A 22 dai fatti, la procura colombiana ha ordinato l’arresto del colonnello dell’esercito a riposo Alfonso Plazas accusato di ‘sparizioni forzate aggravate’ in occasione dell’assalto delle forze armate al Palazzo di giustizia di Bogotá del 6 novembre 1985, costato la vita a 115 persone tra magistrati, funzionari e guerriglieri del gruppo M-19 che avevano occupato l’edificio.

     

Scritto da Francesca Belloni

Appresa la notizia, Plazas, attualmente capo della Direzione nazionale degli stupefacenti (ente che gestisce i beni sequestrati ai narcotrafficanti), si è consegnato alle autorità del ministero della Difesa. Il colonnello, allora comandante della Scuola di cavalleria dell’esercito, aveva guidato le operazioni di assalto al palazzo, condotte con carri armati e artiglieria pesante e protrattesi per 28 ore; le immagini trasmesse dalle tv nazionali avevano mostrato che dall’edificio erano uscite vive almeno una decina di persone, in seguito date per ‘desaparecidos’.

Su pressione dei familiari delle vittime della strage, rimasta di fatto impunita dopo l’assoluzione di tutti i militari indagati per eccesso di violenza, le indagini erano state riaperte alla fine del 2006, portando all’arresto dell’ex-colonnello Edilberto Sánchez, allora capo dei servizi segreti dell’esercito.

Già nel novembre scorso aveva suscitato polemiche innescando un dibattito nazionale il rapporto finale della commissione dei magistrati della Corte Suprema che raccomandava la ripresa delle indagini sul massacro al Palazzo di Giustizia, una delle vicende più cruente della storia recente colombiana e fonte di ispirazione per numerosi libri e saggi politici: dal documento emerge che esercito e polizia assassinarono alcuni ostaggi della guerriglia, facendone “sparire” altri – i cui cadaveri furono presumibilmente gettati in una discarica della capitale – occultando o manipolando le prove dei loro crimini.

La stessa commissione ha stabilito, tra l’altro, che le forze armate, intervenute su ordine dell’allora presidente Belisario Betancur dopo un tentativo fallito di negoziato con i ribelli asserragliati nel palazzo, impedirono alla Croce Rossa di entrare nell’edificio per recuperare i superstiti. L’aspetto forse più sorprendente della vicenda, è che, secondo i giudici, la presa del Palazzo di Giustizia fu finanziata dal potente capo del cartello della droga di Medellín, Pablo Escobar, che avrebbe compensato i guerriglieri dell’M-19 con due milioni di dollari.

[FB] – COLOMBIA 17/7/2007

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