Per gli abitanti del villaggio di Gaigaura, circa 300 chilometri a ovest della capitale nepalese Kathmandu, attingere acqua da bere è una sorta di battaglia quotidiana. Le donne (sono sempre loro a sobbarcarsi questa incombenza domestica) devono camminare ore per raggiungere l`unica fontanella pubblica dei dintorni – e aspettare ora in coda prima di poter attingere acqua, visto che la fontana deve servire centinaia di persone.

     

Scritto da Marina Forti

Non si pensi però che il Nepal occidentale soffra di siccità, non è questo il punto. «Siamo letteralmente circondati d`acqua ma purtroppo non possiamo farci nulla» spiega la signora Parbati Shrestha a un corrispondente di Irin news (il notiziario on-line dell`Ufficio Onu per gli affari umanitari). Il punto, spiega, è che le fonti d`acqua nel territorio del villaggio sono controllate dai proprietari terrieri, i quali possiedono grandi estensioni di terra e negano l`accesso ai contadini poveri come lei, che non possono neppure protestare.

Un problema non da poco, anche perché migliaia di villaggi del Nepal hanno lo stesso problema di Gaigaura. Il governo stima che l`80 percento delle famiglie rurali abbia accesso all`acqua potabile, riferisce Irin (20 agosto); ma diversi attivisti per i diritti sociali contestano la stima del governo, dicono che l`acqua potabile è un miraggio per i più e dicono che la causa sono la cattiva gestione delle fonti esistenti, il disinteresse delle autorità politiche, e anche il sistema legale del paese. Il Forum for Water and Sanitation, «forum per l`acqua e i sistemi igienici» (Nfws), sostiene che il problema è antico, bisogna che le leggi del paese riconoscano a tutti pari diritti d`accesso all`acqua: «L`accesso all`acqua deve essere riconosciuto come un diritto, poiché è un bisogno umanitario fondamentale», dichiara (sempre a Irin) Prakash Amatya del Forum: aggiunge che gli accordi di pace del novembre 2006 tra il governo e il partito maoista sarebbero l`occasione per rettificare questo stato di cose. Quegli accordi hanno spianato la via a un governo di transizione, insediato all`inizio di quest`anno, che deve ridisegnare la costituzione del paese: mettendo fine, si spera, a storiche ingiustizie.

Infatti, i contadini che camminano ore per procurarsi l`acqua pure tanto abbondante nelle valli himalayane sono forse il segno più eloquente della profonda violenza delle relazioni sociali in Nepal. Con 26 milioni di abitanti, il paese himalayano è essenzialmente rurale, l`80% della popolazione dipende dall`agricoltura. Però oltre 12 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà, ovvero oltre il 40% della popolazione: e di questi almeno 5 milioni sono contadini senza terra, dalit («intoccabili» secondo il sistema di caste delle società hindu), caste svantaggiate e classi marginali. La concentrazione della proprietà terriera è impressionante. Un sistema di privilegi feudali: del resto, fino a poco più di un anno fa il Nepal era una monarchia assoluta, in cui ogni potere era in mano a una piccola oligarchia; solo nel maggio 2006 una rivolta popolare ha costretto i monarchi a cedere i poteri.

«Abbiamo bisogno un governo che sia cosciente dei nostri problemi e abbastanza sensibile da capire le difficoltà che affrontiamo ogni giorno per vivere», commenta Mangal Biswakarma a Sipleneytara, un altri villaggio a ovest di Kathmandu (di nuovo a Irin news). «Le cose stanno molto peggio per i sottocasta come me, siamo ancora considerati intoccabili», aggiunge.

Già: come per caso gran parte dei proprietari terrieri sono brahmini, la casta più alta del sistema sociale hindu, e in molte zone del paese si attengono alle regole più strette della «intoccabilità». L`acqua, insieme al cibo, è tra i tabù più forti: «In molti villaggi ai dalit non è nemmeno permesso toccare le fontanelle pubbliche», spiega Mangal. Di fronte a un sistema così violento non stupisce che in Nepal si fosse sviluppata una ribellione armata di ispirazione maoista…

Il Manifesto, 28 agosto 2007

Sull'autore