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Milano: protesta davanti a Unicredit per finanziamenti a diga Ilisu

Si è tenuto il 18 luglio a Milano un volantinaggio davanti alla sede centrale del gruppo Unicredit per chiedere ai vertici dell`istituto di ritirare il sostegno economico al controverso progetto della diga di Ilisu, nel Kurdistan turco – informa la Campagna per la Riforma della Banca mondiale (CRBM).

     

Scritto da Unimondo.org

La banca austriaca Austria Bank Creditanstalt, controllata da Unicredit, è intenzionata a contribuire alla costruzione dell`opera con un finanziamento di 280 milioni di euro. In passato la diga di Ilisu, sul fiume Tigri, non aveva ricevuto l`appoggio né della Banca mondiale né della Sace, l`agenzia di credito all`esportazione italiana, a causa della rischiosità dell`investimento e degli impatti devastanti che tale diga determinerebbe.

Tuttavia, il progetto è nuovamente all`ordine del giorno, sostenuto da imprese austriache, tedesche e svizzere. Analogamente al passato il movimento di protesta si è organizzato in questi paesi, facendo pressione su Unione europea, governi locali, imprese e sistema finanziario coinvolti. Nella stessa Turchia la società civile dato vita all`Iniziativa per tenere in vita Hasankeyf – importante sito archeologico assurto a città simbolo che scomparirebbe sommerso dalle acque – per raccogliere la protesta di quanti vedrebbero persi per sempre i pochi beni a loro disposizione. Un primo risultato di tale mobilitazione si è raggiunto nei giorni scorsi, infatti un`altra banca, la svizzera Zuercher Kantonalbank, si è ritirata dal progetto cedendo alle pressioni esercitate dai cittadini svizzeri.

Secondo Fabio Clerici, uno dei portavoce del gruppo AcquaSuAv per la campagna di pressione in Italia, la diga di Ilisu costituisce un grosso problema per gli impatti che determinerebbe sulla popolazione, sul patrimonio storico-archeologico e sull`ambiente, nonché per gli equilibri geo-politici che andrebbe ad intaccare. “Tra i maggiori problemi” – dichiara Fabio Clerici – “si segnala la distruzione irrimediabile dell`ecosistema del fiume Tigri, uno degli ultimi ancora quasi completamente incontaminati, causando la perdita irreparabile di biodiversità; lo sradicamento di oltre 55.000 persone dal proprio territorio, minandone alle basi l`identità culturale, peggiorandone le già precarie condizioni di vita e causando loro ulteriori sofferenze, così come già la realizzazione di altre dighe – costruite nell`ambito del progetto GAP – ha dimostrato”.

“Anche il controllo dei flussi di acqua verso i Paesi a valle, Siria e Iraq, in assenza di accordi aumenta pericolosamente il rischio di conflitti” – ha dichiarato Andrea Baranes della Campagna per la riforma della Banca mondiale. “La diminuzione della portata di acqua e il suo peggioramento qualitativo graveranno pesantemente sugli Stati confinanti” ha aggiunto Baranes. “Se Unicredit dovesse finanziare si prenderebbe il rischio di contribuire ad un possibile conflitto per le risorse idriche” – ha concluso Baranes.

Inizialmente, di fronte alle voci di una ripresa dei lavori per la diga, era intervenuto nei mesi scorsi anche il presidente Erdogan con l’intento di rassicurare. In tre diversi occasioni aveva data garanzie sul futuro del paese: ”Hasankayf si salverà”. Ma l’ottimismo per le dichiarazioni del presidente aveva avuto vita breve. Al termine dei lavori, “la seconda diga del paese” produrrà 3833 Gwh l’anno che in termini economici significano 300 milioni di dollari. Ma saranno più di 200 gli insediamenti umani che finiranno sommersi dalle acque costringendo più di 80.000 persone ad abbandonare le loro case.

Redazione Unimondo, 18 luglio 2007

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