Un voto lontanissimo dagli standard democratici e bocciato dagli osservatori internazionali. Un cambiamento che non si vede e dossier scottanti da affrontare, a partire dal Delta del Niger. Va preso atto che la democrazia nigeriana è più che imperfetta. Ma non ha alternative. E al presidente va dato qualche credito.

     

Scritto da Elizabeth Donnelly

Le elezioni dell’aprile scorso – la terza consultazione dopo il ritorno, nel 1999, di un governo civile – erano attese più dagli osservatori e commentatori stranieri che dai nigeriani. Questi ultimi conoscono bene i loro polli politici e non si sono mai illusi. Avranno anche sperato in una consultazione “libera e giusta”, ma sapevano che non lo sarebbe stata. Di qui la loro rassegnazione alla vigilia del voto. La Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) ha cercato di contrastare questo senso di sfiducia, garantendo che il nuovo esercizio elettorale avrebbe «mostrato al mondo intero un eloquente miglioramento rispetto al 2003». Ma non c’è stata differenza. Anzi, per molti versi, quelle di quest’anno sono state peggiori.

Come in passato, la campagna elettorale è stata contrassegnata da pesanti illazioni, accuse reciproche, intimidazioni e scontri violenti tra militanti di campi opposti. Numerosi gli omicidi eccellenti, tra cui quelli di due personalità di spicco del Partito democratico del popolo (Pdp): Funsho Williams, candidato al governatorato dello stato di Lagos, e Ayo Daramola, in lotta per la stessa carica nello stato di Ekiti. La battaglia più feroce è stata tra il presidente Olusegun Obasanjo (la costituzione gli ha impedito un terzo mandato) e Atiku Abubakar, vicepresidente e considerato il successore naturale.

Venutogli meno l’appoggio del Pdp, Abubakar ha deciso di competere alla testa di un partito di coalizione, l’Azione Congresso (Ac). Ma, per le molte accuse di corruzione mossegli, la Ceni s’è rifiutata d’inserire il suo nome nella scheda elettorale. La Corte suprema ha invertito la decisione della Ceni soltanto il 16 aprile, cinque giorni prima delle elezioni. Il 21 maggio, molti seggi hanno aperto in ritardo. La Ceni ha cercato di giustificarsi, dicendo che le schede avevano dovuto essere ristampate con l’aggiunta del nome di Abubakar, importate dal Sudafrica e distribuite in tutto il paese. Ma non ha convinto nessuno: gli stessi ritardi si erano registrati anche alle elezioni per i governatori dei singoli stati della federazione, una settimana prima.

Le due consultazioni sono state guastate dalla violenza, che ha causato oltre 200 morti. C’è stato anche un tentativo di assalto armato contro la sede della Ceni ad Abuja. Nei seggi sono mancate segretezza e sicurezza: in molti casi, erano talmente improvvisati (un’urna di plastica trasparente, un paio di sedie e un ombrellone) che a Lagos alcuni partiti di opposizione hanno pensato bene di aprire seggi fai-da-te. Bambini e minorenni sono stati visti fare la coda e apporre la propria impronta digitale sulle schede. Alcuni votanti, benché regolarmente registrati, non hanno potuto esercitare il loro diritto, perché i loro nomi non risultavano nei registri o per altre inadempienze della Ceni. Perfino il presidente del senato non è riuscito a votare. In alcuni seggi, gang di giovani armati hanno costretto i votanti a porre la croce sul nome da essi indicato. Infiniti i rapporti di urne riempite con schede fraudolente o sparite nel nulla.

L’impressionante lista di inottemperanze organizzative, attività sospette, incidenti di violenza e comportamenti scorretti ha provocato una pioggia di critiche sulla Ceni, su politici corrotti e sul sistema elettorale. Severi i giudizi. La missione di osservatori europei: «Elezioni molto lontane dagli standard internazionali richiesti da una consultazione democratica». Il gruppo di osservatori del Commonwealth: «Mancata opportunità di fare un passo in avanti verso il consolidamento della democrazia». Il responsabile del Transition Monitoring Group (Tmg): «Una farsa priva dei requisiti che un processo elettorale democratico presuppone». L’Istituto nazionale democratico: «Una presa in giro dei nigeriani».

Ma mentre si susseguivano i rapporti degli osservatori circa il “fiasco elettorale”, cresceva l’incertezza su cosa fare con i risultati. Il Tmg e alcuni organismi civili hanno chiesto la ripetizione delle elezioni. Altri, pur condannando le elezioni, hanno preferito tergiversare. Alla fine, il 29 maggio, Umaru Musa Yar’Adua ha prestato giuramento come presidente.

In campo contro 24 contendenti, l’ex governatore dello stato di Katsina e candidato del Pdp è stato dichiarato vincitore con 24,6 milioni di voti, quattro volte quelli ottenuti dal suo principale rivale, il gen. Muhammadu Buhari, del Partito di tutto il popolo nigeriano (Ptpn). Nelle corsa ai governatorati, il Pdp ha prevalso in 28 stati (uno in più rispetto al 2003, ma ne potrebbe perdere alcuni per via legale), il Ptpn in 5, l’Alleanza del popolo progressista (Ppa) in 2, l’Ac nello stato di Lagos.

Presidente tutto da scoprire

Umaru Yar’Adua, 56 anni, sembra destinato a rimanere in sella. Suo padre fu ministro del governo regionale dello stato di Lagos sotto la prima repubblica; il fratello maggiore, Shehu Musa Yar’Adua, già vice di Obasanjo nel governo militare del 1976-1979, ebbe il suo momento di gloria nel 1995, per la sua presa di posizione in favore della democrazia, quando chiese al gen. Sani Abacha di restituire il potere ai civili: condannato all’ergastolo, morì in carcere nel 1997. Nonostante appartenga a una nota famiglia aristocratica, Umaru era poco conosciuto alla vigilia del voto. Che sia stato scelto proprio lui ha suscitato in molti il sospetto che sia un prestanome di Obasanjo, e che quest’ultimo sia intenzionato a continuare a gestire il potere per il tramite di un “presidente-marionetta”.

E` opinione comune che Umaru sarà un presidente debole, facilmente influenzabile e non in grado di resistere a lungo nella fossa dei leoni della politica nigeriana. Se paragonato allo scaltro Obasanjo (sempre capace di negoziare con le élite nazionali e di mantenere un alto profilo internazionale), egli fa il suo ingresso nell’arena pubblica con relativa “innocenza” politica. Ma se saprà mostrare di essere indipendente da qualsiasi padrino, proprio questa innocenza sarà molto utile a lui e di tutto vantaggio per la nazione. Ex insegnante di chimica in un politecnico ed eletto governatore di Katsina nel 1999, il nuovo presidente è stato uno dei cinque governatori (su 36) che non sono mai stati messi sotto inchiesta per corruzione. Anche il suo braccio destro nella campagna elettorale e ora vice presidente, Goodluck Jonathan, un governatore cristiano del sud, ha la fedina penale immacolata. Rimane da vedere se i due sapranno mantenere questo profilo.

La loro prima sfida sarà quella di superare la crisi di legittimità che incombe su di loro, vista la pessima qualità dello standard elettorale. Il presidente ha estremo bisogno di aprire all’opposizione (in vista di un governo di coalizione), di sostenere il lavoro e le eventuali decisioni dei tribunali elettorali, di riformare radicalmente la Ceni e di circondarsi di una squadra di persone più interessate al buon governo e al bene comune che al potere.

Sarà di cruciale importanza che Yar’Arua si dedichi con impegno alla soluzione della crisi del Delta del Niger. Mentre si stanno ancora formando le opinioni sulla nuova compagine governativa, il presidente deve assolutamente dare un chiaro segnale della sua volontà e della sua capacità di portare la pace nella martoriata regione.

Qualcosa si muove

Le recenti elezioni saranno anche state peggiori di quelle del 2003. Ma vanno sottolineate due differenze. La prima: la vasta copertura mediatica data all’evento, dovuta principalmente alla presenza (e alle reazioni) degli osservatori internazionali, potrebbe scoraggiare eventuali comportamenti scorretti e brogli in future elezioni. È ora che la Nigeria diventi sempre più cosciente del suo ruolo di potenza regionale e continentale (riconosciuto anche a livello mondiale), come pure della sua condizione di produttore chiave di risorse energetiche (petrolio e gas naturale).

La seconda differenza va riscontrata nella reazione dei comuni cittadini e delle organizzazioni della società civile all’ennesimo fallimento del processo di democratizzazione. Gli osservatori hanno fatto notare come allo scempio delle elezioni sia poi seguito un sorprendente decoro da parte dei votanti. Per la prima volta, l’annuncio dei risultati non ha provocato violente proteste di piazza. Come se i nigeriani avessero capito – finalmente! – che il loro sangue sarebbe stato versato in favore di una élite politica affamata di danaro e corrotta, a prescindere dall’affiliazione politica. È lecito interpretare questo come un chiara prova che i nigeriani sanno cos’è la democrazia e che questa non è riscontrabile nel modello socio-politico che hanno oggi.

E c’è un altro aspetto da non sottovalutare. Le recenti elezioni, per quanto imperfette, hanno segnato un momento storico: per la prima volta, il potere è pacificamente passato dalle mani di un presidente eletto a quelle di un altro, senza intervento militare. A Yar’Adua è ora chiesto di consolidare la democrazia, pena un ritorno al caos.

Il premio Nobel Wole Soyinka ha paragonato la democrazia nigeriana alla favola di Hans Christian Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore: i politici nigeriani si mascherano da democratici, ma puntano solo al proprio tornaconto; il popolo, però, non si lascia gabbare da chi dice di governare a nome suo e non esita a gridare che “il re è nudo”.

Il paese è ancora in una fase di transizione. Non bisogna cedere alla tentazione di misurare il suo futuro a partire dal fallimento delle recenti elezioni. Dopo tutto, si è solo al nono anno consecutivo di governo civile, dopo quasi 40 anni di regimi militari, per lo più brutali.

Il cammino della Nigeria verso la democrazia è ostacolato da una economia incentrata sul petrolio, che ha portato a una cultura politica di ingordigia e impunità. Rimane ancora molto da fare prima di raggiungere una democrazia davvero funzionante. Ma questa possibilità non va esclusa soltanto perché un altro esercizio elettorale è andato male. Per ora – e probabilmente per il futuro prossimo – i cittadini nigeriani non vedranno netti cambiamenti. Ma qualcosa cambierà in prospettiva. Molto dipenderà dalle decisioni che prenderanno il nuovo leader e la sua compagine nei primi mesi del loro mandato.

Elizabeth Donnelly – Coordinatrice del Programma Africa alla Chathan House, istituto inglese di politica internazionale.

Nigrizia, 26 giugno 2007

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