Il giacimento più ricco del pianeta è in Brasile, ma produce ricchezza altrove
I rifugi della sinistra. Si vota in questi giorni per annullare la legge con cui dieci anni fa veniva svenduta ai privati la Vale do Rio Doce. Anche Lula oggi è costretto a sostenere il referendum per arginare la valanga, ma i poteri forti condizionano il Pt.

     

Scritto da Serena Corsi

A São Luis, incantevole capitale coloniale dello stato brasiliano del Maranhão, la vita segue il ritmo della marea. Non potrebbe essere altrimenti , visto che c`é una differenza di sei metri fra alta e bassa e che questo finisce per influenzare la vita del porto, intorno cui ruota la vita economica della cittá. Tanto piú che, nonostante la scocciatura della marea, e in virtú della vicinanza con l`equatore, é da qui che salpano la maggior parte delle navi dirette nell`emisfero boreale, e di porti ce ne sono due: quello di Itaqui – statale – e quello di Ponto Madeira,divenuto privato da quando privata é l`impresa che lo possiede, la Compagnia Vale do Rio Doce .

Da Ponto Madeira salpa anche la famigerata Berge Stalh, gigantesca nave merci creata ad hoc per trasportare da São Luis al porto di Rotterdam il ferro delle miniere di Eldorado Carajás, giacimento piú ricco del pianeta, situato nel vicino Pará, a meno di 900 chilometri da São Luis. Una ferrovia, creata vent`anni fa con denaro pubblico e a prezzo di non poca devastazione forestale, collega direttamente Carajas alla capitale maranhense – o, per meglio dire, al porto della Compagnia Vale do Rio Doce.

Dopo la scoperta dei giacimenti del Pará, dopo quelli di Minas Gerais nel sud, pareva che le miniere avrebbero risollevato il Brasile e, per costruire la rete ferroviaria che doveva facilitare il trasporto, lo Stato non badó a spese, né a macchiarsi le mani: proprio a Eldorado nel 1996 furono massacrati 19 sem terra che avevano avuto il cattivo gusto di occupare terra prossima ai giacimenti.

Ciononostante, nel 1997 il presidente Cardoso, cavaliere del neoliberismo, lasció stupefatti i brasiliani annunciando che all`interno del suo piano di privatizzazioni era compresa anche la Compagnia di bandiera .

Fra lo sdegno popolare e lo sfregamento di mani degli avvoltoi che da tempo muovevano le leve giuste della politica per riuscire a metterci le mani – fra cui anche la brasilianissima banca Bradesco – la Compagnia fu venduta per decreto legge al ridicolo prezzo di 3 miliardi di dollari, quando il prezzo stimato sul mercato era, giá allora, di piú di 90. Cardoso giustificó il basso prezzo con la necessitá di pagare il debito pubblico, cosa che, puntualmente, non accadde. In compenso, trasformó il Brasile in un donatore di sangue ricco di ferro a vantaggio delle anemiche potenze in espansione (Cina in primis), passando per i vampiri delle compagnie europee che gestiscono il grosso della distribuzione internazionale e gli equilibri della Cvrd in finanza: dopo la privatizzazione due terzi delle azioni sono finite in mano straniere.

A dieci anni dalla scandalosa svendita, e con decine di azioni legali in corso che ne sostengono l`incostituzionalitá, i movimenti sociali sono riusciti a mettere in piedi una campagna per l`annullamento della legge che culmina con un referendum popolare. Non é il primo: nel 2002, sempre nella prima settimana di settembre – scelta dai movimenti perché é la settimana della patria – ci fu quello sull`Alca, che ottenne la partecipazione di dieci milioni di votanti. Per questo, gli organizzatori puntano ai venti milioni, e la campagna pubblicitaria buonista lanciata dalla Compagnia su tutte le televisioni nel tentativo di frenare la valanga, sta ottenendo l`effetto boomerang di richiamare l`attenzione dei brasiliani sul tema.

Il tema é sulla bocca di tutti al punto che il Pt di Lula, a congresso fino a domenica, ha dovuto votare un testo in cui sostiene il Referendum, perché «il governo e la giustizia brasiliani hanno il potere e la legittimitá di annullare la legge». Ció non significa che nell`esecutivo qualcosa si muoverá, anzi. Cinque anni di governo hanno dimostrato che il Pt non é ingrado di togliersi dal collo il tallone dei poteri forti, neanche provando a giocare con le loro armi: a fine agosto é iniziato il processo contro i 40 «ptisti» accusati di corrompere deputati dell`opposizione per far avanzare il programma di Lula (ha suscitato molto piú scandalo l`utilizzo nelle bustarelle di denaro pubblico, anziché del partito, che l`atto di corruzione in sé: ironie del Brasile).

Quando si trattó di vendere la Cvrd, fondi illeciti hanno probabilmente seguito tutt`altra direzione, ma, c`é da scommetterci, questi non verranno mai a galla. Su altri giochi é piú facile far luce: la Bradesco, una delle maggiori banche del Brasile, ha creato la Bradespar per non comparire direttamente fra gli azionisti della compagnia, come gli era impedito dal fatto di aver fatto parte della commissione che doveva valutarne il prezzo di vendita. Non solo: l`attuale presidente della Cvrd, Roger Agnelli, é stato presidente del consiglio di amministrazione della Bradesco fino al 1998. Ma per l`alta finanza, questi dribbling sono giochi da ragazzi.

Il referendum sará una grande mobilitazione popolare, e questa forse é l`unica vittoria che resterá nelle tasche dei brasiliani. Cinquecento anni dopo l`argento di Potosí, il ferro brasiliano di Carajás lascia il Sudamerica per produrre ricchezza altrove, con l`amara ironia che i brasiliani hanno anche pagato, e a caro prezzo, le infrastrutture per renderlo possibile. E continuerá ad essere come é: appena la marea permette ai pescatori del poverissimo Maranhao di remare verso la linea dell`orizzonte, la mastodontica Berge Stalh é giá quasi sulla linea dell`equatore, sul punto di sparire dall`altra parte, con tutto il suo carico a bordo.

Il Manifesto, 5 settembre 2007

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