L`associazione ambientalista lancia una campagna contro la soia Monsanto che nutre le mucche del Parmigiano. Il Consorzio: «Niente allarmismi».

     

Scritto da Luca Fazio

Carlo Petrini, presidente di Slow Food e maitre à penser della cultura gastronomica nostrana, commentando la rivolta dei produttori francesi di camembert che non vogliono utilizzare latte pastorizzato, ha preso ad esempio il principe dei nostri formaggi: «Tanto è vero che il parmigiano reggiano si ottiene dal latte crudo…». Peccato che lo stesso, come denuncia Greenpeace, e come non può non dispiacere allo stesso Petrini, venga prodotto utilizzando il latte di animali nutriti con Ogm (la soia transgenica Roundup Ready di Monsanto, in grado di sopportare dosi massicce di erbicida). Tutti lo sanno, ma il Consorzio del Parmigiano Reggiano (808 milioni di euro alla produzione, 4.800 aziende agricole interessate, 20.000 operatori nel settore) continua a far finta di niente. Eliminarli dalla filiera produttiva invece si può (già lo fanno alcune piccole aziende agricole virtuose) e questo è l`obiettivo della nuova campagna anti-ogm dell`associazione ambientalista: basterebbe acquistare soia ogm-free da Stati uniti e Brasile. In pochi giorni, attraverso il nuovo sito www.parmigiaNOgm.it, al Consorzio sono già state recapitate 4 mila lettere.

«Il problema riguarda i mangimi – spiega Federica Ferrario di Greenpeace – perché il disciplinare di produzione del parmigiano non vieta l`uso degli ogm nell`alimentazione animale. Proprio perché amiamo il parmigiano reggiano vogliamo essere certi che venga tutelato, e che questa tutela porti con sé garanzia di qualità e di sicurezza, per l`ambiente e per i consumatori. Nel circuito del parmigiano questo già avviene per la produzione biologica e per quei primi produttori che, autonomamente, hanno già attivato filiere completamente non-ogm».

La campagna di Greenpeace, sottoscritta da due ex ministri per l`Ambiente, Ronchi e Alemanno, e ignorata dai maggiori quotidiani che temono di scontentare un generoso inserzionista, ha irritato non poco Giuseppe Alai, presidente del Consorzio Parmigiano-Reggiano, giustamente impegnato a evitare che con il termine «parmesan» vengano messi in commercio prodotti taroccati. Per Alai però gli ogm non costituiscono un problema e quindi «non bisogna alimentare dubbi e allarmismi», semplicemente perché gli ogm non sono presenti nel latte utilizzato per il parmigiano. Greenpeace, che infatti ha puntato l`indice contro i mangimi e non contro il latte, precisa che comunque «la possibilità che dna transgenico possa trovarsi nel latte non può essere esclusa, specie nel caso di animali nutriti con ogm per lungo tempo, come i bovini».

Il punto è che oltre il 90% degli ogm importati in Europa consiste in soia e mais destinati alla mangimistica, significa che ogni anno circa 20 milioni di tonnellate di ogm entrano nella catena alimentare degli europei, e all`insaputa dei consumatori. Per farglielo sapere, se Giuseppe Alai fosse d`accordo, basterebbe scriverlo sull`etichetta (animali alimentati con ogm), o magari permettere ai caseifici del Consorzio che non li utilizzano di farsi un po` di sana pubblicità – visto che non c`è niente da nascondere. O no?

Il manifesto, 23 giugno 2007

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