La stampa mondiale ha dato ampio risalto alla notizia del boom nella produzione di oppio in Afghanistan. In realtà, il nuovo rapporto dell’Ufficio Droghe e Crimine delle Nazioni Unite (Unodc) pubblicava dati riferiti al raccolto dello scorso anno, che superò di quasi il 50 percento quello dell’anno precedente (dalle 4.100 tonnellate del 2005 alle 6.100 del 2006). Nulla di nuovo, quindi, rispetto a quello che si sapeva già da mesi.

     

Scritto da Enrico Piovesana

Nessuno invece si è soffermato sulla vera novità del rapporto Onu, appena citata nell’introduzione del documento, ma debitamente sottolineata dalla rappresentante dell’Unodc in Afghanistan, Christina Oguz: l’Afghanistan non esporta più oppio grezzo, ma direttamente morfina ed eroina raffinate nei laboratori afgani.

Il 90 percento dell’oppio viene raffinato. “Fino a un paio di anni fa, la gran parte della droga che veniva trafficata dall’Afghanistan era oppio”, ha spiga la Oguz in una conferenza stampa a Kabul. “Oggi invece, circa il 90 percento dell’oppio prodotto nel Paese viene trasformato in morfina ed eroina prima di essere smerciato all’estero. La raffinazione avviene in centinaia di laboratori artigianali recentemente sorti nel Paese. Se si sorvolano le zone di produzione, si notano un sacco di piccoli fuochi sulle alture: sono quelli dei laboratori”.

Una conferma dell’attività di raffinazione in Afghanistan – si legge nel rapporto dell’Onu – è venuta anche da numerosi sequestri di anidride acetica (C4H6O3) effettuati recentemente nel Paese: questa sostanza è nota per il suo utilizzo nel processo chimico di sinterizzazione dell’eroina a partire dalla morfina estratta dall’oppio.

Il 60 percento viene da campi del governo. La rappresentante dell’Unodc a Kabul ha anche criticato la campagna di sradicamento delle coltivazioni di papaveri da oppio condotta dalla comunità internazionale, con risultati per altro pessimi. Secondo la Oguz, l’unica via efficace per contrastare la produzione di oppio in Afghanistan è quella di fornire concrete alternative di coltivazione ai contadini locali bisognosi di denaro.

Ma il problema dell’oppio in Afghanistan, necessiterebbe di ben altri approcci, che tengano conto di un fattore fondamentale: il coinvolgimento dello stesso governo di Kabul nella produzione dell’oppio. Come recentemente rivelato da Ayub Rafiqi, direttore dell’Associazione Proprietari Terrieri della provincia di Kandahar, “circa il 60 percento delle piantagioni di papavero da oppio si trovano in terreni di proprietà statale, che le autorità locali affittano, spesso in nero, ai privati”.

Alla luce di ciò, non stupisce che altri proprietari di terre coltivate a papavero, quelli di Helmand, in aprile abbiano addirittura manifestato davanti alla sede del governatore locale per chiedere la sua mediazione in una vertenza salariale con i raccoglitori stagionali.

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