La mafia, e Cosa nostra in particolare, rappresenta nel nostro Paese un´organizzazione secolare del potere. Ha convissuto e convive con realtà criminali estremamente pericolose, quali il terrorismo politico di destra e di sinistra, che ha avuto negli anni Settanta e Ottanta la sua massima espressione. Pur avendo elementi comuni, fra tutti quello dell´uso sistematico e indiscriminato della violenza, i due fenomeni si differenziano profondamente.

     

Scritto da Luca Tescaroli

E infatti la mafia non è un nemico esterno allo Stato e alle istituzioni, che al contrario permea e penetra, costituendone un fattore interno capace di contenderne – oltre al monopolio della violenza – il controllo delle pubbliche amministrazioni, del territorio, delle attività economiche ed il consenso sociale. Non è un potere occulto e, quasi sempre, richiede che si sappia chi comanda, pur negando la propria identità. Naviga nel mare del diritto negato ed è generato da aree geografiche caratterizzate dal sottosviluppo. Le classi dirigenti, l´Italia che conta e larghi settori dell´opinione pubblica, lungi dal prenderne le distanze, come è invece accaduto per il terrorismo, continuano di fatto a convivere con Cosa nostra e con gli altri sodalizi mafiosi e ad accettare con indifferenza la loro presenza come ineluttabile. I segnali che vengono da Confindustria Sicilia – la decisione di cancellare dall´elenco degli iscritti gli imprenditori che pagano il pizzo – rappresentano forse il primo passo nel senso opposto. Ma in genere si ritiene sufficiente contenere l´espansione e le manifestazioni più cruente della mafia, ritenendo di potersene disinteressare quando le uccisioni intervengono tra gli affiliati dei clan e la loro azione si concentra nelle tipiche attività criminali.

Proprio per questo le strutture mafiose perpetuano la loro azione nonostante le cicliche repressioni che lo Stato ha attivato, dopo la commissione dei delitti più eclatanti, mentre il terrorismo è stato annichilito al termine delle stagioni repressive. Non si è mai attuato nei confronti della mafia quel duraturo contrasto globale, fuori dalla logica dell´emergenza, richiesto dalla complessità del fenomeno e dalle molteplici ragioni che ne hanno determinato la nascita e il consolidamento, che vanno ben al di là delle ragioni ideologiche poste alla base del terrorismo. E ciò è avvenuto soprattutto a causa della mancata disintossicazione della vita politica dall´interscambio con gli esponenti mafiosi e dal coinvolgimento di uomini di potere nell´esecuzione di taluni delitti eccellenti, i cui volti continuano a rimanere oscuri. Eppure, le organizzazioni mafiose nel nostro Paese hanno attuato una violenza inaudita (migliaia e migliaia di omicidi e delitti d´ogni sorta) di gran lunga superiore a quella addebitabile al terrorismo.

Ma non solo. Il sodalizio più temibile, Cosa nostra nel suo agire ha mutuato a più riprese le metodiche operative della filosofia brigatista, non esitando a eliminare i rappresentanti delle istituzioni divenuti troppo pericolosi e risultati isolati. Per rendersene conto basta accostare l´uccisione di Costa a quella di Coco: il primo soppresso per aver convalidato gli arresti degli appartenenti alle famiglie Spatola, Inzerillo, Gambino e dei costruttori a loro vicini, contro il parere dei suoi sostituti; il secondo, per essersi opposto al cambio fra Sossi e quelli del XXII ottobre, sebbene magistratura, opinione pubblica ed il popolo dei garantisti fossero favorevole. Sebbene la mafia palermitana avesse prodotto cadaveri eccellenti sin dal 1 febbraio 1893, assassinando Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, autorevole esponente della Destra storica, ed eccidi collettivi di uomini delle Istituzioni (si pensi alla bomba di Ciaculli del 30 giugno 1963, che causò la morte di quattro Carabinieri, due militari del Genio dell´esercito e un poliziotto e la fine di quella che è divenuta nota come la prima guerra di mafia), fu Cesare Terranova a parlare per primo di terrorismo mafioso, davanti al cadavere di Michele Reina, ventotto anni fa. Egli non avrebbe in quel momento potuto immaginare sino a che punto si sarebbe spinta la ferocia corleonese. Si pensi alla decapitazione dei vertici istituzionali della città di Palermo da parte del gruppo egemone di Cosa Nostra, a partire dal ‘79 e sino al 1983. Dall´omicidio ricordato del segretario della Dc inviso a Ciancimino, il limiano Michele Reina, al capo della squadra mobile Boris Giuliano. Dal candidato alla carica di consigliere istruttore Cesare Terranova al presidente della Regione Piersanti Mattarella. Dal comandante della compagnia dei carabinieri di Monreale, Emanuele Basile, al procuratore della Repubblica Gaetano Costa. Dal segretario regionale del Partito comunista Pio La Torre sino al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa e al consigliere istruttore Rocco Chinnici. O ancora si ponga mente alla strage di Natale sul treno rapido nella grande galleria dell´Appennino del dicembre 1984, attuata per spostare l´attenzione dell´opinione pubblica dal Sud al Nord e per allentare la morsa repressiva dello Stato sulla mafia in Sicilia, facendo apparire l´esistenza di un pericolo per le istituzioni e la nazione diverso e maggiore da quello rappresentato da Cosa nostra. E poi l´uccisione dei funzionari della squadra mobile Ninni Cassarà e Beppe Montana tra la fine di luglio e l´inizio di agosto 1985.

È però con l´offensiva stragista del biennio 1992-94 che Cosa nostra mostra di agire con una finalità non solo di terrorismo politico, ma anche di eversione dell´ordine democratico per attuare una destabilizzazione capace di compromettere la funzione propria dello Stato nella sua essenza unitaria, di ingenerare disordine, panico, sconcerto e viva apprensione in tutta la Nazione, e ad incidere su uno dei principi fondamentali sui quali si basa la democrazia, che vuole la nomina del presidente della Repubblica e la politica della giustizia affidata al governo e al Parlamento. Invero, va ricordato che la strage di Capaci produsse l´accelerazione della nomina del presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, superando la naturale dialettica politica e estromettendo definitivamente la candidatura di Andreotti.

Le stragi che seguirono e la pianificazione di numerosi ulteriori attentati, fortunatamente non portati a compimento, furono diretti a rivitalizzare una trattativa inariditasi con rappresentanti dello Stato, volta ad ottenere da parte dei mafiosi l´abolizione dell´ergastolo, della legislazione sui collaboratori di giustizia, sul regime carcerario di cui all´articolo 41 bis dell´ordinamento penitenziario, sul sequestro e sulla confisca dei beni. Se oggi il terrorismo di matrice interna è stato posto in non cale, pur non essendo stato del tutto debellato, e le sue manifestazioni criminali susseguitesi dalla fine degli anni novanta e nel corso degli anni Duemila (quali gli omicidi di Massimo D´Antona e Marco Biagi e l´invio di pacchi bomba) sono state osteggiate da un coro unanime da tutte le forze politiche dell´arco costituzionale, così come è accaduto per il terrorismo internazionale ricollegabile ad Al Qaeda, Cosa nostra è alla ricerca di nuovi equilibri interni, anche attraverso l´esecuzione di omicidi strategici, rifugge il terrorismo istituzionale ed eversivo, senza abbandonare, peraltro, propositi di aggressione nei confronti di servitori dello Stato (come emerge dal contenuto di alcune intercettazioni telefoniche). Ha perduto la ragione ideologica d´essere per settori del potere costituito, dal momento che la funzione anticomunista è stata superata dalla storia, ma, al contempo, consolida la sua presenza sul territorio, nonostante la continua attività repressiva nei confronti degli esponenti della mafia militare (i cui risultati vengono, in parte sviliti, da un meccanismo processuale sanzionatorio divenuto farraginoso e per molti aspetti inadeguato) e lo sviluppo di una cultura del rinnovamento e della legalità da parte di numerosi esponenti della società civile.

L´organizzazione è approdata a una nuova forma di coabitazione con esponenti della politica e della borghesia, continuando a fungere da strumento di aggregazione di consensi per l´ambizione di uomini senza scrupoli. La sua azione criminale continua a non suscitare lo stesso interesse mediatico che genera il terrorismo interno e internazionale. Le meritorie iniziative della commissione parlamentare Antimafia, volte a bandire gli inquisiti dal panorama politico, non trovano i necessari consensi e il Parlamento continua ad essere popolato da personaggi portatori di legami con esponenti delle cosche nella più totale indifferenza. Non resta dunque che auspicare una maturazione dei rappresentanti delle classi dirigenti e una presa di coscienza da parte dei cittadini, i quali possono azionare i meccanismi della sanzione politica nei confronti di chi non esita a inquinare con la collusione la classe dominante.

L`Unità, 5 settembre 2007

Sull'autore