Dal 2005 è la terza nel settore delle costruzioni. È passata (quasi) indenne nel ciclone Tangentopoli.

     

Scritto da Gigi Marcucci

Il blitz risale al 2005. Con 64 milioni di euro la Pizzarotti e C. Spa conquista la Garboli, soffiandola alla concorrente Astaldi. E si piazza al terzo posto nella classifica delle imprese italiane di costruzione, proprio dietro Impregilo e Astaldi.

Sessanta dirigenti, 500 impiegati e un numero di operai che varia tra i 700 e i 1000, una lenzuolata di partecipazioni in società e consorzi, accreditato due anni fa di un fatturato calcolato in 850milioni di euro: è l’ultimo ritratto disponibile del gruppo fondato nella terra del Culatello da Gino Pizzarotti e diretto con piglio imperiale dal nipote Paolo.

Difficile dire come reagirà il cavaliere del lavoro allo stop del ministro Di Pietro sul Passante Nord. Maurizio Fratoni, consigliere d’amministrazione e portavoce ufficiale del gruppo, è irraggiungibile. Al suo posto però parlano i ricorsi presentati quando la Pizzarotti fu esclusa dagli appalti per il passante di Mestre. Quasi uno sgarbo per un’azienda onnipresente, dagli aeroporti alla Tav, passando per strade e autostrade.

L’esperienza legale non manca certo a Pizzarotti, che ha attraversato Tangentopoli indenne. O quasi. Passata la metà degli anni 90 arrivarono le assoluzioni per le tangenti Enel (nello stesso processo fu condannato Bettino Craxi), la Cassazione lo assolse anche dalle accuse relative a presunte irregolarità relative agli appalti per la strada Ofantina, dove era coimputato con il Dc Angelo Sanza. Il 21 settembre del ’94 i giudici della sesta sezione penale di Milano accolsero invece undici richieste di patteggiamento, tra cui quella di Paolo Pizzarotti, che concordò coi magistrati una pena di un anno e un mese, oltre a 560 milioni di risarcimento (fonte Ansa). Il processo riguardava le tangenti pagate per l’aggiudicazione dei lavori di Malpensa 2000, andati a un’associazione di imprese comprendente la Pizzarotti.

A rendere gli anni 90 particolarmente movimentati per il gruppo arrivano anche le dichiarazioni di un pentito di camorra, Pasquale Galasso. Le sue parole, ripetute anche davanti alla Commissione parlamentare antimafia, si prestavano in alcuni punti a più interpretazioni e sembravano indicare in imprese come la Pizzarotti le vittime di un sottile gioco estorsivo, che vedeva da una parte notabili democristiani e dall’altra boss come Raffaele Cutolo, prima, e Carmine Alfieri, poi. L’ipotesi sembrò confermata nel 2003, quando la Dia di Napoli si accorse che la camorra imprenditrice dei casalesi, con fortissimi interessi nell’edilizia, era riuscita a estorcere denaro anche a imprese di livello nazionale come la Pizzarotti e a imporre omertà a tecnici che lavoravano in zone del Paese diverse da quelle tradizionalmente controllate dalle organizzazioni criminali.

Un ingegnere della Pizzarotti, Giovanni Negro, fu schiaffeggiato da un camorrista così violentemente da riportare la perforazione di un timpano.

Il responsabile locale della società fu addirittura prelevato e portato al cospetto del boss Francesco Bidognetti (“Cicciotto e’ mezzanotte”), che impose di affidare i subappalti a imprese gradite alla camorra.

Per uno scherzo del destino, l’ex ministro Pietro Lunardi, amico di Pizzarotti e come lui nato nella patria dei prosciutti, è diventato famoso per l’invito a «convivere con la mafia».

L’Unità, 4 settembre 2007. (Edizione Bologna)

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