Mentre, in seguito alla strage di Duisburg, il mondo “intellettuale” e politico calabrese discetta di cause storiche, radici antropologiche, analisi politiche e lancia solenni proclami etici, il territorio continua a bruciare del fuoco senza fine del racket. Due aziende simbolo della lotta alle estorsioni subiscono nuovi attentati. Una di queste è bersaglio del racket, initerrottamente, da più di venti anni.

     

Scritto da Antonello Mangano

L’emergenza del momento, senza che se nessuno se ne sia accorto, si chiama Lamezia. Il 22 agosto scorso una bottiglia incendiaria è stata rinvenuta all`interno della Silanpepe, vero baluardo storico dell’antiracket calabrese. Un principio di incendio e danni stimati per circa 20.000 euro.

Nel febbraio del 2005 fu dato fuoco agli stabilimenti di produzione, mesi di inattività e danni gravissimi. Quindici giorni dopo due chili di esplosivo furono ritrovati davanti all’abitazione del titolare. La bomba ad alto potenziale non esplose solo per una fortunata coincidenza, la pioggia spense la miccia.

Ma la storia comincia molto prima. L’azienda di spezie appartiene a Luigi Taiani, attuale vicepresidente dell`associazione lametina antiracket, ma già il padre Antonio, quando era titolare della ditta, fu vittima di un grave attentato a colpi di fucile, nel gennaio 2003. Qualcuno si posizionò su un cavalcavia a 50 metri dal piazzale d’ingresso dell’azienda, aspettò con pazienza, riconobbe Antonio Taiani, fece fuoco.

Le prime intimidazioni risalgono a circa 20 anni fa e sono continuate con cadenza costante. Dopo diversi avvertimenti, il 7 dicembre del 2004 fu rinvenuta una tanica di benzina davanti all`ingresso dello stabilimento. Nel maggio del 2004, fu rinvenuto un bidone utilizzato per i rifiuti che conteneva cinque bombolette di gas uso camping, avvolte in un cartone, in cui era stato versato del gasolio. Per una fortuita coincidenza le fiamme non si svilupparono. Mai un colpevole mai un arresto. Ma i Taiani, hanno deciso: la Silanpepe non paga.

Pochi giorni prima, il 10 agosto, due ore dopo la mezzanotte, le fiamme si sono sprigionate da un cumulo di pneumatici posti all’esterno della ditta Godino, presso un palazzo in costruzione.

L’incendio è stato subito spento dai Vigili del fuoco, danni relativamente lievi ma un episodio denso di significato.

Il 24 ottobre del 2006 un intero palazzo, peraltro situato accanto agli uffici della polizia, veniva dato alle fiamme. L’obiettivo è l’attività economica – commercio di pneumatici – della famiglia Godino. La colonna di fumo nero che va verso il cielo, un intero palazzo in fiamme. Deposito ed abitazione, tutto finisce in cenere. Immagini degne dell’Iraq in guerra, che colpiscono giornali e tv. Arrivano inviati da tutte le testate, nonostante fossero già stati 86 gli attentati consumati nell’anno contro i commercianti.

Lamezia reagisce. Un manifestazione riuscita, la città in piazza, le saracinesche abbassate, il corteo con in testa il sindaco e Tano Grasso. Le parole commoventi dei figli di Godino. Sembra passato un secolo.

Venne anche la troupe delle Iene, fece un buon servizio, andato in onda il 7 novembre del 2006, che conteneva un passaggio semplicemente agghiacciante: l’intervista a Roberto Molinaro, un commerciante del luogo, un altro di quelli che hanno detto no. “Io sono stato vittima di un attentato a colpi di lupara contro le vetrine del mio negozio. In Calabria”, dice Molinaro, “quando si subisce un attentato, si usa che qualcuno della famiglia delle vittime vada in giro a cercare chi è stato. Ma perché va a cercare di capire chi è stato? Perché deve stipulare con lui una ‘polizza assicurativa’… Questa polizza assicurativa si chiama estorsione.”

Una dichiarazione gravissima, uno spaccato di una realtà oltre ogni immaginazione. È il mondo senza pietà dell’attentato preventivo. L’attentato avviene a prescindere, colpisce tutti, non solo i ribelli. Non è il criminale ad andare dalla vittima, ma quest’ultima che deve preoccuparsi di ricercare l’attentatore. La telefonata, la visita, la lettera minatoria sono direttamente sostituite dalla raffica di mitra o dalla tanica incendiaria.

Infatti, il numero degli attentati contro negozi, insegne, mezzi di cantiere farebbero pensare ad una imprenditoria che non si piega all’esazione delle cosche. Ma è una impressione superficiale. Anche quando c’è una denuncia, quasi mai si passa all’indicazione di sospetti o a riferimenti contro i possibili responsabili, anche quando si tratta dei notissimi ignoti che controllano il territorio.

La pratica dell’attentato preventivo, confermata da numerose cronache, prevede che all’apertura di una nuova attività, al ritardo di un pagamento, all’insorgere di una qualunque incomprensione il clan ricorra subito alla violenza.

Ma c’è ancora chi resiste, risparmiateci le chiacchiere sul salto di qualità, non lasciateli soli, Duisburg è qui ed ora, tra un capannone che produce pepe ed un deposito di gomme.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.