Mentre metà del Paese si mostra terrorizzata dal `pericolo` dei `lavoratori girovaghi`, ci sono intere regioni oppresse da violenza vera. Una storia incredibile, una delle tante, che vede gente normale colpevole solo di esercizio di diritti democratici, prima “consigliata”, poi minacciata, infine isolata dal silenzio.

     

Scritto da Antonio D"Agostino

Non di una violenza fisica si è trattato ma, per alcuni aspetti, di qualcosa di peggio perché tale vuol essere l’”avvertimento” diretto a tutta una famiglia nel suo luogo più intimo e pacifico qual è la casa. I simboli, ovviamente macabri, sono quelli ricorrenti che meglio esprimono la rozzezza e la primitività di cui sono portatrici queste persone: la testa mozzata del capretto..il sangue.. le cartucce, poste in bocca, una per ogni componente della famiglia…

Ed ecco che le sensazioni, i dubbi, gli interrogativi ti sommergono riuscendo ad avere la meglio anche sulla paura che non ti puoi permettere perché non è razionale, mentre invece tu devi ragionare, analizzare, capire… Al massimo quindi ti puoi consentire di essere preoccupato, ma sempre vigile.

Ma è giusto che, soprattutto per chi non ci conosce, io debba fornire qualche dato in più perché possiamo interrogarci insieme.

Mia moglie è magistrato. Fino al dicembre scorso ha svolto le sue funzioni presso il locale Tribunale alla sezione civile ed alle misure di prevenzione. Nei circa quindici anni in cui si è occupata di tale lavoro non ha mai avuto alcun problema inteso come minacce, sollecitazioni od altro…Attualmente presta servizio in altra sede.

Abbiamo quattro figli, tre dei quali risiedono fuori per lavoro o per motivi di studio. La più giovane completerà il ciclo scolastico delle superiori nel prossimo anno scolastico.

Io esercito la professione di ingegnere civile. Ho fatto anche l’insegnante negli istituti tecnici per circa vent’anni e da un po’ di tempo, avendo superato i sessant’anni, medito di lasciare l’attività professionale per concentrami meglio nell’impegno sociale e culturale (lavoro all’interno di alcune associazioni culturali e della redazione di una antica rivista di impegno meridionale).

Da circa tredici anni abitiamo nel centro storico di Vibo Valentia per nostra scelta, ritenendo che tale contesto consenta più di altri di comunicare con la gente. In effetti ciò mi ha consentito da qualche anno di svolgere insieme ai cittadini del quartiere una battaglia per la salvaguardia di tali luoghi che sono stati oggetto di vari appalti per la loro “riqualificazione” ma che, in effetti, hanno prodotto molti guasti ed a volte veri e propri sfregi all’antico impianto storico.

Ha prevalso, come capita sempre più spesso, la voglia di lucrare al massimo a scapito della cura necessaria per ciò che si andava facendo. In tutto questo l’amministrazione comunale si è mostrata sorda ad ogni nostro appello (sempre sottoscritto da un gran numero di cittadini del quartiere e dalle associazioni) e lo stesso hanno fatto gli altri soggetti, compresi quelli preposti alla tutela dei beni culturali ed architettonici, da noi ripetutamente sollecitati.

La nostra azione è salita proporzionalmente di tono correlativamente al silenzio sempre più inquietante dei soggetti istituzionali e politici. Poi le prime avvisaglie sotto forma di “consigli”, “imbasciate” ecc.…Infine l’azione del 18 agosto.

Mi chiedo e vi chiedo: basta ciò per scatenare tanta violenza? Dobbiamo aspettarci dell’altro? Si sono davvero ridotti a tal punto gli spazi di democrazia nel nostro Paese? Queste domande ce le poniamo tutti da molto tempo e vogliamo pensare ancora che non può e non deve essere così. Sappiamo pure che non basta crederci; bisogna soprattutto lavorarci facendo rete, facendo nostri i principi ed i metodi delle tante associazioni che si battono per non lasciare in solitudine le vittime della violenza mafiosa. Solitudine che diventa un’arma puntata alla tempia quando nessuna istituzione spende una parola su un fatto così devastante per una famiglia: ed è ciò che sta avvenendo a Vibo Valentia e che registriamo ancora oggi a distanza di otto giorni dall’uscita della notizia. Ci conforta enormemente la solidarietà espressaci dai tanti amici personali e di quelli della non violenza sparsi per l’Italia, ma in questi casi è ora e qui che si misura lo stato di salute di una comunità e dei suoi governanti. E qui è soltanto silenzio assordante ed isolamento nei confronti di cittadini che, lungi dal sentirsi o voler essere eroi, non intendono rinunciare a praticare i sentieri, per quanto angusti, della partecipazione democratica.

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