Il comune di Parghelia – a guida DS – sciolto per mafia. Omicidi feroci in luoghi pubblici ed a qualunque ora. Un esponente dell’antiracket ucciso e bruciato sulla spiaggia. Il controllo asfissiante dei Mancuso su qualunque attività, dai parcheggi a grandi resort, persino su una “fiction” trasmessa dalla Rai dove un uomo del clan fa l’attore. E, con falsa ingenuità o incommensurabile stupidità, qualcuno ancora chiede – ma perché i turisti tedeschi non vengono più?

     

Scritto da Antonello Mangano

Klaus è un tipico tedesco – alto, biondo, calzini bianchi. Ci aveva pensato davvero a lasciare per sempre il fumo della Ruhr, il cielo grigio, l’umidità e quella luce che non è mai vera luce.

In quel lontano agosto di tanti anni fa, quando vide il blu cobalto del mare e quello del cielo, il verde smeraldo della vegetazione e le scogliere a strapiombo pensò: – ecco, questo è il paradiso, forse la mia nuova casa.

Ne parlò agli amici, qualcuno decise di trasferirsi, di fare “una scelta di vita”, qualcun altro di limitava a trascorrere l’estate in quella porzione di Calabria dal nome retorico di “Costa degli Dei”.

Col tempo, Klaus ha appreso che gli dei veri del luogo, purtroppo, portano il nome prosaico di Mancuso, e i loro modi violenti ed ingordi non hanno nulla della divinità. Ne hanno fatte di tutti i colori, in pochi anni. Klaus adesso ne ha le scatole piene.

“Prima non si vedevano”, mi dice. “O forse eravamo noi a non accorgercene. Ci sono stati tanti episodi, e poi c’è stato l’omicidio Fortugno, ed abbiamo cominciato ad aprire gli occhi. Oggi il controllo ci appare totale, asfissiante. Poi, dopo la strage di Duisburg tutti i nostri amici in Germania hanno saputo, e ci hanno fatto molte domande. Calabria, ma non è dove voi andate in estate? E cosa potevo rispondergli? Io vengo qui da vent’anni, e continuerò a venirci. Ma forse sarò il solo”.

Il sindaco DS e il comune sciolto per mafia

È quasi una non – notizia, ormai, come la storia del cane che morde l’uomo: l’ennesimo consiglio comunale calabrese sciolto per mafia. Questa volta, però, il sindaco è un esponente dei DS ed ha subito 5 attentati, uno dei quali appena un mese prima dello scioglimento.

A metà settembre del 2007 il Consiglio dei ministri decide lo scioglimento per Parghelia, quella che la Pro Loco chiamerebbe una “ridente” località sulla costa, dopo Tropea il luogo a maggiore “vocazione turistica” della zona.

Tutto nasce nel novembre del 2006, con l’inchiesta “Dinasty 2”, che riguarda le speculazioni politico – mafiose intorno al complesso turistico “Il Melograno”, e che hanno visto coinvolti oltre a tecnici comunali ed esponenti della criminalità anche un magistrato del capoluogo.

La commissione ha accertato una “diffusa illegalità”, ha ipotizzato il pesante condizionamento della `ndrangheta che ha pregiudicato il buon andamento dell’azione amministrativa, ha infine trasmesso gli atti al Consiglio dei Ministri, che ha decretato lo scioglimento nonostante l’uguale colore politico della giunta di Parghelia.

Il sindaco, coinvolto marginalmente nell’indagine, aveva proposto la costituzione di parte civile del comune nel procedimento, il consiglio aveva approvato, ma questo non è evidentemente bastato ad evitare l’estremo provvedimento del governo.

Al di là delle singole responsabilità, in zone dove è impossibile separare il bianco dal nero e le colpe si intrecciano coi meriti, rimane evidente la concezione dell’attività turistica come un limone da spremere, con attività edilizie di carattere speculativo che col tempo tendono a distruggere un paesaggio un tempo incontaminato ed apprezzato dai turisti tedeschi esclusivamente per la sua aspra bellezza.

L’attività delle commissioni d’accesso, quelle che verificano gli estremi per lo scioglimento dei consigli comunali, è diventata di routine specie nel reggino e nel vibonese, provincia primatista regionale con altri 4 scioglimenti. Nella Costa degli Dei, qualche tempo fa, era stato sciolto anche il comune di Briatico.

Fedele Scarcella, ucciso e bruciato

Un delitto orribile. Un esponente dell’antiracket ucciso e dato alle fiamme. Un’auto che brucia nella notte e turba il sonno di chiunque non si è ancora arreso ai signori del pizzo calabrese. Dopo il delitto Fortugno, una raffica di omicidi, intimidazioni, attentati aveva caratterizzato la campagna di fuoco della ‘ndrangheta per la conquista totale del territorio.

“C’è puzza di bruciato sulla spiaggia…”. È la notte dell’11 giugno 2005. Una telefonata anonima giunge ai carabinieri di Briatico, un paese sul mare a pochi chilometri da Tropea. Non è difficile per i militari arrivare ad una Fiat Punto in fiamme, nei pressi del litorale di Punta Safò.

All’interno, tra il sedile anteriore e quello posteriore, c’è un cadavere che sta bruciando. L’auto è quella di Fedele Scarcella, scomparso da giorni. L’uomo in passato aveva denunciato i suoi estorsori – non criminali comuni ma i potenti Piromalli-Molé di Gioia Tauro.

Non bastano questi tre elementi a far gridare ad un orrore mai visto. C’è come la paura del cadavere in fiamme di un nuovo Libero Grassi calabrese.

Deve vincere il silenzio, deve restare il ricordo perenne, l’ammonizione muta di quella colonna di fumo: noi non dimentichiamo, prima o poi arriviamo.

Dopo il delitto Fortugno, ben diversa era stata la reazione. I ragazzi di Locri, il vescovo, l’opinione pubblica ed i media nazionali quasi costretti ad occuparsi di protesa mai vista prima. Qui però siamo in una provincia in piena guerra (oltre 300 attentati ed atti intimidatori negli due anni precedenti) dove si confrontano pochi individui che non vuole piegarsi alla dittatura del pizzo ed una plebe vile, egoista, mediocre che spera abbassando la testa in un quieto vivere che non avrà mai.

Scarcella è un agricoltore calabrese che nel ‘98 decise di denunciare le estorsioni ai suoi danni e i carabinieri arrestarono due persone appartenenti al clan Piromalli. Due anni dopo, trasferitosi da Gioia Tauro nel Vibonese, aveva acquistato alcuni terreni a Filogaso e anche qui aveva avuto dei danneggiamenti, tanto che il fondo antiracket e antiusura gli aveva riconosciuto un risarcimento.

L`anziano imprenditore agricolo era però ancora attivo contro il racket. Era socio di Sos Impresa, che dopo l’omicidio dichiara:

“La barbara uccisione di Fedele Scarcella ­ è scritto nella nota- ci addolora e ci indigna. Da anni era in prima linea nella lotta contro il racket e l`estorsione in Calabria. Esprimiamo innanzitutto il cordoglio alla famiglia con cui condividiamo il dolore della sua scomparsa. Una lunga e solidale attività ci legava all`imprenditore caduto vittima del racket, delle prepotenze operate dalla criminalità organizzata. Da tempo segnaliamo ­ conclude la nota ­ una recrudescenza del fenomeno estorsivo e questo omicidio segna, per la barbarie e la ferocia dell`esecuzione, una sfida alla comunità” . Una sfida che la comunità – complice col silenzio – ha abbondantemente perduto.

Omicidio all’ora di pranzo

Un paio di uomini entrano in una pizzeria di Parghelia. Siamo ad agosto, è l’ora di pranzo, a poca distanza i turisti abbandonano la spiaggia in cerca di ombra. I due uomini ordinano una pizza, sembra una banale scena estiva: una località turistica, pizza sole e mare.

Poi una discussione, il proprietario capisce che quella non sarà una giornata normale, ma la prosecuzione di una faida iniziata molto tempo fa con un gruppo rivale di Tropea, gli hanno già ucciso il padre ed il fratello.

Iniziano a sparare, feriscono alla coscia persino un bambino di 10 anni, parente della vittima. L’uomo scappa, lo inseguono nel retro del locale e lo finiscono in uno sgabuzzino.

Avevano provato molte volte ad ucciderlo. È morto a 26 anni, Giuliano Palamara, nel suo locale.

Di questo omicidio non parlerà nessuno, nei giorni successivi. Non è il tipico argomento da spiaggia. Ma tutti sanno, comunque. I turisti che vedono ad un passo, all’ora di pranzo, accanto a loro, la brutalità di una delinquenza che non ha pietà neanche dei bambini. Nessuno ne parla, ma il silenzio non serve a niente.

Il 19 agosto del 2006 è una delle nefaste date storiche della Costa degli Dei, oltre che l’inizio della decadenza, della lenta silenziosa defezione che di anno in anno vede sempre meno turisti, e che una politica ipocrita prova di volta in volta a spiegare con depuratore rotto o coi lavori sull’autostrada, senza mai permettersi di nominare quei signori rozzi e violenti che sono del tutto inconciliabili con le località turistiche.

Gente di mare

Dinamica, intraprendente, giornalista pubblicista ed ex moglie di un radiologo. Ed attenta a selezionare le amicizie giuste. Un insieme di qualità utili per entrare in contatto coi dirigenti di Rai Fiction, ottenere l’incarico di ispettrice di produzione per “Gente di Mare”, una fiction sulla guardia costiera.

Al buon successo di pubblico ha fatto da contraltare l’indagine aperta dalla DDA di Catanzaro ed il paragrafo poco lusinghiero dedicato alla vicenda dalla relazione della Commissione Antimafia.

Le accuse sono semplici: l’ispettrice di produzione – in rapporti di amicizia col boss Mancuso – avrebbe consigliato per le location e per l’alloggio della troupe locali vicini alla galassia criminale.

Ecco una intercettazione della Mobile, riportata da tutti i quotidiani: “`Io ero orientata sul Blu Paradise di Zambrone .. che e` di Nicola Comerci, il delfino dei Piromalli a Gioia Tauro.. che e` un tipo un po` rozzo .. però ha un bellissimo villaggio sul mare a fianco al porto di Tropea… Questa mi sembrava la soluzione più logica che io posso tenere sotto controllo.. perché mi adora (disturbo linea) di Ciccio.. e di conseguenza non in virtù di un utile che lineava questi tracciati ..cioè trenta euro a testa”.

Sul set è anche comparso come attore un uomo dei Mancuso, o comunque un imputato di estorsione nell’ambito del procedimento “Dinasty”.

Il regista dice – non mi sono accorto di niente, ho notato solo la cortesia della guardia costiera e la bellezza del mare. La Rai non sa nulla, del resto è un sub appalto alla Palomar, che comunque è tra le maggiori aziende del settore.

Circa un anno dopo, la legge dell’Auditel impone il sequel. “Gente di Mare 2” scatena nuovo entusiasmo nel provincialismo dei locali (“Si respira aria di Cinecittà”, “promuoverà le nostre bellezze”,…).

Solo una isolatissima interrogazione parlamentare dell’onorevole Napoli ricorda che c’è un sequel – quello del ruolo dei Mancuso – che nessuno ha voglia di vedere.

La Palomar assicura trasparenza e misure adeguate, ci si è rivolti al viceministro degli Interni, Minniti.

“Mi ha rammaricato molto – dichiara invece il sindaco di Tropea alla stampa – che la stampa abbia preso spunto da un fatto insignificante e marginale per riprendere vecchie notizie che hanno già creato notevole danno all`immagine della città e dell`intera regione, mentre mi sarebbe piaciuto leggere del successo che Gente di Mare ha riscosso a livello nazionale ed internazionale”.

Odissea nel turismo

Il controllo dei proventi dei villaggi turistici, usura sugli operatori in difficoltà, le classiche estorsioni, persino bische e video poker e pure i parcheggi del comune di Ricadi. Quale sviluppo può mai avere un territorio deturpato dal controllo feroce dei Mancuso e dei La Rosa, i loro luogotenenti di Tropea?

L’operazione “Odissea” della DDA, datata settembre del 2006, racconta di 41 arresti alle tre del mattino, trecento uomini impegnati, interventi in tutto il territorio che va da Pizzo fino Nicotera

Il controllo sui villaggi e sugli hotel voleva essere poco invadente, non si arrivava alla sostituzione dei titolari, ma tra usura (tasso medio 120% annuo), estorsioni e minacce, tutti erano costretti a cedere nei fatti il controllo dell’attività, e comunque a fornirsi dalle ditte della galassia ‘ndranghetista.

Anche il settore pubblico era considerato riserva di caccia, dalle mense scolastiche alla pulizia delle spiagge e dei comuni, alle attività portuali. Il condimento delle onnipresenti minacce, o la complicità di quelli che sono sempre e fieramente “amici” e “disponibili”, permetteva di entrare con facilità nelle stanze dei municipi, arraffare fondi regionali ed europei, riciclare i proventi della cocaina importata direttamente dalla Colombia, ottenere appalti pubblici, avviare speculazioni edilizie con nuovi villaggi e resort.

Qualcuno ha parlato, ha raccontato e fornito prova di quanto subito, minacce ricorrenti, la villa incendiata. Per il resto gli investigatori devono basarsi sulle intercettazioni, e non sempre possono arrivare a prove schiaccianti. I testimoni sono pochissimi, le indagini sono nate anche stavolta dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.