L`Ospedale psichiatrico giudiziario in Sicilia. La follia nell`obiettivo
Costruito nel 1925, l`opg di Barcelloba Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, è stato il primo manicomio giudiziario del regno d`Italia. Ancora oggi è attivo, ma pur essendo ben organizzato è ormai una struttura al limite della capienza. E delle sue possibilità.

     

Scritto da Dario Stefano Dell`Aquila

Sono circa le 18 quando, come ogni anno, la statua di San Francesco giunge, sulle note scomposte della banda, al limite dell`ingresso dell`Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. La folla di colpo si arresta, ai limiti del piccolo campo d`erba, all`interno del quale una parte dei circa duecento internati attendono. A spalle, barcollante, la statua è portata nel piccolo spazio verde, tra gli internati che gridano «Viva san Francesco». La banda riprende a suonare, partono i fuochi di artificio. Padre Peppe Insana, battagliero, da sempre impegnato dalla parte degli internati, guida le operazioni, mentre la coda del corteo scruta attenta, senza mai varcare il limite del campo.

Nel frastuono che segue, mentre un internato coperto di una vecchissima e consunta giacca di velluto continua il suo pellegrinaggio per le sigarette, un altro si avvicina e racconta. Racconta di un diverbio con un compagno di cella e degli agenti che lo immobilizzano e gli dicono «Adesso ti portiamo in seconda.» «Non l`ha deciso il medico, capisci, l`hanno deciso loro, capisci?» Sorrido, sorride, una sigaretta e se ne va via. Rientriamo nel plesso principale assieme alla fiumana di internati, che a passo incerto, con abiti lisi, ritorna in cortile.

La seconda sezione

L`Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona è composto da sei blocchi. Hanno in comune un cortile interno, stile liberty, dove gli internati effettuano la socialità. E` il primo Manicomio Giudiziario del regno di Italia, costruito nel 1925 e inaugurato dal ministro Alfredo Rocco in persona. E` la sola struttura ad essere nata e pensata come manicomio giudiziario.

Oggi un lungo muro di cemento la circonda, nascondendo il disegno originario. Il direttore, Nunziante Rosania, non è presente al momento della nostra visita. Ci accompagna lo psichiatra Antonio Levita, che snocciola i dati e racconta gli sforzi degli operatori. Su 187 internati, per almeno 77 vi è stata la proroga della misura di sicurezza. Circa un internato su tre è qui da più di cinque anni. Una quarantina sono qui da più di dieci anni. Quasi la metà è dentro per reati contro il patrimonio. Gli psichiatri a contratto sono sei, 1 educatore, una sessantina gli infermieri.

La seconda sezione è quella dei letti di coercizione. Quelli di Barcellona sono i primi a essere entrati in funzione nel `900. Un stanza molto grande e spoglia, ne raccoglie tre, uno di fianco all`altro. Un buco al centro per i bisogni e uno in terra, corrispondente, dove le feci vengono raccolte e lavate via. Gli unici dati disponibili ci dicono che vi sono stati 84 episodi di coercizione e che in questa struttura almeno 32 internati sono stati legati al letto di contenzione. La vicedirettrice, Carmen Salpietro, che ci ha raggiunti, spiega che è usata raramente e per poco tempo. Francesco Caruso, che ci accompagna, sfoglia il registro della sezione. Compaiono nomi con accanto l`annotazione della coercizione, ma è difficile individuare il momento della liberazione. Uno di questi nomi, Filippo L.M., si prolunga per pagine. Oltre dieci giorni di coercizione. Lo incontriamo mentre giriamo nei reparti, quasi tutti a custodia attenuata. Le condizioni dei reparti sono decenti, in alcuni casi buone in altri molto meno. Le celle arrivano anche a nove persone, di grandi dimensioni, un solo bagno. Fa eccezione la sezione nuovi giunti, celle singole, spoglie, prive di suppellettili

Filippo ha solo 21 anni, problemi di tossicodipendenza e di forti conflitti familiari. Non ha commesso reati di sangue, è figlio di una famiglia multiproblematica. Sfuggito ai servizi sociali, Filippo ha conosciuto il manicomio nel modo peggiore possibile. E` stato a letto di contenzione subito dopo il suo ingresso. Certe regole è meglio impararle da subito. Finita la fase di sospetto scherza con noi, ci segue nel nostro giro, chiede immediatamente le sigarette.

Arrivano le ragazze

Le storie che incrociamo sono ormai le stesse di questo girone infernale. Povertà, disagio e proroghe che hanno il sapore dell`infinito. Massimo, un ragazzone di circa 25 anni, si aggira come un bambino, con i pantaloni che gli cascano e un sorriso inebetito. Non riesce a tenere in mano la sigaretta che gli offriamo, ma ci segue con la stessa curiosità di un cucciolo. Dalle celle reazioni diverse, qualcuno si alza, qualcuno riconosce la delegazione («compagni, compagni..» grida un internato appena ci vede), qualcuno non alza nemmeno lo sguardo. In una cella di isolamento un internato, a torso nudo, sporge la testa, infilandola abilmente tra le sbarre. «Quando potrò uscire?». Promesse veloci e poi si fugge via. I.M. sembrava avercela fatta. Lui è uscito, è riuscito anche a sposarsi e ad avere un figlio, la cui foto campeggia al capo del letto. Poi una nuova crisi ed è rientrato, con una famiglia in più che questa volta l`aspetta.

Ora l`Opg è destinato a nuovi arrivi. Si stanno effettuando i lavori in un nuovo reparto per accogliere le circa 80 donne attualmente internate nell`Opg di Castiglione delle Stiviere, le cui sorti appaiono incerte. C`è perplessità per le capacità di una struttura che per quanto ben organizzata sembra essere ai limiti della capienza e che ha sofferto dei tagli alla sanità penitenziaria. Un trasferimento di circa 70 donne, effettuato in questi termini sembra più una deportazione che una scelta terapeutica.

Si uccide per non tornare in opg

Ma non tutti desiderano la chiusura di questi luoghi. E` una realtà sociale difficile quella di Barcellona, con povertà, disoccupazione e infiltrazioni criminali. Nella città dove fu ucciso il giornalista Beppe Alfano, dove alcune settimane fa il sindaco Candeloro Nania ha fatto il pieno di voti, regalando ad Alleanza nazionale la maggioranza in consiglio comunale, anche il manicomio è occasione di posti di lavoro.

Quando in passato si ventilò l`ipotesi di chiusura, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria chiese a gran voce che la struttura non fosse chiusa per evitare che gli oltre 140 nuclei familiari degli agenti di polizia «perfettamente inseriti nella realtà sociale, abitative e lavorativa della città» fossero trasferiti.

Nemmeno Giuseppe Contini, 48 anni, di Oristano, voleva essere trasferito. Si è impiccato alle sbarre della cella del carcere di Buoncammino (Cagliari) che lo ospitava da pochi giorni. Aveva trascorso gli ultimi cinque anni della sua vita in Opg a Barcellona. Era stato trasferito a Buoncammino per seguire le udienze del suo processo. Sabato, 9 giugno, ha deciso che non voleva essere riportato indietro e si è ucciso (ne ha dato notizia solo il quotidiano locale l`Unione Sarda).

Non a tutti è concesso di essere perfettamente inseriti.

Il Manifesto, 29 giugno 2007

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