In estate i pomodori, d’inverno le arance nella piana di Gioia Tauro. Migranti in condizioni di schiavitù, l’occhio vigile della criminalità, le minacce dei caporali, i giochi violenti dei teppisti di paese, le donne stuprate. I rumeni sono una delle comunità più colpite. Qualche anno fa mille di loro furono “importati” in Italia da una potente cosca calabrese e destinati al lavoro schiavile. Storie di migranti vittime che non sentirete da nessun telegiornale…

     

Scritto da Antonello Mangano

I commentatori dicono: sono tutti criminali. Il governo decreta le espulsioni di massa. Gli esperti invocano la chiusura delle frontiere orientali appena aperte dall`Unione Europea. Alleanza Nazionale soffia sul fuoco, la Lega organizza le ronde.

Si arriva al massimo paradosso, Forza Nuova organizza a Catania una manifestazione contro i migranti e per la sicurezza, in una città da sempre in cima a tutte le classifiche di delinquenza minorile, microcriminalità, mafia, ma sempre e comunque autoctona, sono gli stranieri ad avere paura dei locali.

Per settimane la campagna d`odio contro i rumeni è andata avanti, senza che nessuno abbia ricordato di quei tantissimi rumeni vittime degli italiani, che oggi fanno agli stranieri quello che i loro nonni subirono: un’odio generalizzato, una colpevolizzazione che non distingue.

 

 

Nel cuore della Piana

 

San Gregorio d’Ippona è un piccolissimo paese nel cuore della Calabria, due passi dalla Piana di Gioia Tauro e dagli aranceti di Rosarno. Solette catramate, scheletri di palazzi a tre piani e intonaci mai terminati, territorio diviso tra i clan, confederati dal carisma dei Mancuso.

Si tratta di uno dei tanti lembi d’Italia dove gli immigrati sono vittime, ma nessuno conosce queste storie, perché i rumeni schiavizzati che raccolgono i mandaranci non hanno giornali a cui rivolgersi, politici che ne raccolgano le istanze, televisioni pronte a stigmatizzare.

Gli stranieri lavorano da fine novembre a fine febbraio, esattamente il periodo più freddo dell’anno, per pochissimi euro, quando va bene, ed a condizioni disumane. Molti di loro hanno passato l’estate ai quaranta gradi della raccolta dei pomodori del foggiano.

I caporali li selezionano e li controllano, i mafiosi li minacciano, i figli dei mafiosi e i giovinastri dei paesi giocano con loro al tiro al bersaglio. Se qualche padrone si alza con la luna storta e dice: “non ti pago”, loro non possono farci nulla. Ognuno è sindacalista di sé stesso. I ribelli sono aggrediti, picchiati, a volte uccisi. Vengono dall’Africa nera e dall’Est Europeo. Senegalesi, sudanesi, bulgari ed – appunto – rumeni.

 

 

Operazione Rima

 

La zona a nord della Piana è tradizionalmente controllata dai Mancuso, potente clan specializzato nell’import di cocaina dalla Colombia ed abile a crearsi una galassia di cosche confederate nei paesini del circondario. A San Gregorio ci sono i Fiaré. L’occasione la offre un basista rumeno che fa la spola tra Como e la Calabria. Entra in contatto con Rosario, il boss, ha già capito che se lui non è d’accordo non può fare nulla.

Il sistema funziona perfettamente. Fino al 2005, quando scatta l’operazione “Rima”. Le volanti della Polizia arrivano di notte, invadono il paesino, prendono una trentina di persone, il capo, luogotenenti e soldati. Sono ricercati anche i politici, ex sindaco e vicesindaco, i quali – secondo la Procura – nei 12 anni della loro giunta avrebbero consegnato il municipio ai mafiosi. Nel 1997 la loro lista fu l’unica a presentarsi.

Giunti in Italia, gli uomini venivano avviati al lavoro irregolare nell’agricoltura, con compensi irrisori, le donne all’impiego domestico oppure alla prostituzione.

Le rumene sono sempre e comunque viste come oggetti. I connazionali le destinano alla prostituzione; i caporali le usano come merce di scambio; quelle che lavorano nelle abitazioni subiscono ogni sorta di molestia e prevaricazione. Anche per il boss della ‘ndrangheta erano carne da violentare.

In quegli anni i rumeni sono extracomunitari, dunque clandestini ricattabili, “Mattia Pascal” senza documenti, identità e diritti. Nel corso degli anni oltre mille persone sono state introdotte in Italia: un percorso via terra pagato un biglietto salatissimo, un viaggio pilotato sin dalla partenza. Ogni settimana ne arrivavano una trentina.

Erano attirati con falsi annunci: ogni sorta di lavoro in Italia, dal cameriere alla segretaria.

La realtà era l’arrivo in quest’angolo di Calabria dimenticato da Dio, la fatica nei campi, o le violenze nascoste delle mura domestiche. Rosarno è lì ad un passo. Pochi chilometri ed ecco le distese di arance. I locali non le raccolgono più, il fango e il sudore sono cose del passato, più comodo fare i caporali, dare ordini ed ingrassare delle pensioni d’invalidità e delle sovvenzioni dell’Unione Europea.

 

 

Io non esisto

 

Le strade principali sono due, la famigerata A3 dei cantieri lumaca eternamente “infiltrati” dalle cosche del territorio – e la “Nazionale”, la statale 18, la via maestra che si snoda sullo stesso tracciato disegnato dai Borboni: parte dalla Campania e arriva a Reggio attraversando ogni sorta di paesino, uliveti centenari, scorci di costiera e scogliere a strapiombo.

Per andare a lavorare i migranti devono costeggiare i viadotti, gli svincoli o i bordi di queste strade. Un passaggio motorizzato non è gratis, meglio risparmiare. Camminando, però, è più facile essere presi di mira dalle moto che sfrecciano, dai conducenti sfrontati delle troppe BMW che contrastano con gli scenari agresti.

 

Nei capannoni abbandonati (chiusi dopo che gli “imprenditori” hanno intascato i fondi dello Stato o della CEE) c’è chi trova un riparo ed evita di farsi derubare il magro stipendio da chi affitta stanze da dividere in dieci. Ma neanche di notte si sta in pace. Può essere una spedizione punitiva per uno che ha voluto fare il ribelle. Può essere un gruppo di teppisti che cerca un’alternativa alla noia della piazza.

 

“Io, quando li vedo passare, mi metto sul ciglio della strada, e lancio un sasso in aria, un bel sasso grosso, così gli faccio vedere che non ho paura, che sono pronto a reagire”, dice un lavoratore migrante.

“Non solo non mi voleva pagare”, racconta un altro a proposito del suo “datore di lavoro” – “ma quando ho protestato mi ha preso a pugni, a pugni in faccia. Lo so, sono un clandestino. Dormo dove capita, in posti senza acqua, senza luce. Non ho documenti, non ho identità. Chiunque mi può prendere a pugni in faccia. Se il padrone non ha voglia di pagarmi, non mi paga”.

 

 

 

Arrivano sani, si ammalano qui

 

“Vengono qui e portano le malattie”, dice la signora perbene alla fermata dell’autobus. E’ il classico luogo comune di un’Italia incattivita. Medici Senza Frontiere, una delle organizzazioni più impegnate ad assistere i migranti nel Sud italiano, ha raccolto nel rapporto “I frutti dell’ipocrisia” (2005) le testimonianze che arrivavano dagli ambulatori di Rosarno, Cerignola e San Severo (Foggia), ma anche da Basilicata, Campania, Sicilia. Quel sud di emigranti con la valigia di cartone e di brava gente col cuore in mano che oggi si riscopre popolato di negrieri e sfruttatori.

La conclusione di MSF è opposta. Arrivano sani, e qui si ammalano di gastroenterite per le pessime condizioni dell’acqua, di malattie della pelle per aver mangiato i frutti del raccolto (il 90% dei loro pasti) stracarichi di antiparassitari, ed ovviamente ogni sorta di dolori delle ossa e delle articolazioni, ovvia conseguenza del dormire all’aperto o in edifici abbandonati.

 

 

 

“Se mi porti un’amica oggi lavori”

 

Nell’estate del 2006 l’inviato dell’Espresso Fabrizio Gatti si finge rumeno, e riesce a farsi “assumere” da un caporale pugliese. Non al primo tentativo però. All’inizio, la richiesta è precisa ed originale. “Ti posso prendere, ma domani”, promette, “ce l`hai un`amica?”. “Un`amica?”. “Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una ragazza qualunque”.

 

E’ solo il primo impatto. Una lunga serie di violenze, aggressioni, punizioni per i ribelli caratterizzano i giorni successivi. Gatti apprende di numerosi migranti che ci hanno lasciato la vita, qualche caporale dalla mano un po’ pesante, per capirsi quel tipo di situazioni che Tornatore ha raccontato nel film “La sconosciuta”.

Un incubo che non nasce dal nulla e che sarebbe ipocrita attribuire alla solita minoranza di agrari senza scrupoli. Dai campi pugliesi al mercato ortofrutticolo di Milano il valore si moltiplica, la fatica di africani e rumeni crea dal nulla l’“oro rosso”.

La raccolta è solo l’ultimo anello di una catena, che sale fino al sistema dei trasporti, alle industrie della trasformazione e della conservazione, dalla piccola ditta fino ai marchi pubblicizzati in tv, fino alle reti dei supermercati ed ai consumatori più e meno ignari, che magari hanno appreso dal film “Blood Diamond” che i gioielli nascono dal sangue degli africani, ma che di certo non sospettano nulla sul loro piatto di spaghetti al pomodoro.

 

Foggia è la terra di Giuseppe Di Vittorio, eroe delle lotte sindacali e storico segretario della Cgil. Rosarno vanta una gloriosa storia di lotte bracciantili, PCI forte, sindaci rossi e martiri dell’antimafia. Di quello spirito, delle loro figure resta qualche lapide, una strada intitolata, una vecchia Casa del popolo, qualche discorso commemorativo e nulla più.

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Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.