Favorirono la latitanza del boss Santapaola. Condannati a 2 anni e 8 mesi di reclusione. Tra il febbraio e l`aprile del `93 l`allora numero due di Cosa Nostra fu a Barcellona e Terme Vigliatore. giudici del Tribunale hanno riconosciuto la sussistenza dell`aggravante mafiosa.

     

Scritto da Gazzetta del Sud

Nella calda primavera del `93, tra febbraio e aprile, l`allora numero due di Cosa Nostra, il boss catanese Nitto Santapaola, trascorse una periodo della sua latitanza “dorata” tra Barcellona e Terme Vigliatore, la zona più sicura della Sicilia per i capi della mafia che non volevano dare nell`occhio e stare tranquilli.

E tra i picciotti che assecondarono il boss etneo quando “passeggiava” nelle campagne della zona tirrenica c`erano anche i barcellonesi Aurelio Salvo, 67 anni, ex commerciante di detersivi, e Salvatore “Sem” Di Salvo, 42 anni, ritenuto uno degli attuali reggenti del clan mafioso dei barcellonesi in nome e per conto del boss Giuseppe Gullotti.

Ieri i due sono stati condannati dal Tribunale di Barcellona – per l`occasione in trasferta a Messina –, a due anni e 8 mesi di reclusione, con il riconoscimento da parte dei giudici dell`aggravante di aver favorito l`associazione mafiosa capeggiata da Santapaola.

Il nodo giuridico del processo era proprio quello dell`aggravante mafiosa: cadendo questa fattispecie il reato di favoreggiamento “semplice”, risalente al lontano 1993, sarebbe andato in prescrizione. Ieri i giudici Mandalà (presidente), Grasso e Adamo (componenti), sono rimasti in camera di consiglio oltre 5 ore per decidere tutto, uscendo solo intorno alle cinque del pomeriggio per leggere la sentenza.

In mattinata ieri si sono registrati gli interventi di accusa e difesa: il sostituto della Distrettuale antimafia di Messina Rosa Raffa ha ricostruito una vicenda piuttosto singolare che venne quasi “scoperta” dagli investigatori spulciando tra centinaia di intercettazioni, e al termine della requisitoria ha chiesto la condanna di entrambi a 3 anni di reclusione con la piena conferma dell`aggravante mafiosa; subito dopo sono intervenuti i difensori dei due, gli avvocati Tommaso Calderone e Sebastiano Fazio, che hanno puntato molto proprio sulla negazione dell`aggravante mafiosa.

Non era ancora mezzogiorno quando il Tribunale si è ritirato per decidere. Alle cinque del pomeriggio la sentenza: 2 anni e 8 mesi di reclusione a Salvo e Di Salvo con il riconoscimento dell`aggravante mafiosa; i giudici hanno poi dichiarato – così come aveva richiesto l`accusa –, il “non doversi procedere per morte del reo” per il barcellonese Domenico Orifici, deceduto tempo addietro, che rispondeva della stessa accusa.

Aurelio Salvo ha un precedente clamoroso in tema di favoreggiamento: era lui il proprietario dell`appartamento di Barcellona, in via Trento, a cento passi dall`abitazione del magistrato Olindo Canali che lo braccava da mesi, dove venne individuato e catturato il 16 febbraio del 1995 un altro latitante eccellente, il boss barcellonese Giuseppe Gullotti. Salvo, che quel giorno venne bloccato in casa insieme al boss, per questa vicenda patteggiò la pena davanti al gup Ada Vitanza nell`aprile del `95: un anno e mezzo di reclusione.

La latitanza di Santapaola è legata anche a doppio filo all`omicidio del giornalista barcellonese Beppe Alfano: una delle piste investigative seguite per spiegare la sua morte è legata al fatto che lui aveva probabilmente intuito e poi scoperto il luogo dove si nascondeva il boss etneo.

Ad incastrare Salvo e Di Salvo furono all`epoca gli atti una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche effettuate nel `93 dai carabinieri del Ros, che in quel periodo erano a caccia proprio di Santapaola. Ma agli atti c`era di più. Dalle indagini emerse che Di Salvo nell`aprile del `93 avrebbe accompagnato Santapaola alla stazione ferroviaria di Barcellona (il boss venne poi catturato un mese dopo, nei pressi di Caltagirone).

LE INTERCETTAZIONIEcco una conversazione che nel `93 venne intercettata nel corso di un`indagine dei Ros dei carabinieri a Terme Vigliatore, nell`ufficio della ditta di trasporti di Domenico Orifici. È un colloquio a tre che coinvolge oltre allo stesso titolare anche altre due persone, Aurelio Salvo, cognato di Orifici, e un uomo che parla in «dialetto catanese» e che viene chiamato «Zio Filippo» (secondo i carabinieri quello era Nitto Santapaola). L`intercettazione comincia con Domenico Orifici, il quale si trovava già in ufficio, che offre del caffè ai suoi due ospiti.

Domenico: Sì, io poco ne ho fatto mettere, siccome ho sentito parlare di diabete… di cose… ne ho fatto mettere poco… altrimenti… ma perché ero in ritardo io.

Zio Filippo: No, ce n`è poco zucchero.

Domenico: Poco zucchero? Poco ce n`è?… assai ce n`è?

Zio Filippo: Ora suo cognato… che tratta pesci?

Domenico: Trasporti come attività principale, ora siamo associati con mio cugino Sam… come pesci.

Aurelio: Pesce vivo va!

Zio Filippo: E pesce morto?… se è fresco!

Domenico: No, fresco! Quando il pesce è fresco, certo, che problema c`è! Ora sistemiamo tutto! Come se la passa qua, bene? Don Filippo?

Zio Filippo: Sì!

Aurelio: Bell`aria c`è!.

Zio Filippo: C`è stato maltempo prima, c`è stato vento.

Domenico: No, il fatto del vento… il tempo più brutto qua è a gennaio, febbraio, però, quest`anno ne ha fatto di meno.

Ed ecco un`altra conversazione tra lo stesso Domenico e il figlio Paolo che venne intercettata negli stessi locali qualche minuto dopo, quando “zio Filippo” si era allontanato.

Domenico: Se tu non svieni e non lo dici a nessuno, io ti dico chi era quella persona che c`era qua dentro poco fa. Era Nitto Santapaola. Zitto!

Paolo: È più grosso nelle fotografie!

Domenico: Basta! Non mi fare altre domande, è venuto quà altre volte!

Gazzetta del Sud, 8 giugno 2007

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