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Stop all`Eni nel Mar Caspio

Bloccate per tre mesi le attività estrattive del consorzio Agip Kso: «motivi ambientali». Sembra che il governo di Astana voglia royalties maggiori, ora che il petrolio rende di più.

     

Scritto da Maurizio Galvani

Brutte grane per l`Eni nel Mar Caspio. Il governo del Kazakhstan ha bloccato per tre mesi lo sfruttamento dei campi petroliferi di Kashagan «poichè non ci sarebbe compatibilità ambientale». Il governo di Astana avrebbe dimostrato che – nelle acque limitrofe ai giacimenti – ci sarebbe «una moria di pesci e sarebbero stati provocati danni alla popolazione specialmente bambini». Questa la spiegazione ufficiale. Quella più plausibile, invece, è che il governo voglia rivedere le royalties del consorzio guidato dall`Eni e rivedere tutte le condizioni di sfruttamento di questo «gioiello della repubblica centrasiatica». Bisogna anche tener conto che il diritto di sfruttamento le è stato dato per 35 anni, fino al 2010, dal 2005 del contratto iniziale.

I dirigenti dell`Eni si sono affrettati a dire che «non è cambiato nulla»; tuttavia una delegazione è subito partita per Astana (la capitale) per incontrare il ministro dell`ambiente, Nurlan Iskakov, che ha emesso il verdetto di blocco dei lavori. L`a.d. dell`Eni, Paolo Scaroni, pochi giorni fa al Metting di Rimini aveva accennato alle difficoltà, definendole però «risolvibili». Di fatto, ieri, subito dopo la notizia, il titolo della società di stato italiana è sceso dell`1% e si è mantenuto ad una quotazione bassa per l`intera negozazione.

La fiducia dei vertici dell`Eni si è inoltre ridotta quando è stata data notizia che il Kazakhstan ha anche accusato il consorzio Agip Kso perché «alti funzionari del raggruppamento» sarebbero stati accusati di «evasione fiscale, poichè avrebbero evaso la dogana per 2,5 milioni di dollari». Il vicecapo del comitato doganale del ministero, Serzhan Duisebaiev, ha detto alla agenzia russa Interfax che «il governo ha aperto una inchiesta penale sulla vicenda». Per finire, è stata confermata la nomina di Sauat Mynbayev alla guida del ministero dell`energia in sostituzione del ministro Ikzukhambetov. Il primo è considerato un uomo d`apparato, proveniente dalla fila dell`industria di stato Samruk.

Il «cane a sei zampe» (logo dell`Eni) è alla guida di un consorzio che comprende altre multinazionali del petrolio quali Shell, Exxon Mobil corp., Total, ConocoPhillips, la giapponese Inpex Holding e una società kazaka, la KazMunaiGas. Al gruppo è stato riconosciuto il diritto di sfruttare il giacimento petrolifero, che ha una potenziale totale di estrazione pari a 38 miliardi di barili. L`obiettivo dell`Eni e del consorzio è quello di arrivare ad estrarre inizialmente almeno 7-9 miliardi di barili di petrolio. Il Kazakhstan ha avuto un prelievo – in tasse – pari al 10% del ricavato e la promessa dell`Eni era quella di mantenere una quota per gli investimenti nell`area. Invece, è stato reso noto che l`investimento è quasi triplicato (da 57 a 136 miliardi di dollari), ma contemporaneamente il prezzo del petrolio è aumentato ben oltre i 35 dollari ipotizzati al momento dell`accordo come cifra più ottimitica.

Il prossimo 8 ottobre, il premier Romano Prodi sarà in visita per due giorni ad Astana. I vertici Eni auspicano di risolvere il contenzioso prima del suo arrivo, altrimenti non rimarrà che caldeggiare la loro causa. Il rischio che, nel frattempo, il presidente Nazarbaiev faccia come il potente vicino della Gazprom che – con la scusa di «pesanti infrazioni nella normativa ambientale» – si è fatto restituire dalla Shell la maggioranza azionaria del progetto Sakhalin 2.

Il Manifesto, 28 agosto 2007

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