È stata la campagna elettorale più violenta in due decenni di governi civili (timidissimamente democratici) quella che si è conclusa in Guatemala, dove domani 6 milioni di potenziali votanti rinnoveranno il presidente della repubblica, 158 deputati, 332 sindaci e consigli comunali, oltre ai rappresentanti al parlamento centro-americano.

     

Scritto da Gianni Beretta

Dal suo inizio, il 2 maggio, sono stati assassinati 42 fra attivisti e candidati di diversi partiti. Ultima in ordine di tempo, la scorsa settimana, Clara Luz Lopez, aspirante consigliera comunale a Catarina per Encuentro por Guatemala, crivellata da 17 colpi di arma da fuoco. Senza contare le minacce, le intimidazioni, i sequestri di persona.

Encuentro por Guatemala è la coalizione che ha presentato alla presidenza la Nobel per la pace Rigoberta Menchú, con il suo movimento indigeno Winaq (che in lingua quiché significa «equilibrio e integrità»). Ma è piuttosto improbabile che la prima candidata donna, nonché maya, nella storia di questo paese acceda al ballottaggio del prossimo 4 novembre, visto che i sondaggi più ottimistici (pur poco credibili per la marcata manipolazione e la diffusa paura a esprimersi) la danno in crescita ma non oltre il 6%. Rigoberta sarebbe in quarta posizione su 14 concorrenti, preceduta dal candidato della governante Gran alianza nacional, Alejandro Gianmattei (della destra moderata), al 10%), ma soprattutto dai due contendenti maggiori: Alvaro Colom, della Unidad nacional para la esperanza (qualcuno azzarda, con fin troppo ottimismo, di tendenza socialdemocratica) in testa col 30%, che se la vedrà con l`ex-generale Otto Perez Molina, col suo nuovo Partido patria (della destra estrema, al 27%), che dovrebbe ereditare la gran parte dell`elettorato reazionario e populista del Frente republicano guatemalteco dell`ex generale-dittatore Efrain Rios Montt (che comunque punta a restare deputato per mantenere quell`immunità che gli ha evitato finora i tribunali).

A poco più di dieci anni dalla firma degli accordi di pace che pose fine a un conflitto quarantennale fra guerriglia ed esercito, la cui espressione più macabra è stato il genocidio di 190 mila indigeni maya per la gran parte ad opera degli apparati di sicurezza dello Stato, il Guatemala è rimasto in balia della violenza e dell`impunità. Con gli ex militari a gestire i traffici illegali e a fomentare la micro-delinquenza, così da poter promettere poi, come ha fatto Otto Molina (autodenominatosi «generale della pace» per essere stato fra i negoziatori con la guerriglia) l`avvio della campagna «mano dura». Le azioni del crimine organizzato e delle maras (bande giovanili); gli assassinii e le sistematiche violenze sulle donne, e, ultimamente, l`uccisione degli autisti degli autobus, hanno generato un clima di insicurezza e di caos totale (5.885 omicidi nel 2006 su una popolazione di 10 milioni di abitanti). Mentre nessuno è in grado di promuovere politiche per alleviare la disoccupazione e la povertà (75% dei guatemaltechi); ne tantomeno di far funzionare il sistema giudiziario, arresosi all`impunità.

Ma è il narco-traffico ad aver assestato il colpo mortale a quel che restava della volontà di ricostruzione e riconciliazione post-bellica, inquinando inesorabilmente le istituzioni e la politica. Il transito della cocaina verso gli Stati uniti e l`Europa è diventato massiccio nell`ultima decade. E sono proprio i narco-boss a imbarbarire questa campagna elettorale. Tanto che i vescovi guatemaltechi hanno rivolto un appello invitando (oltre che a «recarsi alle urne per superare l`apatia») a non dare il voto ai candidati legati ai trafficanti.

Il governo uscente del presidente conservatore Oscar Berger, al di là delle sue reali intenzioni, ben poco avrebbe potuto fare. Lo ammette la stessa Rigoberta che, insieme a qualche altra figura progressista, ha preso la controversa decisione di collaborare con compagine uscente, da «ambasciatrice per gli accordi di pace». Un colpo di coda comunque il vicepresidente Eduardo Stein (prestigioso intellettuale che decise un giorno di «sporcarsi le mani» per il suo paese) è riuscito a darlo il mese scorso con la creazione di una Commissione di indagine contro l`impunità, appoggiata dall`Onu che dovrebbe installarsi dal 2008. Come dire: senza un aiuto deciso della comunità internazionale il Guatemala non ne verrà mai fuori.

Certo, appare a prima vista deludente che in queste elezioni la Nobel per la pace Rigoberta Menchú risulti priva di chance di successo. Ma, oltre a essere la prima volta e agli scarsissimi mezzi che ha a disposizione rispetto ai suoi rivali, nonché alla complessità della (pur maggioritaria) realtà indigena guatemalteca, è un fatto che la sinistra va a questo appuntamento in ordine sparso, con ben due ex-comandanti della guerriglia Urng che si presentano come candidati a presidente per proprio conto e in concorrenza con Rigoberta. Si assisterà così, probabilmente, alla definitiva scomparsa della sinistra tradizionale visto che è assai improbabile che qualcuna delle sue formazioni ottenga almeno un deputato.

Per Rigoberta e la sua coalizione i bilanci reali si potranno fare solo dopo lo scrutinio delle schede. In ogni caso sarà un test interessante, un inizio, ci si augura, per una accumulazione di forze che possa dare un minimo di speranza e futuro a questo disgraziato paese.

Il manifesto, 8 settembre 2007

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