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Colombia. Le relazioni pericolose del governo con i paramilitari

Che fare con la Colombia, dove traffico di cocaina, paramilitarismo e mondo politico sembrano ormai formare un intreccio inestricabile? È questa la domanda che circola con insistenza a Washington, dove le divisioni sulle politiche da adottare nei confronti del governo di Bogotà sono sotto gli occhi di tutti.

     

Scritto da Paolo Manzo

Da un lato c’è George W. Bush, amico personale del presidente colombiano Alvaro Uribe Velez e strenuo difensore del Plan Colombia, il progetto antidroga finanziato negli ultimi sette anni con circa 4,5 miliardi di dollari provenienti dal bilancio statunitense. Dall’altro un Congresso che sta nicchiando sulla possibilità di firmare un trattato di libero scambio con Bogotà e che sembra propenso a ridurre ulteriormente i finanziamenti alle politiche anti-droga del paese sudamericano, dopo i tagli già effettuati lo scorso giugno.

Se il principale obiettivo del Plan Colombia doveva essere lo sradicamento delle piantagioni di coca e la riduzione delle esportazioni di droga verso gli Stati Uniti, a guardare i numeri c’è da mettersi le mani nei capelli. Un fallimento totale.

A fronte dei miliardi di dollari Usa investiti nel paese sudamericano, infatti, fonti bene informate vicine alla Dea, la Drug Enforcement Administration, rivelano a Panorama.it che, “in realtà le esportazioni di droga dalla Colombia verso gli Stati Uniti negli ultimi sette anni non sono affatto diminuite, anzi. Inoltre al Congresso crescono le preoccupazioni sull’influenza dei gruppi paramilitari nel governo e nel parlamento di Bogotà”.

Preoccupazioni che sono aumentate dopo le denunce fatte a un giudice di Medellin lo scorso maggio da Salvatore Mancuso (nella foto sopra), capo storico del gruppo paramilitare delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc) attualmente in carcere, dove sta scontando una condanna di otto anni per i crimini commessi dagli squadroni della morte che obbedivano ai suoi ordini. Secondo Mancuso, l’attuale ministro della difesa colombiano Juan Manuel Santos avrebbe incontrato a metà anni Novanta i leader paramilitari per destabilizzare il governo dell’epoca, guidato da Ernesto Samper.

E a conferma di come, in realtà, la lotta contro i narcos sbandierata dal presidente Uribe stia vacillando, è sufficiente andare a vedere le dichiarazioni rilasciate il mese scorso dallo stesso Mancuso al New York Times: “Non interessa né al governo statunitense né a quello colombiano farla finita con i narcos perché, in quel caso, svanirebbero i benefici per entrambe le parti. Per Uribe & co. quello di ricevere i cospicui finanziamenti di Washington, per le compagnie di sicurezza privata Usa quello di potere rimanere nel paese, come in Iraq e in Afghanistan. La Colombia è un narcopaese e la nostra è una narcosocietà”. Parole che pesano come pietre quelle pronunciate da questo 42enne di origini calabresi e assai vicino alla ‘ndrangheta per questioni legate al narcotraffico internazionale. Le sue parole stridono con quelle che aveva espresso nel 2002, poche ore dopo la prima elezione di Uribe alla presidenza: “Un onorato presidente, il dottor Álvaro Uribe Vélez, è stato eletto consapevolmente e in maniera definitiva al primo turno, da e per una patria che ambisce alla pace e che vuole crescere nella solidarietà…”.

Ma a mettere in seria difficoltà Uribe non ci sono solo Mancuso e il suo passato. Tra le tante “grane” che insospettiscono il Congresso Usa, l’ultima è quella delle intercettazioni telefoniche e dello spionaggio fatto da alcuni membri della Policía Nacional nei confronti di giornalisti e oppositori politici tra cui Carlos Gaviria, il leader che lo scorso anno contese a Uribe la presidenza. Alcune di queste intercettazioni sono state pubblicate dal settimanaleSemana e ascoltandole ci si rende conto di come i leader paramilitari orchestrino omicidi e stipulino accordi sul traffico di coca anche dalle prigioni in cui sono rinchiusi. Uno scandalo a cui il ministro della difesa Santos ha cercato di sottrarsi dicendo che né lui né Uribe sapevano nulla delle intercettazioni. Ma alla fine dodici generali della Policía Nacional sono stati costretti a rassegnare le dimissioni.

“Ha un’immagine di cagnaccio antidroga e una realtà che lo vede andare a braccetto con i paramilitari che del narcotraffico hanno fatto la loro principale fonte di entrate. E’ questa la principale contraddizione di Uribe”, spiega a Panorama.it Guido Piccoli, tra i massimi esperti del paese sudamericano e autore del saggio Colombia, il Paese dell’eccesso.

Certo è che oggi sembrano profetiche le parole pronunciate prima delle ultime elezioni da Gustavo Petro, leader del Polo Democrático che si oppone al Pardido Conservador che appoggia Uribe: «il Congresso può essere conquistato dal narcotraffico. L’obiettivo del “narcoparamilitarismo” è quello di eleggere un numero di congressisti che consenta loro di determinare le maggioranze legislative e, con questo, ricattare il prossimo presidente che uscirà dalle prossime elezioni». Dal canto suo Uribe, che dal 2003 aveva scelto di negoziare con i paramilitari riuscendo a smobilitarne migliaia, all’epoca si era difeso minimizzando: «In realtà siamo alla vigilia della fine del paramilitarismo». I fatti successivi sembrano averlo smentito e oggi è più difficile credere a lui che non a Petro. Anche a Washington dove, non a caso, l’ex candidato alla presidenza Al Gore si è recentemente rifiutato di incontrare il presidente colombiano al forum sull’ambiente di Miami. Spiegandone i motivi: “Parlerò Uribe solo quando avrà chiarito i suoi legami con i gruppi paramilitari…”.

Autore: Paolo Manzo

Fonte: Panorama, 9 agosto 2007

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