La procura di Napoli: contratti sui rifiuti gestiti fuori dalle regole. Sospeso il titolo in Borsa. L’azienda: decisione mortificante. Il gip: interdizione degli appalti per un anno e 750 milioni sequestrati. L’ordinanza firmata anche per altre tre società del gruppo. Il giudice: sistematica violazione degli obblighi.

     

Scritto da Dario Del Porto

Il ciclo di smaltimento dei rifiuti in Campania è sttao gestito per anni da un contratto che, accusa la Procura di Napoli, “le società affidatarie già sapevano di non poter rispettare”. L’indagine sull’appalto, conferito all’associazione temporanea di imprese costituita dalle società Fibe e Fisia del gruppo Impregilo e risolto per decreto il 30 novembre 2005, ha fatto emergere, scrive il giudice Rosanna Saraceno, “la sistematica violazione degli obblighi contrattuali e una gestione del servizio lontana dai criteri e dai parametri che avrebbero dovuto informarla”. Su richiesta dei pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo, il gip ha firmato un’ordinanza interdittiva che vieta per un anno a Impresilo e ad altre tre società del gruppo, Fibe, Fibe Campania e Fisia Italimpianti, di contrattare con la pubblica amministrazione “relativamente alle sole attività di smaltimento, trattamento e recupero energetico dei rifiuti”. Il provvedimento dispone inoltre il sequestro preventivo di una somma complessiva pari a 750 milioni di euro: della cifra fanno parte, fra gli altri, i crediti vantati nei confronti dei comuni della Campania e il valore delle opere realizzate nella costruzione del termovalorizzatore di Acerra.

Alle società i magistrati contestano un illecito amministrativo che, sottolinea il gip, trova il suo presupposto nel reato di truffa aggravata ai danni dello Stato che la Procura contesta fra gli altri all’ex amministratore delegato di Impregilo Piergiorgio Romiti, all’ex amministratore delegato di Fibe Armando Cattaneo in concorso, fra gli altri, con il presidente della Regione Campania Antonio Bassolino, coinvolto nella qualità di commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, incarico ricoperto fino al febbraio 2004.

La notifica del provvedimento, emesso all’esito di un’udienza camerale alla quale, oltre ai rappresentanti dell’accusa, ha preso parte anche il legale di Impregilo, l’avvocato Corso Bovio, ha determinato ieri mattina la sospensione a titolo precauzionale del titolo Impregilo in Borsa. Oggi è in programma un consiglio di amministrazione straordinario dell’azienda, che a fine dicembre aveva un patrimonio netto pari a 628 milioni di euro. In una nota, il gruppo ribadisce “la legittimità del proprio operato” e annuncia di aver incaricato i propri legali “di sottoporre al giudice di appello e del riesame nei tempi più brevi le ragioni della società, per ottenere una riforma della decisione che tenga conto da un lato delle argomentazioni tecniche della difesa e dall’altro delle molteplici iniziative adottate dal gruppo per dare massima attuazione al decreto legislativo 231”. In mattinata il presidente di Impregilo, Massimo Ponzellini, aveva parlato di provvedimento “pesante e mortificante”, esprimendo al tempo stesso fiducia: “Tutte le volte che la magistratura fa un passo in avanti è un bene perché si fa chiarezza”.

Un invito alla Procura a fare piena luce arriva dal ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, che dice: “Sta emergendo quello che noi Verdi sostenevamo da tempo: ossia che non si poteva mettere nelle mani di una singola azienda tutto il ciclo dei rifiuti”.

Le società affidatarie, hanno affermato il procuratore capo Giandomenico Lepore e il suo vice, Camillo Trapuzzano, “sapevano già di non poter rispettare il contratto”. Dalle indagini è emerso, a giudizio degli inquirenti, che i prodotti della lavorazione dei rifiuti “non avevano le caratteristiche previste dalla legge” e questo aveva già portato nel 2004 al sequestro dei sette impianti di cdr (combustibile derivato dai rifiuti) realizzati da Fibe e Fisia. Ciò nonostante, scrive il giudice nella sua ordinanza, veniva fatto apparire “un corretto e regolare adempimento del servizio attraverso la falsa rappresentazione” di una produzione conforme ai parametri. Il tutto, è l’accusa della Procura, grazie “alla complicità e alla connivenza di chi aveva l’obbligo di controllare” e senza tener conto, ha evidenziato il pm Noviello, “della tutela dell’ambiente e della salute”.

La decisione del gip apre ora la strada alle conclusioni della Procura che in tempi brevi dovrebbe chiedere il rinvio a giudizio per Bassolino e buona parte degli altri 23 indagati nel filone riguardante le persone fisiche. Ma il provvedimento dà anche la stura ad altri fascicoli che sono ora all’esame dei magistrati, come quello affidato al procuratore aggiunto Aldo De Chiara originato dall’esposto di un gruppo di cittadini nel quale è ipotizzato il reato disastro ambientale colposo nell’emergenza rifiuti che sta tormentando Napoli negli ultimi mesi.

E il giudice critica Bassolino. “Non contestò le inadempienze”

Una nota del 19 novembre 2002, indirizzata da Antonio Bassolino alla presidenza del Consiglio per chiedere la proroga dello stato di emergenza nella gestione dei rifiuti. In quella lettera, il governatore della Campania descriveva una situazione connotata da “caratteristiche di maturità tali da costituire un punto di riferimento in termini di modello tecnologico-gestionale”. Più o meno allo stesso modo il presidente della Regione si sarebbe espresso il 3 dicembre di quell’anno davanti alla commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti. Eppure, scrive il giudice Rosanna Saracena nell’ordinanza interdittiva che ha raggiunto Impregilo e altre tre società del gruppo, “nel momento in cui tali dichiarazioni venivano rese, l’intera frazione organica lavorata negli impianti di cdr, lungi dall’essere impiegata nei recuperi ambientali, veniva interamente smaltita in discarica”. Quel “modello tecnico-gestionale” ora è sotto inchiesta e può spingere la Procura a chiedere il rinvio a giudizio di Bassolino per il reato di truffa aggravata ai danni dello Stato.

L’esame della documentazione raccolta dai pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo induce il gip a ritenere che negli anni 2001-2003, sotto la gestione Bassolino, la gestione dei rifiuti sia stata caratterizzata “da una sostanziale inerzia della struttura commissariale” che sarebbe “rimasta inerte, non contestando le inadempienze” nella esecuzione del contratto di appalto.

Nell’ordinanza il giudice ripercorre anche l’interrogatorio reso dal governatore davanti ai pm Noviello e Sirleo. In quella occasione, Bassolino aveva sottolineato di non aver letto il contratto firmato con Fibe rimarcando di aver “sempre assunto come stella polare il principio di separazione tra attività politica e amministrativa”. Ma è una tesi che il giudice Saraceno non condivide: “Il commissario di governo ha agito quale delegato del presidente del Consiglio per fronteggiare l’emergenza, esercitando poteri straordinari”. Prerogative nell’esercizio delle quali, argomenta il gip, “il delegato è responsabile degli atti adottati” e pur avvalendosi “di una struttura complessa e di attività tecnica, istruttoria e valutativa, non può spogliarsi dei suoi doveri di scelta e di direzione delegando a sua volta il potere che esercita per delega”. E comunque, è sempre il giudice a sostenerlo, “Bassolino risulta essere stato messo al corrente dai suoi collaboratori delle problematiche con cadenza mensile e quotidiana”.

Uno degli indagati, l’ex subcommissario Giulio Facchi, ha raccontato ai pm di aver nutrito profonde perplessità sulla qualità del combustibile derivato dai rifiuti prodotto negli impianti Fibe. “Ero convinto che da questi impianti non sarebbe mai potuto uscire cdr degno di questo nome”. Facchi assicura di aver “sempre chiaramente espresso queste perplessità nel commissariato e fuori di esso. Rappresentai le mie opinioni anche al presidente Bassolino, ma la mia posizione fu vista come una mera posizione politica di “bastion contrario”, di soggetto culturalmente contrario”.

La Repubblica, 28 giugno 2007

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