Una festa-evento che coinvolge tutti a Montevideo. Migliaia di persone si riversano in strada e nei locali a ballare, in nome del passato, celebrando l`indipendenza ma anche le lotte di un popolo.

     

Scritto da Mariangela Giaimo

«La nostalgia ya no es lo que era»: la nostalgia non è già più quella di una volta, dice un graffito su un muro di Montevideo. È uno stato d`animo così forte nella società uruguagia che ne hanno fatto una festa. La notte del 24 agosto, da vent`anni, è diventata come quella di Capodanno: tutti a ballare. Un vero fenomeno di massa. La data è strategica, il giorno dopo, il 25 è festa nazionale. È la giornata che simboleggia l`indipendenza politica e economica, conquistata 182 anni fa.

L`idea della celebrazione venne in mente al proprietario di una radio come un`iniziativa commerciale fatta con le vecchie hit americani e inglesi degli anni Sessanta e Settanta. Anni di piombo per l`Uruguay, di crisi economica, mano dura di presidenti, guerriglia dei tupamaros, movimenti di altri gruppi di sinistra e dittatura militare (1973-1985).

Questo fenomeno è entrato ormai nella tradizione: è d`obbligo per tutti uscire a ballare e chi resta a casa diventa un individuo «triste e annoiato». Il neologismo «nostalgear» si è trasformato in un verbo, insomma in un impegno. Così forte che, da qualche anno, anche alcuni argentini vengono per ballare. Non interessa l`età: da 18 anni in poi, tutti a comprare biglietti per le discoteche. Coppie che non escono, comitive, gruppi, single invadono locali, ristoranti, bar. Naturalmente la musica cambia secondo il «barrio». Dai posti vip di Punta del Este, ormai rinomato e frequentato da ricchi miliardari argentini, brasiliani, paraguayani, al «barrio de los elefantes», di Carrasco, la zona di Montevideo dove vivono i potenti, ai posti più a buon mercato della Città Vecchia (centro storico). La differenza non la fa solo il biglietto d`ingresso ma la musica: per i ragazzi ci sono degli hit di elettronica, house, glam, new wave, punk. E per i grandi: rockabilly, bolero e pop degli Ottanta. Tutti temi yankee – molta disco -, niente generi uruguaiani: candombe, tango o fusioni varie. Le canzoni più vicine, nel senso dell`identità, sono quelle leggere o il rock argentino.

Molti hanno cominciato a contrastare questa pioggia commerciale organizzando delle «feste anti-nostalgia». Per esempio quella della discoteca Central, che da cinque anni propone – per il pubblico più piccolo – una gara di travestimento. Ma l`ordine è lo stesso: tutti a ballare, a favore o contro.

La nostalgia è nel dna uruguagio. Milan Kundera, nel suo libro L` ignoranza (2000) scrive: «la nostalgia è la sofferenza causata dal desiderio incompiuto di tornare». Forse per quel paese che a fine degli anni Cinquanta era chiamato la «Svizzera dell`America Latina», c`era anche un immaginario collettivo di essere quasi europei. L`Uruguay è stato un «raccoglitore» di immigrati della prima e seconda guerra mondiale, ma è dal decennio dei Sessanta che espelle giovani verso «l`america» della Comunità Europea (il viaggio alla rovescia).

Secondo un`inchiesta del 2006, più del 50 per cento dei 39.000 migranti (del periodo 2000-2006) aveva tra 20 e 29 anni, con una qualifica professionale superiore alla media nazionale. Le demografe Adela Pellegrino y Wanda Cabella hanno calcolato che fino ad oggi sono emigrati circa 500.000 uruguagi, senza contare i figli nati all`estero. Questi emigrati hanno nostalgia del carnevale uruguayo, el asado, el mate, el dulce de leche, el tango, e il grigio della capitale: Montevideo. Anzi, per esempio, la collettività uruguaya nel New Jersey (Usa) fa anche la festa.

La nostalgia può essere pensata come ideologia. Secondo lo studioso uruguagio Abril Trigo «è l` opposto della rivoluzione. È come una maglia appiccicosa che, nella maggioranza dei casi, addormenta la capacità critica e paralizza l`azione. È un sentimento vicino alla melanconia che ci lega al passato mai risolto come tale, ancorandoci a qualcosa non possiamo risolvere e chiudere». In questo, esiste anche un lato paradossale, perché si ha «saudade» (alla brasiliana) di un passato. Uno solo, dei tanti.

C`è un passato glorioso, quello che è rimasto come un marchio quando il 16 luglio del 1950 la nazionale di calcio strappò al Brasile il titolo mondiale nel suo stadio: il Maracanà. Il calcio come metafora della società: il piccolo David vince contro Golia (il senso di essere minuscoli – l`Uruguay conta tre milioni di abitanti – esaspera di più se si è un paese tampone tra Argentina e Brasile). «Può essere che la nostalgia sia un segno delle culture del Rio de la Plata (Montevideo-Buenos Aires), ma pensate in maniere diverse – dice Trigo, professore di culture e lingue latinoamericane, del Dipartimento di spagnolo e portoghese dell`Università di Ohio, anche lui migrante -. Ma non credo che gli uruguagi siano nostalgici, dato che la nostalgia è un marchio forte dell`identità».

Alma Bolón, linguista uruguagia, spiega: «Com`è che un paese festeggia la nostalgia con una festa? Se è per abbandonare l`appoggio alla scuola pubblica, i piccoli negozi artigianali, e i bar `boliche`, elementi di questo Uruguay del Cinquanta, questo lo facciamo assai rapidamente. I ricchi infatti vanno alla scuola privata e fanno shopping…».

C`è un altro passato non «nostalgico», che in quest`ultimo anno ha meritato molti dibattiti: la memoria recente degli ultimi trent`anni. Quella della crisi economica strutturale, dovuta ad una organizzazione ottocentesca dell`economia dominata da una oligarchia locale asfissiante, e la perdita successiva della democrazia nel 1973 – uno dei beni simbolici di questo paese laico e massone, con forte partecipazione popolare dove è obbligatorio votare. Con il primo governo nazionale di sinistra, insediatosi nel 2005, si è cominciato a discutere l`insegnamento della storia recente. L`oncologo socialista Tabaré Vazquez, presidente di un governo a maggioranza parlamentare (dove sono presenti con forza di voti i vecchi guerriglieri Tupamaros, oggi settantenni, chiamati a governare e combattere l`avanzata della povertà) ha incaricato tre accademici di prestigio di scrivere un libro bianco per documentare il terrorismo di Stato con speciale riferimento ai desaparecidos. Questioni che si devono sistemare. Perché ancora molti torturatori sono liberi. In questo caso nostalgia fa onore alla sua etimologia: ignoranza.

Nostalgia a Montevideo

azor jaime

Nostalgia a Montevideo

Nostalgia de los terratenientes (dei latifondisti)

Nostalgia delle 500 famiglie padrone del paese

Nostalgia di quando un peso valeva un dollaro

Nostalgia delle prime lotte studentesche del 60

Nostalgia delle mirabolanti azioni tupamare

contro una oligarchia corrotta ed autoritaria

Nostalgia di un paese produttore di cultura

di scrittori come Onetti, di poetesse come Vilarinio

Nostalgia di Lautréamont, Laforgue e

Supervielle

Nostalgia dei veglioni all`italiana nel teatro Solis

Nostalgia del chivito al pan y del dulce de leche

Nostalgia del buon teatro e dei cantautori

los olimarenios, Jaime Roos, los chalchaleros

Nostalgia di quello che doveva essere e che non fu

Chiedetelo a Mario Benedetti a Eduardo Galeano,

ai sopravvissuti alle torture, al carcere duro,

a quei seimila uruguayani schedati come cittadini di classe C

(quelli di A erano i compiacenti, i B i dubitanti)

Nostalgia della memoria che se n`è andata

con il tempo

che porta via gli uomini onesti e disonesti

Ma il tempo non potrà mai cancellare le ingiustizie,

la corruzione.

Porterà via,

il tempo,

i corrotti, gli oligarchi, i supremi magistrati

compiacenti

ma non cancellerà i peccati

non pulirà le anime

dei distruttori del paradiso terrestre.

Il Manifesto, 13 settembre 2007

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