A Caltanissetta si riaprono i fascicoli per fare luce sul ruolo dei servizi segreti nella strage che costò la vita a Borsellino e la sua scorta. A partire da una presenza anomala.

     

Scritto da Massimo Giannetti

Un telecomando, quello che potrebbe essere stato utilizzato per far saltare l`autobomba piazzata in via d`Amelio, e una presenza anomala, quella di un poliziotto notoriamente «spione», individuato nel luogo della strage subito dopo l`inferno di quella domenica pomeriggio del 19 luglio del 1992. Sono questi i due nuovi elementi che hanno indotto la procura di Caltanissetta a riaprire l`indagine sull`attentato in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. Una nuova indagine – dopo svariati processi e poche verità – che punta dritto ai servizi segreti deviati, che secondo il procuratore aggiunto Renato Di Natale, titolare dell`inchiesta, avrebbero avuto un ruolo nell`assassinio del magistrato antimafia.

In realtà, questo dei presunti mandanti occulti della strage di quindici anni fa, è un capitolo già aperto ma subito chiuso in passato, archiviato forse troppo frettolosamente dalla stessa procura di Caltanissetta. L`input per la riapertura dell`indagine è partito da Palermo, dai magistrati della dda che nelle settimane scorse hanno girato la nuova documentazione ai colleghi nisseni che potrebbe, forse, chiarire parte dei misteri ai quali, proprio due giorni fa, faceva riferimento, in una durissima lettera aperta, lo stesso fratello del giudice assassinato. Salvatore Borsellino (intervista qui sotto), chiama in causa, tra l`altro, parecchi personaggi istituzionali che sarebbero coinvolti, a diverso titolo, in quella che il procuratore Antonio Ingroia definisce «una delle vicende più oscure della nostra repubblica». I tre processi che hanno portato alla condanna degli esecutori materiali (tutti mafiosi) non hanno mai chiarito chi avesse azionato il telecomando collegato all`auto imbottita di tritolo (ma il tritolo potrebbe essere stato piazzato anche dentro un cassonetto della spazzatura) parcheggiata sotto l`abitazione della mamma del giudice Borsellino. Ora quell`aggeggio – secondo l`indagine appena avviata – potrebbe essere stato individuato e sarebbe «collegato ad un imprenditore palermitano». In passato si è parlato spesso della postazione da cui potrebbe essere stato premuto il pulsante stragista: il castello Utveggio sul Monte Pellegrino, proprio sopra via D`Amelio, oggi sede di un centro studi regionale (il Cerisdi) che in quegli anni, in base a quanto emerso nei processi, sarebbe stato sede di appoggio dei servizi segreti italiani. Chi c`era quel giorno nel castello? L`altro grosso punto interrogativo è, come si diceva, la presenza anomala in una via d`Amelio devastata dall`esplosione di un agente di polizia – sarebbe già stato identificato dai magistrati – che nei mesi precedenti la strage era stato trasferito a Firenze perché da un`intercettazione telefonica era emersa una sua «soffiata all`esterno» dei nomi di alcuni agenti impegnati in un`indagine sul traffico di droga a Palermo nel quartiere San Lorenzo, controllato dal boss Salvatore Lo Piccolo, accreditato come uno dei possibili successori di Bernardo Provenzano al vertice di Cosa nostra. Perché il poliziotto trasferito quel 19 luglio si trovava sul luogo della strage? E` quanto dovrà ora chiarire la nuova indagine. Ma i misteri della strage rimasta senza mandanti sono tanti altri: tra questi la famosa agenda rossa che Borsellino portava sempre con sé in una borsa e che quel giorno, diversamente dalla borsa contenente altri oggetti, non fu mai ritrovata. Tra le altre domande senza risposta ce ne sono almeno un altro paio che non lasciano in pace i familiari del magistrato ucciso (anche Rita Borsellino ieri si è associata alle denunce del fratello Salvatore): chi avvertì la mafia che quella domenica Paolo Borsellino sarebbe andato con certezza dalla madre in via d`Amelio? Perché pochi giorni prima di essere ucciso fu convocato con urgenza al Viminale (avrebbe incontrato l`allora capo della polizia Parisi, il capo del Sisde Contrada – condannato per mafia – e il ministro dell`interno Mancino), proprio mentre stava conducendo un importante interrogatorio? Quest`ultimo mistero avveniva mentre a Palermo avanzava la cosiddetta trattativa tra lo stato e Cosa nostra. Trattativa che a Borsellino proprio non piaceva, e questa sua opposizione, essendo ormai nota e dunque diventata scomoda, è forse stata la causa della sua morte.

Il Manifesto, 18 luglio 2007

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