovinare quante bottiglie di plastica possono entrare in una campana di raccolta: 20, forse 30 chili di PET? Pensate che per raccogliere quei 30 chili saranno necessari comunque un camion, un autista, un manovratore e uno che aggancia la campana. Pensate ai costi delle campane, ai costi delle campagne di sensibilizzazione spesso malriuscite, ai costi dello smistamento e all`inquinamento prodotto da tanti mezzi in movimento. Da noi arrivano rifiuti indifferenziati da un bacino di oltre 100.000 persone e con una ventina di operai e l`aiuto di qualche macchinario riusciamo a recuperare i materiali per il riciclaggio. Questo ci ha permesso di abbattere i costi della raccolta differenziata a monte di circa il 50% abbassando a 80€ a tonnellata i 120€ che i comuni normalmente spendono, rendendoci anche competitivi con il metodo del conferimento in discarica che attualmente costa tra gli 80 e i 110 euro a tonnellata. Il nostro sistema, inoltre, semplifica la vita per i cittadini che tutt`al più devono preoccuparsi di separare solo la frazione umida. Guardate che non sono il solo a dirlo, già in altre parti del mondo si sono resi conto di ciò e cominciano ad implementare questo tipo di raccolta. Quali sono i materiali che recuperate e qual è il loro valore di mercato? Quello che vale di più è l`alluminio delle lattine che viene pagato a 800 euro a tonnellata, poi c`è il polietilene teraftalato (PET) delle bottiglie a 80 euro, il polietilene ad alta e a bassa densità (HDPE e LDP) dei contenitori e delle buste di plastica a circa 50 euro e i materiali ferrosi a 40 euro. Poi c`è il compost di qualità fatto di rifiuti organici, compresi il verde e la carta non inchiostrata, a circa 10 euro a tonnellata che viene utilizzato come fertilizzante la cui composizione rientra fra i parametri prescritti per il biologico, molto utile ai fini del ripristino di un adeguato tenore di sostanza organica nei suoli. Resta circa un 10% di non riciclabile che diventa per la maggior parte combustibile da rifiuto mentre solo il 2-3% va a finire in discarica.

– Quindi un`economia reale, che crea posti di lavoro…

Certo, a fronte dell`ipotesi dei quattro termovalorizzatori che in Sicilia dovrebbero creare occupazione per circa 1000 persone, io credo che solo gli impianti di differenziazione possono dare lavoro a circa 3000 persone, senza considerare la conseguente crescita di tutto l`indotto dell`industria del riciclaggio che oggi recupera materiali quasi esclusivamente dal settore dei rifiuti speciali – batterie, olî, ospedalieri, ecc. – e, soprattutto, dei rifiuti da imballaggi con qualche provenienza dai rifiuti della raccolta differenziata ( soprattutto plastica e carta).

– Che riscontri ci sono stati e quali comuni vi inviano i rifiuti?

Veramente noi, in Sicilia, riceviamo rifiuti solidi urbani indifferenziati solo da Sigonella. Non ci sono comuni con i quali siamo riusciti a fare accordi, nonostante il corrispettivo del servizio con recupero sia più competitivo rispetto al costo di discarica; il resto ci arriva dalla Campania, come frazione umida raccolta separatamente visto che la legge permette di far viaggiare i rifiuti se destinati al recupero senza i limiti regionali prescritti invece per le attività di smaltimento. Purtroppo con gli ATO, la Regione ha costretto i comuni a unirsi per una gestione integrata dei rifiuti e, con grosse gare per l`aggiudicazione dei relativi appalti, i grandi gruppi – Amia di Palermo per Ionia Ambiente CT1 e Kalat CT5 e ATO ME4, Gesenu di Perugia ATO ME2, consorzi di imprese locali SIMCO associati a imprese extraregionali – hanno avuto la meglio sulle piccole imprese e cooperative non potendo queste essere competitive per progetti così complessi, il tutto con perdita secca di posti di lavoro delle imprese locali. Per quanto riguarda il futuro non si prevede niente di buono, infatti nella bozza del testo della convenzione (la versione definitiva, sebbene richiesta da diversi parlamentari siciliani, non è mai stata resa) tra la Regione e le aziende appaltatrici per il nuovo piano di gestione integrata dei rifiuti si parlava di un impegno a non consentire a terze aziende di svolgere attività con quanto oggetto della convenzione. A questo, però, le piccole aziende si sono ribellate e sono partiti una serie di ricorsi al TAR di cui si aspettano ancora gli esiti definitivi.

Ultimi sviluppi

Per il momento i quattro termovalorizzatori hanno avuto un doppio stop: dal Ministero dell`Ambiente e dall`Unione Europea. Il Ministero ha ritirato le autorizzazioni alle emissioni in atmosfera, sostenendo che i nulla osta fossero illegittimi. Si tratta dei permessi che autorizzano a scaricare nell`aria i fumi generati dalla combustione dei rifiuti. Fumi che, nel caso degli impianti siciliani, saranno particolarmente tossici, vista l`alta percentuale di rifiuti non differenziati che il piano della Regione prevede di incenerire. Nel caso del termovalorizzatore di Bellolampo la procura ha messo i sigilli al cantiere ipotizzando il mancato rispetto del principio di concorrenza nella procedura d´appalto e della normativa in tema di difesa dell´ambiente.

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