La partita che si sta giocando ai tavoli di concertazione in queste settimane è destinata ad aggiungere un ulteriore tassello allo scardinamento del mondo del lavoro, al di là degli altisonanti proclami della sinistra “radicale” di governo e dei sindacati concertativi. E’ particolarmente chiaro il messaggio diretto ai giovani, alle donne, ai disoccupati; un messaggio che ipoteca la loro vita nei prossimi decenni: “rassegnatevi a una vita di lavoro precario e a una vecchiaia sotto la soglia di povertà”.

     

Scritto da Pia Gigli

Insomma la Legge 30 non si tocca: la parola “abrogazione” rimane una spruzzata di inchiostro nei programmi della sinistra “radicale” e dell’Unione (dove peraltro si parlava di suo“superamento”) e nei documenti congressuali della Cgil. D’altra parte il ministro Damiano, oltre ad averci dimostrato, a partire dalla vicenda Atesia, “da che parte sta”, non ha mai fatto mistero delle sue intenzioni di non abrogare la legge 30. Anzi, ci ha spiegato che una cosa è la flessibilità e altra cosa è il precariato: esiste una “buona flessibilità” inserita in un orizzonte (lontano) rappresentato dal lavoro a tempo indeterminato. Il ministro parla di revisione e “ammodernamento” della Legge 30, vale a dire ammortizzatori per i lavoratori e aumento dei costi per le imprese. Ciò, secondo lui, dovrebbe scoraggiare il ricorso al lavoro flessibile, ma, lasciando pressoché intatto il ventaglio di forme contrattuali previste dalla legge 30 e non intaccando minimamente l’impianto legislativo, continuerà a offrire su un piatto d’argento mano d’opera a basso costo ai padroni, un esercito di lavoratori di serie b cioè ricattabili e precari, anche se con qualche tutela in più, pagata peraltro dalla fiscalità generale. E infatti si assiste a un aumento generale del lavoro atipico come dimostrano i dati dell’ultimo rapporto dell`”Osservatorio nazionale sul lavoro atipico”: dal 2005 al 2006 si è verificato un forte aumento dei lavoratori parasubordinati iscritti alla gestione separata dell’Inps (circa 50 mila unità, + 6,54%), sono soprattutto collaboratori a progetto il cui contratto dura in media sette mesi l’anno, con un reddito annuo di circa 8.000 euro che per le donne scende a 6.800 euro. Un lavoratore su due oggi ha un contratto atipico e la discesa del tasso di disoccupazione negli ultimi anni (confermato anche dai dati di questi giorni) è legato al forte aumento dei contratti atipici.

Nel pacchetto su `Welfare, tutele e mercato del lavoro” presentato da Damiano al tavolo di concertazione si prevedono stanziamenti (600 milioni di euro che risultano del tutto insufficienti) finalizzati a “buona occupazione”, protezione sociale e previdenza. Si prevede un limite di tre anni alla durata dei contratti a termine con incentivi alle imprese per l’assunzione. Viene da chiedersi: chi vincola le imprese a non licenziare il lavoratore al 35° mese?

Verranno abolite soltanto due forme contrattuali previste dalla legge 30, il “job on call” (lavoro a chiamata) e lo “staff leasing” che di fatto le aziende non utilizzano, lasciando intatte tutte le altre. Sono previsti: un aumento dell’indennità di disoccupazione “a requisiti ridotti” per i lavoratori che non hanno sufficienti anni di lavoro per un sussidio completo; un innalzamento dei contributi per i lavoratori subordinati (dall’attuale 23% al 25-26%, mentre per i lavoratori dipendenti è del 33%) che finiranno per essere pagati dai lavoratori stessi dal momento che non sono previsti aumenti salariali; facilitazioni per il riscatto della laurea, operazione quasi impossibile a causa dei bassi salari; la possibilità di riunire i contributi versati a vari enti di previdenza (totalizzazione); l’introduzione di contributi figurativi per i periodi di disoccupazione. E’ prevista inoltre la reintroduzione del prestito d’onore e la creazione di un fondo per consentire l’accesso al credito per i lavoratori parasubordinati. Ma come potranno restituire il prestito con salari da fame?

Tutto ciò ha trovato l’assenso dei sindacati concertativi, ma soprattutto il plauso della Confindustria che in cambio incassa vantaggi sull’aumento della produttività e sugli orari di lavoro. Per i padroni il guadagno complessivo è notevole: decontribuzione degli straordinari, incentivi alla contrattazione integrativa (con possibilità di flessibilizzare orari di lavoro, incentivare o meno la produttività attraverso il salario variabile, ecc.), oltre al famigerato cuneo fiscale che dal mese di luglio sarà disponibile anche per banche e assicurazioni.

I padroni hanno di che ringraziare Damiano, il governo e i sindacati concertativi. L’esercito di lavoratori precari, i disoccupati, non possono fidarsi di questo governo, né delle burocrazie dei sindacati che siedono ai tavoli delle trattative. Oggi più che mai la rivendicazione dell’abolizione della legge 30 e di tutte le altre leggi “precarizzanti” come il pacchetto Treu per un lavoro a tempo indeterminato deve assumere la priorità per tutto il mondo del lavoro. Questa rivendicazione non potrà avere sbocchi positivi se non sarà inquadrata in una lotta generale per aumenti di stipendi e pensioni che recuperino l’aumento del costo della vita; per un salario sociale per i lavoratori precari e disoccupati che offra un reddito sufficiente finchè si è in cerca di lavoro; per una pensione coerente con gli importi dell’ultimo stipendio e garantita per tutti contro il furto del Tfr, senza aumento dell’età pensionabile (né scalone, né scalini).

Non possiamo accettare gli accordi concertativi di questi giorni né gli equilibrismi di governo, sindacati e partiti della sinistra “radicale”. E’ necessario pretendere il parere vincolante dei lavoratori (precari e a tempo determinato) sugli accordi sottoscritti dai sindacati concertativi; ricostruire un vero movimento contro la precarietà a partire dai collettivi e dai comitati di lavoratori precari esistenti; generalizzare le lotte e gli scioperi contro la riforma delle pensioni che in questi giorni si stanno svolgendo in molte aziende; unificare il mondo del lavoro per uno sciopero generale contro questo governo che è al servizio della Confindustria.

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