Sono circa 300.000 i minori, in maggioranza indigeni, che ogni anno lasciano le comunità di origine insieme alle loro famiglie per andare a lavorare nelle zone agricole del nord del Messico secondo dati dell’Unicef (Fondo ONU per l’Infanzia) e l’Organizzazione internazionale del lavoro.

     

Scritto da Agenzia Misna

Oltre a diventare vittime di “discriminazione a causa della loro lingua ed etnia”, aggiungono i due enti, per questi bambini il lavoro nei campi è un rischio per la salute, lo sviluppo e la loro stessa vita; solo pochi mesi fa suscitò sconcerto e indignazione a livello nazionale il caso di David Salgado, 9 anni, della comunità mixteca di Guerrero, la più povera del Messico, morto a gennaio perché travolto da un trattore durante la raccolta stagionale di pomodori nello stato nord-occidentale di Sinaloa.

Oltre ai rischi per la sopravvivenza, persistono gravi problemi alimentari: il 42% dei minori che lavorano soffre di una qualche forma di malnutrizione. In generale, sempre secondo l’ONU, sono costretti a lavorare 3,3 milioni di messicani dai 6 ai 14 anni, ovvero uno su tre, ma nelle comunità indigene i bimbi obbligati al lavoro arrivano addirittura al 36%.

Di recente il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti dei migranti, Jorge Bustamante, ha sollecitato il governo messicano a “rispettare la legge che proibisce il lavoro minorile” per il momento “lettera morta”.

[CO] – MESSICO 13/6/2007

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