Stavolta è ufficiale, mons. Giancarlo Bregantini lascia la diocesi di Locri-Geraci per divenire arcivescovo di Campobasso. Una promozione, all`apparenza, se si dimenticasse che Bregantini è tra i pochissimi volti dell’episcopato italiano conosciuti e stimato (in Calabria e fuori) per essere in prima linea nella lotta – soprattutto sociale e culturale – al potere della ‘ndrangheta.

     

Scritto da Valerio Gigante

(adista) LOCRI. L’anno scorso le voci di un suo trasferimento in Puglia si rivelarono infondate. Stavolta però è ufficiale: mons. Giancarlo Bregantini lascia la diocesi di Locri-Geraci per divenire arcivescovo di Campobasso. Una promozione, all’apparenza, perché Campobasso è capoluogo di provincia, ed è un’arcidiocesi. Del resto, oltre che vescovo di una certa esperienza (nel quinquennio 2000-2005 è stato, tra l’altro, presidente della Commissione Problemi Sociali e Lavoro, Giustizia e Pace e Salvaguardia del Creato della Cei, nonché membro del Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali), Bregantini è tra i pochissimi volti dell’episcopato italiano conosciuti e stimato (in Calabria e fuori) per essere in prima linea nella lotta – soprattutto sociale e culturale – al potere della ‘ndrangheta. Difficile quindi che nell’assegnazione di una nuova diocesi questo curriculum non fosse tenuto in una qualche considerazione. Ma, come spesso accade, specie nelle faccende ecclesiastiche, l’apparenza non corrisponde alla realtà: anzitutto, quella di Campobasso è una diocesi piccola (con una estensione territoriale e una popolazione inferiore anche a Locri) e di scarsa importanza nello scacchiere ecclesiale. Tanto è vero che il predecessore di Bregantini, mons. Armando Dini, quella diocesi non l’aveva affatto gradita. E quando, nelle settimane scorse, Dini ha dato le dimissioni per raggiunti limiti di età, ha chiarito che non avrebbe assolutamente gradito che il suo mandato fosse prolungato anche solo di un giorno.

Ma anche Bregantini voleva restare in Calabria, seppure per ragioni diverse. È in Calabria, infatti, che l’ormai ex vescovo di Locri era da anni impegnato in progetti di educazione alla legalità e in una intensa pastorale sociale incentrata soprattutto nella promozione di imprese sociali e cooperative agricole che – nate spesso su terreni confiscati alle mafie – contrastano la capillare presenza della ‘ndrangheta nella locride e creano opportunità lavorative soprattutto per i giovani. Ovvio che questo suo impegno lo abbia – soprattutto in anni recenti – reso particolarmente inviso alla ‘ndrangheta e alla borghesia mafiosa, ossia a quel complesso sistema di relazioni politiche, professionali e imprenditoriali senza cui la ‘ndrangheta non potrebbe agire, né godere di consenso sociale. Per questo è particolarmente significativo, al di là delle intenzioni stesse della gerarchia ecclesiastica, che il trasferimento di Bregantini arrivi proprio ora, all’apice di una serie di episodi ed intimidazioni che hanno riguardato la sua figura e le attività che a lui fanno riferimento (senza trascurare i recenti fatti di Duisburg e la vicenda di De Magistris).

Un’escalation che inizia il 16 ottobre 2005, quando la ‘ndrangheta uccide, proprio a Locri, Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio Regionale. Durante i funerali, mons. Bregantini usa parole nettissime: “La ‘ndrangheta vuole dominare e sottomettere la politica, perché sia strumento docile e succube ai suoi enormi interessi economici”: “cerca perciò di spezzare i legami tra la gente e la classe politica, per ricondurli a sé, perché solo così possa meglio dominare e piegare entrambi”. Poiché, ammonisce il vescovo “è il denaro che interessa alla ‘ndrangheta”, “oltre alla purificazione etica, occorre una forte purificazione economica”. Da allora, si registrano diversi attentati intimidatori contro le imprese sociali e le cooperative agricole della Locride sostenute da Bregantini. A marzo del 2006, alcune persone entrarono nella serra dell`azienda agricola “Frutti del Sole” e versarono diversi litri di diserbante all`interno della cisterna del concime. Risultato: un intero raccolto da buttare e oltre 10mila piante ‘bruciate` dal veleno, per un danno economico di oltre 200mila euro. All`indomani dell’attentato Bregantini prende una posizione senza precedenti in ambito ecclesiale: “Quella stessa scomunica – scrive – che la Chiesa lancia contro chi pratica l`aborto, è ora doveroso, purtroppo, lanciarla contro coloro che fanno abortire la vita dei nostri giovani, uccidendo e sparando, e delle nostre terre, avvelenando”. La decisione di scomunicare i mafiosi rese Brigantini – che già alla Settimana Sociale delle Chiese di Calabria di quell’anno aveva tuonato contro la mafia definendola “struttura di peccato” (v. Adista n. 23/06) – ancora più inviso alla ‘ndrangheta. E a coloro che non gradiscono che ci sia una pastorale e una Chiesa impegnate nelle opere di bene comune, in un modo etico di fare imprenditoria capace di rimettere in discussione le ormai consolidate regole del gioco. “Le nostre cooperative – ama dire il vescovo di Locri – facendo impresa e dando lavoro in modo etico, rapportandosi con la politica in modo trasparente, facendosi carico dell`emarginazione sociale dei territori, costruendo nuove vie di sviluppo locale, non fanno antimafia: sono l`antimafia”. Ancora, l`8 aprile del 2006 viene incendiato un deposito di concimi appartenente ad un’altra cooperativa agricola della locride.

Poi, nella notte fra il 26 e il 27 aprile, ad essere colpita è la “Valle del Marro”, una coop. associata a Libera, nata nel dicembre 2004 su 30 ettari di alcuni terreni confiscati alle famiglie Piromalli e Mammoliti, due delle ‘ndrine più potenti dell’area di Gioia Tauro. Oltre agli atti intimidatori, si moltiplicarono anche gli attacchi a mons. Bregantini: non accuse dirette, piuttosto voci e indiscrezioni fatte filtrare nei corridoi e riprese dalla stampa che annunciano un prossimo trasferimento del vescovo ad un`altra diocesi meridionale. Notizie prive di qualsiasi fondamento che però hanno lo scopo di indebolire la posizione di mons. Bregantini e, di riflesso, dell`intero movimento che a lui fa capo. Ora, in Calabria, la criminalità organizzata ha un nemico in meno.

Ma la lotta alla ‘ndrangheta non è l’unica chiave di lettura per comprendere il provvedimento di trasferimento emesso dal Vaticano nei confronti di mons. Bregantini. Ci sono infatti da considerare anche aspetti più prettamente ecclesiali. Bregantini, insieme a ormai pochi altri vescovi italiani, è considerato un progressista. Un fatto che, nell’era della normalizzazione ruiniana dell’episcopato italiano, è visto in modo sempre più ostile dalle gerarchie. Per quanto sia sempre stato molto prudente nell’esprimersi su questioni intraecclesiali, a Bregantini viene imputato di essere un antimilitarista (nel 1995 sottoscrisse un documento di Pax Christi che chiedeva la smilitarizzazione dei cappellani militari); un pacifista (fu tra gli oppositori senza se e senza ma della guerra in Iraq), di aver troppo spesso criticato l’acquiescenza della Chiesa nei confronti della criminalità, di dialogare con quelle realtà ecclesiali invise alle gerarchie perché critiche o semplicemente aperte al confronto con la società e le diverse culture. In una intervista concessa alla nostra agenzia nel novembre 2005 (v. Adista n. 81/05), Bregantini indicava l’urgenza per la Chiesa di cogliere nella sua dimensione nazionale la sfida dei problemi del Sud, la sfida della giustizia e della legalità. “Dovremmo fare in modo – ci aveva detto – che questo problema torni ad essere un problema di Chiesa nazionale. Cercheremo di farlo presente all`Assemblea della Cei”. In sostanza, Bregantini individuava nella Chiesa italiana una “debolezza sulla speranza”, quella che “si manifesta nel proclamare una speranza vuota, che “sale su come un palloncino”, svaporata, che “si tira fuori dai problemi” e non aiuta ad affrontarli. Una speranza esautorata da una “Chiesa stanca”, di “basso profilo”, senza il coraggio profetico e di denuncia di padre Pino Puglisi, o di mons. Tonino Bello.

Tutte queste ragioni hanno fatto sì che, alla fine, la corda – già tesa da tempo – si spezzasse. Tanto che, contrariamente ad una prassi consolidata, la nomina di Bregantini a Campobasso è stata decisa dal prefetto della Congregazione per i Vescovi, il card. Giovanni Battista Re (su istanze informali di alcuni vescovi calabresi), senza nemmeno consultare il Nunzio Apostolico in Italia (che, dopo un sondaggio tra l’episcopato, avrebbe dovuto presentare al prefetto una terna di candidati), né la plenario della Congregazione per i Vescovi (che ha il compito di vagliare e, nel caso, modificare, la terna proposta dal nunzio). Perché dal papa il card. Re ci è andato direttamente, e la terna l’ha fatta lui da solo, mettendo in cima alle preferenza il nome di Bregantini. Il papa ha approvato, e Re a quel punto ha trasmesso la decisione, già bell’e presa, al nunzio che, il 18 ottobre l’ha comunicata, nel corso di una convocazione in Vaticano, a Bregantini. A dar man forte al prefetto della Congregazione per i Vescovi anche il card. Ruini, ancora potentissimo – nella Cei come in Vaticano – nonostante abbia nei mesi scorsi dovuto lasciare l’incarico di presidente della Conferenza Episcopale. D’accordo a silurare Bregantini anche il presidente della Conferenza episcopale calabra, mons. Vittorio Luigi Mondello, arcivescovo di Reggio Calabria. Concordi nel volerne l’allontanamento, i prelati sembrano aver raggiunto un orientamento comune anche sul nome del successore di mons. Bregantini. Ruini sostiene infatti la candidatura di mons. Antonio Staglianò, preside dell’Istituto Teologico Calabro. Mondello e mons. Salvatore Nunnari (arcivescovo di Cosenza) concordano, pur aggiungendo a Staglianò anche il nome di padre Giuseppe Fiorini Morosini, ex superiore generale dell’Ordine dei Minimi (del resto, un religioso minimo ha già guidato la diocesi, dal 1972 al 1988: si tratta di mons. Francesco Tortora. Ma a Locri la sua è ricordata come una gestione piuttosto grigia). Anche Bregantini avrebbe un suo candidato, ma non ha alcuna possibilità di poter incidere su un meccanismo che – al di là delle numerose tirate di Ratzinger sul carrierismo ecclesiastico – agisce su logiche totalmente estranee alle necessità pastorali del territorio.

In un messaggio alla diocesi di Locri dell’8 novembre, mons. Bregantini, ricostruendo i passaggi che hanno portato alla sua nomina, sostiene – sbagliando – che il suo nome sia stato indicato “dai Vescovi della regione ecclesiastica Abruzzo-Molise” e “accolto poi cordialmente dai Cardinali e Vescovi della Commissione Plenaria della Congregazione dei Vescovi” per essere “inserito successivamente nella terna di nomi” presentata al papa. Alla fine del suo messaggio, Bregantini si rivolge direttamente agli esponenti della ‘ndrangheta, che definisce “fratelli deviati dalla mafia”: “La misericordia di Dio – dice loro l’ex vescovo di Locri – non si scandalizza del peccato, anzi Gesù si ferma proprio nella casa di Zaccheo, perché non è bloccato dai pregiudizi della gente né dall`orrore del male compiuto da quest`uomo, ma è spinto solo dall`amore del Pastore che, inquieto, va in cerca della pecorella smarrita. Fate ritorno alla pace di Dio, nelle vostre famiglie, con azioni di coraggio e di perdono, vero profumo per i nostri paesi”.

Sull'autore