La strage di sei calabresi in Germania riporta in primo piano la ‘ndrangheta. Per alcuni una piovra diabolica ed invincibile, per altri delinquenza ancora alle prese col “salto di qualità”. La mafia calabrese è cresciuta, è ricchissima, ma rimane strutturalmente fragile, strategicamente rozza, non è più segreta, ed ha meno prestigio che in passato. E se la politica abbandona il modello democristiano, e prende qualche decisione, se i cittadini la smettono di gridare alla ‘demonizzazione’ e di piangersi addosso…

     

Scritto da Antonello Mangano


“Parla come un ricco, agisce come un povero. Disprezza i ricchi che non hanno conosciuto la povertà, i poveri che non hanno saputo pervenire alla ricchezza. Lascia i parenti poveri e non sa trovare parenti ricchi. Questa condizione di solitudine alimenta violenza, egocentrico furore…”

Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra

Cosa esiste in natura di più permaloso di un reggino? Nulla, probabilmente, e lo sa bene chiunque abbia scritto un articolo sulla città senza incentrarlo sul lungomare o sul bergamotto. Tra gli ultimi in ordine di tempo, l’inviato della Repubblica; scrisse – a fine aprile del 2007, vigilia delle comunali – un reportage sul controllo delle cosche, in città e provincia. Ebbe il torto di farcire l’articolo con una sciocchezza, un cittadino su due coinvolto in attività criminali, “a vario titolo”, e questa fu un’ottima scusa per dimenticare tutto il resto (“sono cose che si sanno”) e gridare all’offesa mortale, all’orgoglio ferito, alla campagna denigratoria.

La “Fondazione Mediterranea per la promozione e lo sviluppo dell’Area e della Città Metropolitana dello Stretto”, che tra i suoi soci fondatori annovera il Comune e la Provincia reggina, è arrivata a querelare il giornalista, a chiedere i danni. Questa città (per tacere della provincia) che non batte ciglio di fronte agli omicidi in serie – “tanto si ammazzano tra di loro” – agli attentati a ripetizione contro cose e persone – “anche a Milano succedono queste cose” – , persino a faide indegne della civiltà, ancora non tollera chi ricorda una emergenza criminale unica nel mondo occidentale.

La solita schizofrenia – ecco, nessuno parla della Calabria, non facciamo notizia. Poi esce un articolo, o arriva la televisione – ecco, sempre e solo cronaca nera, ci demonizzano, ci criminalizzano. Gli abitanti del luogo si ritengono gli unici autorizzati a parlare male di sé stessi e del posto in cui vivono, guai però se ci prova un “forestiero”, il cui ruolo è quello di certificare le bellezze, lodare la cultura indigena, partire estasiato.

Quindi non erano degne di interesse le minacce al candidato sindaco dell’opposizione, un portone incendiato; del resto – dal paese più piccolo al presidente della Regione – le “intimidazioni” ai politici, agli amministratori, ai dirigenti degli enti locali scandiscono la vita locale come il sole e la pioggia, l’indifferenza è totale, ma i numeri sono impressionanti, diverse centinaia ogni anno.

La multinazionale dei buzzurri

La strage di Duisburg ha reso nuovamente “attuale” la `ndrangheta, gli inviati giungono a San Luca, le telecamere frugano tra i vicoli, i microfoni si tendono – ha paura? Cosa si prova?

Nelle redazioni vengono rispolverati rapporti, dossier, denunce. Si scopre, con il solito stupore, che tutto era scritto: tre, cinque, a volte 10 anni fa. Documenti della commissione antimafia, inchieste giornalistiche, persino allarmi inascoltati dei servizi segreti tedeschi.

Ci si stupisce – ora – che abbiano comprato immobili in Canada, pizzerie in Germania, beni in Australia, che avrebbero acquistato alla Borsa di Francoforte grossi pacchetti azionari di aziende energetiche, tra cui il colosso russo Gazprom; ma cosa avrebbero dovuto fare con gli immensi proventi della cocaina? Comprare ettari di uliveti a Platì? Depositare tutto sul libretto postale intestato al cugino forestale?

Il dramma è l’isterica oscillazione tra una perenne sottovalutazione (frutto del sottosviluppo, criminalità agropastorale, residui del passato) e momenti di accesa sopravvalutazione (una rete invincibile, la mafia più potente del mondo, monolitica ed inafferrabile…). I magistrati di Reggio Calabria conoscono molto bene la realtà della `ndrangheta, non solo per le inchieste ed i processi, ma soprattutto per le intercettazioni, per fare una prova ci vogliono ore ed ore di ascolto, che non servono a nulla ai fini processuali, ma sono utilissimi per capire, sul piano umano, chi sono queste persone, come operano, cosa li preoccupa e per cosa si sentono forti.

Più ricca, meno forte, non più segreta, meno prestigiosa

Grazie alla crescita del mercato della cocaina, la cui domanda è cresciuta a dismisura, specie nei ceti alti, ed è diventato quasi un consumo di massa, i clan sono diventati molto ricchi.

Sono abili a gestire l’import diretto dal Sud America, sono di lunga data i rapporti coi colombiani, ed hanno approfittato delle sconfitte storiche dei corleonesi e della litigiosità strutturale dei napoletani. Questa ricchezza si traduce ovviamente in potere, ma dal punto di vista strettamente militare non c’è stata una particolare crescita. Esistono grandi interessi economici, ma che si riducono alla fine al bisogno di ripulire il denaro, di farlo sfuggire ai controlli. Non esistono particolari grandi strategie.

Ascoltiamo la testimonianza di Salvo Boemi, magistrato della DDA di Reggio Calabria, calabrese, durante un discorso pubblico tenuto la sera del 9 agosto 2007.

“Si dice sempre che la forza della ‘ndrangheta è la sua struttura familiare, che impedisce il fenomeno del pentitismo e la rende molto solida. È vero. Ma proviamo a ribaltare il discorso: i clan, da tempo, non hanno più nulla di segreto. Per ricostruire gli organigrammi basta un tracciato dei rapporti di parentela”.

Ed è vero, anche un impiegato dell’anagrafe sarebbe in grado di disegnare la mappa del crimine calabrese. L’operazione Arca, alla vigilia dell’estate 2007, ha messo in evidenza il controllo dei clan sui lavori dell’autostrada, sempre gli stessi nomi: Piromalli, Mancuso, Pesce… Alcuni sono persino gli stessi che imposero la loro presenza quando l’A3 fu costruita la prima volta, negli anni ’70. A Reggio Calabria arresti e sequestri di beni fanno echeggiare gli stessi nomi, De Stefano Condello Libri. Stesso discorso per la zona jonica: Morabito, Cordì, Strangio…

Inoltre, osserva Boemi, a differenza che in passato è venuto meno il prestigio dei capi, ora è solo questione di soldi. “Non avete idea di quante ‘vertenze sindacali’ mi tocca ascoltare…”, la base protesta col vertice per la distribuzione dei proventi. Alla fine sono in pochi quelli veramente ricchi, tutti gli altri si agitano, corrono i maggiori rischi ed un fiume di denaro gli passa sotto il naso. Ma allora perché non si annienta una struttura fatta di ‘notissimi ignoti’? Il problema vero sono le prove. In assenza di denunce e testimonianze, e dopo la decennale campagna politica contro il pentitismo, se non c’è un’intercettazione non ci sarà mai una prova. A Duisburg, dopo poche ore c’era pronto un identikit, c’erano i testimoni in fila.

La faida nel terzo millennio

La faida di San Luca nasce con un lancio di uova – evidentemente non gradito – a Carnevale. Quella di Ciminà – anni ’70, 40 morti – a causa di capretto rubato nell’ovile sbagliato. A Cittanova uno sterminio di oltre cento persone fu originato da un bicchiere di vino di troppo. A Siderno lo scontro nacque dopo un furto di fucili. Ad Africo, dopo un sequestro di persona eseguito senza la giusta autorizzazione, nacque una faida con oltre 60 morti. La guerra civile del capoluogo, seguaci dei De Stefano contro affiliati ai Condello, produsse 700 cadaveri. A Locri lo scontro tra i Cordì ed i Cataldo nacque per un dissidio su un camion di sigarette. Tutti questi scontri, nati tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, restano attuali, periodicamente si risvegliano. Era anche il periodo nero dei sequestri di persona, circa 113; il nome Aspromonte, nell’Italia settentrionale, produce ancora un brivido di paura.

È strano, ma è così. Questi geni del male, questa spectre del crimine, è ancora formata da cafoni rozzi, pastori brutali, contadini ignoranti. I figli non sono migliori dei padri, se hanno una laurea in tasca l’hanno estorta con le minacce o comprata con i narcoeuro.

Possono comprare mezzo mondo, ma non arrivano a concepire un banale calcolo costi-benefici. Patetici i tentativi di svelare grandi strategie dietro quella che – per dirla col linguaggio dei grandi strateghi – è stata una cavolata pazzesca.

Una strage così plateale, efferata, cinematografica, avrà gettato nel panico la famiglia rivale, ma ha anche acceso le telecamere della ZDF, ha fatto staccare i biglietti per gli inviati della Bild, ha fatto saltare dalla sedia funzionari, poliziotti, magistrati, che hanno cercato sulla mappa l’Aspromonte, hanno iniziato fare telefonate – ci dica, dottore Boemi, cosa intendete esattamente con faida. Avrebbero potuto gestire i loro affari con la tranquillità di sempre, perché fino ad ieri il loro denaro non mandava odore, forse sarebbero davvero arrivati alla Gazprom.

Ed invece dal 16 agosto hanno avuto addosso gli occhi del mondo, le lenti degli investigatori, lo sguardo obliquo e diffidente del cittadino tedesco che ne ha già abbastanza di questi invasori dall’accento aspirato. E dal 16 agosto, se un calabrese si presenta a Bonn, a Colonia, a Lipsia con un fascio di banconote e la voglia di chiudere un affare, c’è da stare certi che non sarà accolto come prima.

La figlia prediletta e il problema politico

Le leggi sul sequestro dei beni, le norme sui pentiti, le modifiche al codice penale, il 41bis e l’isolamento, l’indebolimento delle Procure, lo smantellamento dei Pool antimafia non sono frutto del caso, ma scelte della classe politica – di cui la classe politica deve rispondere – che hanno prodotto effetti precisi. Alla vigilia delle elezioni Prodi disse: la Calabria è la figlia prediletta, frase democristiana al 100%, facile da decifrare, spaventosa negli effetti che avrebbe potuto scatenare.

Negli anni della guerra fredda la DC centrava la campagna elettorale negli enti locali sui soldi, guardate i comuni amministrati dai comunisti, non una lira hanno dal governo, guardate i nostri, pieni di provvidenze fondi appalti. Alla vigilia delle politiche, la Calabria era una regione decisiva, mentre il destino di molte altre (Veneto, Emilia, Sicilia) appariva segnato in un senso o in un altro.

Ecco vedete? Votate da quella parte, non mancheranno i soldi, – diranno i galoppini, i raccoglitori di voti, i manager delle amicizie. Illusioni, reti clientelari multilivello, forse anche equivoci. Dopo il delitto Fortugno, la figlia prediletta diventa un’appestata da evitare, lo denuncia il presidente della Regione in una intervista pubblica, il suo partito lo abbandona, ne fonda un altro, personale.

Ancora Boemi: “Circa l’80% delle prove che utilizziamo nei processi è frutto di intercettazioni telefoniche e captazioni ambientali. Le denunce sono pochissime, così come le testimonianze”. E cosa fa il Parlamento? Discute una nuova legge – più restrittiva – sulle intercettazioni.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.