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Le Nazioni Unite ad Haiti: soluzioni e problemi

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La missione ONU ad Haiti doveva “garantire la pace e ottenere la stabilizzazione del paese”. Si sono raggiunti questi obiettivi? Dalla capitale ai margini dell`isola, un reportage su un pezzo di America Latina che non riesce a guarire le ferite dei regimi militari e delle lotte tra seguaci e nemici di Aristide.

     

Scritto da Barbara Meo Evoli

Il secretario generale dell’ONU, Ban Ki Moon, si era dichiarato il primo agosto a favore di una proroga di 12 mesi supplementari della Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti (MINUSTAH). Luiz Carlos da Costa, il rappresentante speciale aggiunto per la Missione, ha sostenuto che saranno necessari 4 anni in piu’ per raggiungere gli obiettivi prefissati. Il 15 ottobre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato a favore della proroga di 12 mesi del mandato della MINUSTAH. La comunità internazionale ha rinnovato l’appoggio a tale Missione, rispetto alla quale il presidente haitiano René Preval si era pronunciato a favore dinanzi all’Assemblea generale della ONU.

Dopo piu’ di 3 anni dall’invio della forza multinazionale ad Haiti, la proroga di una Missione che costa piu’ di 500 milioni di dollari all’anno si giustifica solo con la prova di risultati notevoli per il paese. Secondo la risoluzione 1529 (2004) del Consiglio si Sicurezza la missione ha come finalita’: “garantire la pace e ottenere la stabilizzazione del paese”. Si sono raggiunti questi obiettivi?

Analizzando la situazione socio-politica di questa frazione di isola, e’ necessario differenziare la capitale dalle province. Difatti Porto Principe e’ stata la zona dove si concentrava la maggior parte delle bande armate, oltre a una piccola regione nel nord (Gonaïve), invece le province non hanno mai registrato alti livelli di violenza. Per questo motivo, prima e dopo l’intervento della forza internazionale, la capitale e’ stata scenario di lotta tra le bande contro e a favore del ex presidente Jean-Bertrand Aristide. Con la perdita dell’appoggio di chi lo aveva votato, nel 2004 l’allora presidente di sinistra fu destituito con un colpo di stato, operato dall’opposizione borghese alleata dei paramilitari del periodo della dittatura di Raoul Cedras (1991-94) e dei Duvalier (1957-86), con la cooperazione degli Stati Uniti. Joanny de Matteis, vice-console onorario d’Italia ad Haiti, afferma che nel suo ufficio a Porto Principe (Av. Haile Selassie 28) prima del colpo di stato si sono riuniti André Apaid, dirigente dell’opposizione haitiana, con Collin Powell, allora secretario della difesa degli USA, per concertare un’azione nell’isola.

Secondo l’inchiesta da me portata a termine a Porto Principe nel giugno scorso su un campione di 150 cittadini, il 95% degli intervistati hanno affermato che il livello di sicurezza del paese e’ migliorato a partire da febbraio, momento in cui la MINUSTAH era stanziata da due anni sul territorio. La domanda che si ponevano gli stessi haitiani era allora perche’, con tale presenza militare, gli effetti reali di stabilizzazione si sono percepiti cosi’ tardi.

Oggigiorno i bambini non sono piu’ rinchiusi nelle loro case, possono di nuovo uscire per le strade dei quartieri popolari, la paura dei sequestri generalizzati che vigeva fino al mese di maggio non c’e’ piu’. I giovani hanno ricominciato a uscire la sera, considerando che, qualche mese fa, le otto corrispondevano a un coprifuoco virtuale. La cifra dei sequestri e’ diminuita considerevolmente nel trascorso del 2007, attualmente si registra 10 volte di meno il numero di sequestri di gennaio. La vita degli haitiani sembra essere tornata alla normalita’ comparata con la situazione di dicembre 2006, mese in cui la capitale e’ stata colpita dalla spirale dei “kidnappings” attuati dalle gang senza nessuna rivendicazione politica; queste sequestrarono perfino un pullman scolastico intero, cio’ determinando la decisione dell’autorita’ di chiudere anticipatamente le scuole.

Secondo i dati dell’Ospedale dell’Universita’ di Porto Principe, fra gennaio e novembre 2006 si erano registrati 721 assassinati nella capitale, invece da gennaio ad ottobre 2007 ci sono stati meno della meta’ degli omicidi dell’anno precedente. Questi dati hanno una spiegazione. Fino a dicembre 2006 l’attuale governo di Rene’ Preval tento’ di negoziare con le bande armate affinche’ consegnassero le armi, risultato impossibile raggiungere un accordo con queste, autorizzò l’intervento militare della MINUSTAH nei quartieri piu’ caldi della capitale. Le condizioni dell’accordo proposte dal governo e dalle bande armate non erano concertabili, poiché l’autorita’ prevedeva che con la cessione delle armi il possessore si sottoponesse a un processo giudiziario e in seguito gli si prometteva l’integrazione nella societa’, invece, le bande armate, in cambio della consegna delle armi richiedevano l’immunita’, soldi e visti per l’estero.

Attualmente la MINUSTAH ha arrestato la maggior parte dei leader delle gang, non vi e’ dubbio che cio’ ha sicuramente aiutato a stabilizzare il paese; ma sta di fatto che l’80% degli intervistati si domanda se i risultati ottenuti con le azioni militari saranno durevoli.

Nella maggior parte dei casi i presunti banditi sono stati arrestati senza armi, le quali quindi sono rimaste in possesso dei restanti membri dei gruppi armati e senza il corpo del delitto la giustizia haitiana non potrà condannare a molti imputati per mancanza di prove. Nella capitale si stima che vi sono in circolazione circa 250.000 armi, in possesso di varie bande di fazioni differenti. Tuttora sono armati: il movimento Lavalas che lotta per il ritorno al potere dell’ex presidente Aristide; gang che si finanziano con sequestri, estorsioni, traffico di droga e assasinati, e non appartengono a nessun partito politico; e una gran parte della classe borghese che vive asserragliata sulle colline al sud della capitale e ha collaborato al colpo di stato del 2004.

Inoltre, nel giugno scorso, Alix Fils Aime’, il presidente della Commissione nazionale per il Disarmo, Smantellamento e Reintegrazione (CNDDR) di membri delle gang nella societa’ ha annunciato, per causa del fallimento della strategia implementata, un cambio del programma (DDR) da lui diretto e attuato da agosto 2006. La CNDDR ha allora cambiato il nome del programma, attivo da quasi un anno, e lo ha trasformato nel programma di Riduzione della Violenza Comunitaria (RCV). Questo nuovo piano, oggigiorno vigente, focalizza la sua attenzione nella prevenzione e sensibilizzazione comunitaria della violenza.

L’inefficacia dell’antico programma DDR derivava dal fatto che si era impiantato un modello che si basava sulle esperienze di Sierra Leone e Liberia, due conflitti armati in cui i gruppi ribelli avevano firmato la pace e convenuto di abbandonare le armi, ciò non corrispondendo alla realtà haitiana. Il DDR praticamente si concretava in due azioni: il “disarmo volontario” di quelli che possedevano armi e il “disarmo forzato” delle persone scoperte ai check point con armi non registrate. In tutti e due i casi con il rilascio delle armi, il programma forniva un corso di formazione profesisonale o un micro credito agli ex banditi per il loro rinserimento nella societa’. In realta’ ci sono stati vari casi in cui partecipanti al programma DDR sono stati arrestati in flagranza di delitto; tali persone possedevano e utilizzavano armi mentre godevano dei privilegi per averle consegnate all’autorita’.

In conclusione, tenendo conto dello stato di miseria in cui vive il 75% della popolazione e l’alto tasso di disoccupazione, i risultati ottenuti dalla MINUSTAH con l’arresto dei leader delle gang non impediscono quindi un riarmo e una ricostituzione delle bande armate. D’altronde già vari banditi hanno tentato di ricostruire dei gruppi armati nella capitale.

Analizzando i quartieri più difficili di Porto Principe, si rileva che la MINUSTAH è presente dal 2005 a Cité Soleil, zona della capitale denominata di “non diritto” dove, prima dell’intervento dei peacekeepers né il sindaco municipale, né la polizia haitiana avevano accesso. Agli inizi degli anni ’90, Cité Soleil era la sede principale del movimento Lavalas che, dopo il colpo di stato, pretendeva il ritorno di Aristide; a partire dal 2003, per causa della mancata realizzazione delle promesse elettorali da parte di Aristide, il movimento perse la sua connotazione politica e i membri del braccio armato dell’organizzazione si convertirono in dei gangsters.

Oggigiorno il sindaco, Wilson Louis, ha ricominciato a lavorare nella sede municipale nel centro del quartiere, i bambini sono tornati a scuola, gli abitanti che erano fuggiti sono tornati nelle proprie case, le barche sono riuscite dal porto a pescare. Non si può negare quindi che la presenza dei militari della ONU ha contribuito in un certo modo a pacificare Cité Soleil.

Ma a che prezzo? Secondo i dati di Medici senza Frontiere, che opera nell’ospedale Saint Catherine ubicato nel centro del quartiere, solo nel luglio 2005 si registrarono 60 morti per gli scontri tra MINUSTAH e gruppi ribelli. Fra dicembre 2005 e gennaio 2006 ci sono stati 106 feriti per arma da fuoco, dei quali il 60% sono stati civili. A dicembre 2006, con l’inizio delle ultime operazioni portate avanti dalla MINUSTAH con il fine di occupare determinate basi delle bande armate, ci furono 47 feriti da arma da fuoco, dei quali il 10% sono stati civili. Le ultime azioni sono state dirette quindi a obiettivi strategici, superfici predeterminate e per questo causarono minori “danni collaterali”, ossia numero di vittime nella popolazione civile.

Oltre alla suddetta “zona di non diritto”, la MINUSTAH è riuscita a stabilire una base militare permanente dentro Martissant, altra zona della capitale considerata a rischio di convertirsi in una nuova Cité Soleil. La forza della ONU insieme alla Polizia nazionale haitiana (PNH) pattruglia questo quartiere arroccato sulle pendici di una collina nel sud della capitale, ciò determinando una diminuzione della violenza nella zona, secondo il comando MINUSTAH. La stessa fonte afferma che la popolazione, dimostrando di cooperare con i soldati, ha dato informazioni fondamentali sui membri delle cinque bande che facevano razzie nel quartiere, senza mai dipendere da nessun partito politico.

A Martissant, sempre secondo dati della MINUSTAH, a giugno per gli scontri fra bande armate ci è stato un saldo dieci volte minore di quello di gennaio, mese in cui i militari erano entrati nel quartiere e avevavo occupato una scuola come base principale del Comando. Questi dati non sono stati confermati da Khalil Sayyad, coordinatore dell’ospedale di Medici senza Frontiere al limite della zona, il quale afferma che la struttura curò, solo a maggio, 450 feriti per armi da fuoco e armi bianche e, a giugno, 150 casi, quando la MINUSTAH aveva registrato in questo mese solo 2 feriti.

Secondo l’inchiesta, il 70% degli intervistati, sebbene riconosce il grande contributo della MINUSTAH per migliorare la sicurezza del paese, considera la Missione della ONU come un’occupazione straniera del proprio territorio. Nelle province, dove non si sono mai registrati alti numeri di violenza, la popolazione, con un’espressione molto rappresentativa della considerazione che da alla MINUSTAH, denomina i militari TURISTAH.

Da sottolineare vi è anche il fatto che il 90% degli intervistati considera la polizia haitiana come un organismo molto corrotto e inefficiente. Facendo leva su un tale dato, la MINUSTAH giustifica la proroga della Missione con la necessità di una formazione professionale della forza dell’ordine locale prima di un eventuale ritiro. La portavoce della MINUSTAH, Sophie Boutaud de la Combe, sostiene che «la MINUSTAH dovrebbe rimanere 4 anni in più ad Haiti», calcolando che la Missione ha già formato 7.000 poliziotti e che per garantire la sicurezza del paese ne sono necessari 7.000 in più. Ma la collaborazione attuale fra PNH e MINUSTAH rappresenta una forma di apprendimento per la polizia haitiana o fomenta la sua dipendenza verso i soldati della ONU?

René Preval e Hédi Annabi, capo della MINUSTAH da settembre, coincidono sul fatto che la proroga della Missione è necessaria anche in un’altra fondamentale sezione di attività: la Giustizia. In quest’ambito il piano di azione della ONU consiste in: professionalizzare gli attori della giustizia, coadiuvare nella preparazione dei testi legislativi, creare un sistema di assistenza giudiziaria accessibile a tutti e riformare il sistema penitenziario.

«La Giustizia penale e il sistema penitenziario haitiano tuttora presentano gravi carenze. Si sono fatti molti progressi, però ancora non ci siamo», sostiene Thierry Fagart, capo della sezione dei diritti umani della MINUSTAH. «La riforma della polizia va molto più rapida della riforma del sistema giudiziario. Il rischio è costruire uno stato di polizia e non uno stato di diritto». Le sue preoccupazioni sono sicuramente valide, sebbene ponendo a confronto gli obiettivi che si propone la sezione di cui è il responsabile con i risultati raggiunti, la sezione il cui obiettivo è la tutela dei diritti umani degli haitiani, non ha redatto ancora un monitoraggio di tali diritti.

Non può non riconoscersi il ruolo della Missione nella pacificazione di Haiti. Non si può dimenticare infatti che il paese, prima dell’intervento della MINUSTAH, si trovava in una situazione di anarchia generalizzata e di lotta aperta tra bande rivali, ciò avendo determinato moltissime vittime nella popolazione civile e la devastazione dell’economia nazionale.

D’altro lato la Missione ha un costo altissimo rispetto ai benefici reali per la popolazione. Bisogna considerare che il prezzo annuale della Missione corrisponde a un po’ meno della somma che Haiti destina alla spesa pubblica totale o anche a cinque volte il costo della polizia nazionale.

La insicurezza non si combatte solo custodendo con le armi ogni angolo e ogni strada del territorio di un paese, ma rispettando e proteggendo il diritto dei suoi abitanti a una vita dignitosa. Per ottenere una stabilizzazione a lungo termine, Haiti non ha bisogno né di carri armati, né di elicotteri militari, né di mitragliatrici, ha bisogno di azioni sociali e economiche pianificate e eseguite dallo Stato haitiano: formazione di professori, programmi di alfabetizzazione, costruzione di infrastrutture, creazione di posti di lavoro, fomento del turismo, formazione della polizia, ristrutturazione del sistema penitenziario, adozione di leggi organiche per il funzionamento delle amministrazioni locali, una nuova politica energetica.

Ronald Lamy, disoccupato di Cité Soleil, 28 anni, afferma «Noi poveri non appoggiamo i banditi, adesso con la presenza della MINUSTAH c’è meno violenza, però abbiamo più fame rispetto a quando governava Aristide».

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