Dalle speranze collettive della prima Intifada all`amara constatazione che oggi ogni abitante di Gaza vive senza certezze e senza i sogni di un futuro migliore. il commento di Sergio Cipolla presidente del CISS di Palermo, organizzazione non governativa presente in Medio Oriente accanto al popolo palestinese.

     

Scritto da Sergio Cipolla

Conoscevo già la Striscia di Gaza, dove nel corso di tutti questi anni sono stato alcune decine di volte, l’ultima circa due anni fa. La prima, invece, nel 1988, quando era appena scoppiata la prima Intifada e tutti i Territori Palestinesi si trovavano sotto la completa occupazione militare israeliana.

Ricordo che quel giorno era in corso uno sciopero totale, i negozi sbarrati, blindati dell’esercito israeliano dappertutto, nessuno per le strade tranne gruppi di shebab, di ragazzini, che tiravano sassi e bruciavano mucchi d’immondizia, improvvisando barricate.

E poi la solita sabbia della Striscia, dove quasi non esistevano strade asfaltate e che ti accoglieva già dal “posto di frontiera” di Heretz che in realtà era un ammasso informe di cemento, filo spinato, sacchetti di protezione e baracche di lamiera…

Insomma un’immagine in bianco e nero, indelebile nella sua bruttezza ma anche in qualche strano modo vitale, perché comunque piena di rabbia e di speranza di cambiamento.

E infatti in tutti questi anni ho visto cambiare la Striscia di Gaza, prima con la speranza negli accordi di Oslo (che è fin troppo facile definire oggi solo una “speranza irrazionale”), poi con l’entrata dell’OLP, con la costruzione dei primi abbozzi di una amministrazione palestinese, ma anche con la rapida costruzione fisica di un agglomerato urbano, immenso e orrendamente brutto, che però rifletteva anche l’ingannevole speranza di potere essere un giorno finalmente normali, diventare dei “cittadini” di qualcosa.

Erano tutti processi assolutamente contradditori e sofferti, dove, in ogni momento e secondo i propri punti di vista, si potevano trovare grandi elementi di speranza ed altrettanti elementi di disillusione e turbamento: intendo dire che con la prima Intifada si era comunque messa in moto una grande dinamica di cambiamento, si poteva credere che si fosse finalmente aperto un cammino che comunque avrebbe pur dovuto portare da qualche parte…

Sono tornato a Gaza in questi giorni e quello che vi ho trovato non ha più niente in comune né con quella Gaza della prima Intifada, né con la Gaza delle speranze di Oslo e neanche con la Gaza di soli due anni fa, in cui da ogni edificio pendeva una bandiera diversa – verdi quelle di Hammas, rosse quelle del Fronte Popolare, gialle quelle di Al Fatah – uno spettacolo colorato a suo modo anche allegro, che suggeriva una sincera partecipazione a un primo tentativo di applicare quelle regole di democrazia per noi così universali e sacre.

Ma forse queste regole sono universali e sacre solo fino a quando il loro risultato ci piace; il risultato delle elezioni palestinesi di due anni fa, pur riconosciute come assolutamente regolari da tutti gli osservatori internazionali, non è piaciuto a molti e così Gaza (e tutta la Palestina forse, ma la Striscia in un suo modo molto particolare) è stata sprofondata nella distruzione e affidata alla pazzia: la distruzione di ogni forma di speranza e di attesa di futuro e la pazzia di una guerra fratricida, di tutti contro tutti, come logico seguito e derivato della prima.

A Gaza le bandiere non pendono più dagli edifici, sarebbe troppo pericoloso; a Gaza si sparisce in un posto di blocco fatto in qualsiasi momento da non si sa chi per fermare non si sa chi; a Gaza si può venire annichiliti da un missile israeliano ovunque, in ogni momento, in ogni giornata; a Gaza non si lavora né si vive; a Gaza hanno chiuso i topi in gabbia e ora li studiano impazzire e divorarsi tra di loro.

Parole forti, retorica da “articolo di colore”? No, solo un pallido tentativo di rappresentare una realtà che anche scrivendone, sinceramente, mi sembra del tutto irrappresentabile.

La cosa veramente incomprensibile è come un milione e mezzo di persone possano vivere in quelle condizioni, chiuse a chiave in un territorio ristrettissimo, prive dei più elementari mezzi di vita (altro che sviluppo sostenibile!), di fatto abbandonate da tutti ed esposte in ogni momento della loro esistenza a una brutale e incomprensibile violenza che può arrivare dall’esterno o dall’interno…

Essere bambino oggi a Gaza vuol dire potere essere uccisi in ogni istante da una pallottola vagante o da un missile mirato (!) per il solo fatto di giocare per strada, o perfino nella propria stessa casa; essere bambino oggi a Gaza non vuol dire soltanto essere privati di tante cose che rappresentano i diritti più fondamentali dell’esistenza (come accade a tantissimi altri bambini in tutti i sud del mondo), essere bambino oggi a Gaza vuol dire avere la certezza che non ci sarà alcun futuro migliore dell’oggi.

A Gaza in tutti questi anni la speranza è stata saccheggiata, è stata fatta a pezzettini sempre più piccoli e triturata, come si fa con le macerie con le crash machine; le amministrazioni palestinesi non ricevono fondi e quindi non si raccoglie l’immondizia e non si potabilizza l’acqua; non c’è da lavorare e quindi non ci sono soldi nelle famiglie; le elezioni non hanno cambiato niente perché il nuovo governo non è stato riconosciuto da nessuno; gli israeliani continuano a bombardare e a uccidere nell’impunità più assoluta, al ritmo di due, tre persone al giorno, con missili che piovono dal cielo senza neanche un fischio premonitore; e anche le varie milizie palestinesi oramai si danno battaglia regolarmente, con comportamenti più da gruppi di mafiosi in lotta tra di loro che di combattenti.

L’unica cosa che veramente vorrebbe fare ogni abitante di Gaza è andarsene, ma è assolutamente l’unica cosa che non potrà fare: appunto, hanno chiuso i topi in gabbia e ora li studiano impazzire e divorarsi tra di loro…

L’ultima immagine di Gaza che t’accompagna quando finalmente sei riuscito ad uscirne (tu si, occidentale che ne puoi uscire, magari angosciato dai sensi di colpa) è quella di Heretz, che oggi sembra un avveniristico terminal aeroportuale con marmi e tecnologie avanzate: uno scanner ti esamina tutto il corpo come in un brutto film di fantascienza – e tu capisci che la tecnologia non migliorerà il mondo. E mentre arrivano ovattati i botti delle mitragliatrici con cui, a poche centinaia di metri di distanza, gli elicotteri israeliani arano la terra e si alzano le fumate nere all’orizzonte (un altro target per un omicidio mirato), vedi una ragazzina della security, carina, simpatica e tanto simile ai ragazzi di casa tua, che, divertita, canta e accenna qualche passo di ballo – e tu capisci che la giovinezza non è necessariamente la speranza del mondo.

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