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Buenos Aires espugnata

Macri, candidato della destra, è il nuovo sindaco della capitale argentina: i conservatori non la conquistavano da mezzo secolo.

     

Scritto da Sebastián Lacunza

Il miracolo infine è avvenuto, nella capitale argentina Buenos Aires, ma non quello sperato dal presidente Néstor Kirchner. Le verifiche hanno accertato il risultato e Mauricio Macri, miliardario e presidente della squadra di calcio del Boca juniors, è stato consacrato sindaco (capo del governo cittadino).

Candidato da una coalizione di liberali, conservatori e peronisti delll`ala che si oppone al presidente, Macri ha raggiunto il 61% dei voti al ballottaggio contro il ministro dell`Istruzione Daniel Filmus, candidato invece da un fronte progressista sostenuto dal governo di Kirchner. Nel primo turno, il 3 giugno, l`impresario aveva preso il 46% dei voti, 22 punti davanti al suo rivale.

Nella fredda notte elettorale dunque hanno festeggiato Macri, il suo vice – la carismatica Gabriela Michetti – e un`ampia lista di dirigenti liberali e conservatori. Si sono aggiunti anche alcuni storici personaggi vicini all`ex presidente populista Carlos Menem.

La figura di Macri, 47 anni, si proietta ora a livello nazionale e potrebbe diventare il grande oppositore alle elezioni presidenziali del 27 ottobre prossimo, quando per l`attuale maggioranza di governo si presenterà la senatrice Cristina Fernández, moglie del presidente.

Si apre così una qualche incertezza circa l`elezione presidenziale, tanto più se si considera che domenica è stato eletto anche il governatore della Tierra del Fuego, la provincia del sud che ospita il Faro della Fine del Mondo: e là ha trionfato la candidata del centrosinistra Fabiana Rios (Ari), superando in consensi il candidato kirchnerista. Qualcosa dovrà rivedere, il presidente Kirchner, che non dubita di trovare alleati e allo stesso tempo suole mettere il dibattito in termini ideologici.

Il risultato elettorale di Buenos Aires è inedito per il paese. Salvo con i golpe militari, i conservatori argentini non erano mai arrivati a tanto negli ultimi ottant`anni senza camuffarsi dietro al peronismo o al radicalismo, i due eclettici movimenti che hanno egemonizzato la politica argentina fino a svanire dopo la crisi del 2001. Neppure camuffata però la destra di Buenos Aires, città dalla tradizione progressista, non ha conosciuto successi per almeno mezzo secolo. Un dato: il partito peronista sotto il segno di menem (nel decennio 1989-1999) ha perso nel distretto di Buenos Aires a ogni occasione salvo una, nel 1993, quando è arrivato prima davanti a un`opposizione divisa.

Macri ha `sfondato` con una capace strategia di marketing e capitalizzando sull`irritazione prodotta dal governo in carica, nonostante una consistente crescita economica: certi casi di corruzione che hanno fatto scandalo, certe alleanze politiche con settori del peronismo più arcaico. E poi i servizi pubblici urbani al collasso, dai trasporti al traffico alla saturazione del sistema orpedaliero e di quello dell`istruzione. Un voto di protesta.

Per capire il valore dell`elezione di Macri bisogna sapere che la Capitale federale esercita una leadership simbolica verso il resto del paese, sia culturale che politica, che difficilmente trova paragoni altrove al mondo. A Buenos Aires risiedono tre milioni di abitanti, ma superano i 13 milioni se si considera l`immenso suburbio (che appartiene alla provincia omonima): ovvero un terzo del totale degli argentini.

Sebbene esistano altre città importanti, come Corboba, rosario o Mendoza, tutte con grandi comunità italiane, Buenos Aires ha una percezione di sé tra l`orgoglio e la suberbia – come rivela la frase detta da Jorge Luis Borges, il grande scrittore di lingua spagnola del XX secolo, a Adolfo Bioy Casares, altro eminente letterato: tornando da un viaggio a Salta, città nell`estremo nord, l`autore di Aleph disse all`amico: “Non ci sono città argentine: c`è Buenos Aires, e poi ci sono pezzi di quartieri sparsi in mezzo alla campagna”.

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