La recente sentenza del tribunale di Catania, con la condanna inflitta all’on. Firrarello, dirigente di spicco di FI in Sicilia, e le prescrizioni riconosciute all’on. Cusumano, sottosegretario del governo Prodi e dirigente dell’Udeur, nonchè a due personaggi del calibro di Sciortino e Ursino, il primo potentissimo dirigente regionale vicinissimo a Cuffaro e Lombardo, il secondo longa manus negli appalti per lavori pubblici, dalla metanizzazione alle opere edilizie, del cavaliere Mario Ciancio, riconferma, per chi avesse dubbi, la natura dell’intreccio affaristico che ispira le scelte politiche.

     

Scritto da Mimmo Cosentino

In esso l’imprenditoria e i gruppi dirigenti del mondo politico, in un contesto caratterizzato dalla trasversalità, si legano tutt’uno con l’apparato burocratico-amministrativo, diventato il vero tessuto connettivo degli interessi privati oltre che il tramite con le organizzazioni criminali, in grado di operare sulla legislazione per rendere legale ciò che una volta era illegale, esperto nel gestire le diverse fasi dei lavori pubblici, dalle gare d’appalto alla direzione dei lavori, orientata a favore delle imprese con l’approvazione delle varianti. Del comunicato del Prc, unica forza a rompere il muro di silenzio, che ne commentava l’esito, stranamente occultati dalla grande stampa e l’evento e la denuncia politica, ma, purtroppo anche da ‘Liberazione’ e da ‘il manifesto’, accludiamo copia, perché se ne abbia memoria storica.

Un blocco capace di costruire attorno a sé consenso ed egemonia nella società, fino a garantirsi rappresentanza politica e orientamento del flusso di danaro pubblico. Un blocco contaminato dalle relazioni non occasionali con gli esponenti mafiosi: nella citata sentenza il giudice Camilleri chiede alla Procura di avviare le indagini necessarie a verificare l’organicità interna al clan Santapaola del sen. Firrarello. Un blocco che, nonostante le tante inchieste giudiziarie che lo hanno investito, è uscito finora indenne da esse, almeno a Catania, essendosi conquistato quella impunità che gli hanno garantito le sentenze della magistratura, soprattutto per le modalità con cui sono state condotti i procedimenti.

Proprio per questo motivo, la sentenza sul ‘Nuovo Garibaldi’ segna una possibile inversione di tendenza rispetto ad una fase che ha visto la magistratura catanese, a differenza di quella palermitana, o inerte o addirittura subalterna ai poteri politico-imprenditoriali. Emblematica di questo comportamento è stata la conduzione del procedimento giudiziario sullo scandalo di Viale Africa, che vide coinvolti il cav. Finocchiaro e il gotha politico del tempo.

Il cav. Finocchiaro, proprietario dei terreni espropriati e aggiudicatario dell’appalto contestato, viene indicato come vittima della concussione dei politici, ai quali è costretto a concedere tangenti, e pertanto verrà assolto. Così come l’on. Andò, ex ministro, politico di primo piano, godrà della prescrizione. Il giudice D’Angelo, protagonista di quel teorema, è candidato oggi a ricoprire la carica di Avvocato generale presso la Corte d’appello. In realtà quella sentenza segnò la vittoria di una ostinata campagna culturale e politica che, a partire dagli anni ottanta, nei media, in primo luogo su La Sicilia di Catania, e nella convegnistica (sia di marca confindustriale, sia sindacale, sia anche del mondo universitario), attraverso le elaborazioni di significativi esponenti della Cgil e del Pci siciliani, conquistati alla cultura e alla centralità del mercato, teorizzava che non si potesse fare l’analisi al sangue delle imprese, che queste costituissero il vero motore dello sviluppo e fossero l’unica diga per la tutela dell’ occupazione, e che la radicale critica avviata dalle denunce di Giuseppe Fava e da I Siciliani, e portata avanti coraggiosamente ma, in condizioni di isolamento politico, dal movimento antimafia, fosse funzionale a colpire l’economia isolana.

Uno dei protagonisti di queste elaborazioni fu il prof. Rossitto, responsabile economico del Pci regionale approdato alla corte del Presidente della Regione Rino Nicolosi, del quale diverrà principale collaboratore. Rossitto verrà coinvolto nello scandalo del Centro Agroalimentare, una vicenda che registrò la supervalutazione truffaldina dei terreni del cav. Puglisi-Cosentino e l’erogazione di soldi, giustificata come forma di contributo ai partiti, da parte di quest’ultimo ai politici della prima e della nascente seconda repubblica. Una vicenda gravissima e drammatica, per l’uccisione per mano mafiosa di Giovanni Bonsignore, l’integerrimo funzionario che mise in discussione, con controlli rigorosi e puntuali, la legalità e la legittimità dell’operato del cda e del finanziamento regionale. Anche Rossitto verrà assolto. Oggi Rossitto è l’editorialista principe di una delle tante emittenti della famiglia Ciancio, Telejonica, ma è soprattutto l’ideologo del Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, la forza che più di ogni altra esercita in questo momento la sua egemonia politica in Sicilia, ora in chiave eversiva contro uno Stato rappresentato nella sua versione accentratrice e antimeridionale, ora in chiave contrattualistica al fine di determinare la destinazione e l’entità delle risorse riconosciute al sud, come è dimostrato dalla non sopita rivendicazione del Ponte sullo stretto, sulla quale viene condotta da La Sicilia una forsennata campagna stampa, agita strumentalmente contro il governo Prodi. A sua volta Salvo Andò, autorevole esponente nazionale dello SDI, è stato nominato Rettore dell’Università di Enna, con il supporto dell’on. Vladimiro Crisafulli.

Quelle sentenze ufficializzeranno la sconfitta del movimento antimafia e della illusione di quanti credevano che i cambiamenti potessero avvenire per via giudiziaria L’unico mutamento effettivo avviene sul terreno della modernizzazione autoritaria delle istituzioni, della vanificazione dei controlli e della concentrazione dei poteri negli esecutivi e a favore dei Sindaci, alla cui guida viene chiamato E. Bianco, che si farà interprete di un passaggio indolore dei poteri dal vecchio blocco dominante ai nuovi potentati, in un quadro di compatibilità degli interessi in campo.L’operazione riesce per il ruolo decisivo giocato dall’informazione controllata da Mario Ciancio, che opera spregiudicatamente per sostenere i candidati degli opposti schieramenti politici compatibili con i suoi interessi. Ciò avviene con la ricollocazione delle grandi opere nel nuovo modello di città, prime tra tutte l’Agroalimentare e l’Interporto sponsorizzato dall’Iri ma localizzato fuori da qualsiasi logica di razionale funzionamento intermodale, al fine di valorizzare i suoli agricoli di uno dei mammasantissima della borghesia catanese. Bianco favorisce il riposizionamento dei potentati locali, epurati delle figure maggiormente compromesse, dentro una relazione con il grande capitale del nord, e l’inserimento di Catania nel novero dei territori investiti dai flussi di danaro pubblico provenienti dai finanziamenti europei.

L’obiettivo è quello di promuovere, con il Patto per Catania, un modello basato sulla economia del turismo, sui pub e sulle strutture ricettive, oltre che sull’illusione di realizzare l’Etna valley, attorno alla St micr. Da qui le scelte del Patto territoriale di Catania Sud e il progetto Urban, che prevede tra gli altri interventi su San Cristofaro e nella zona dell’antico Corso, tali da provocare l’espulsione dai quartieri storici delle classi popolari. Come se la storia di corso Sicilia niente avesse insegnato.

La stagione che vedeva come imputati i cavalieri dell’Apocalisse e le elites politiche del tempo si concluse con la sostanziale rilegittimazione delle figure di spicco, mentre furono scaricati gli indifendibili, i Costanzo e i Graci. Furono salvati Finocchiaro e i Rendo, che riarticolarono la loro attività sul mercato nazionale e intercontinentale. I Rendo cederanno, non a caso, la loro emittente televisiva, Telecolor, alla famiglia Ciancio, e, non a caso, nel nuovo cda sarà presente il prof. Libertini, il legislatore della restrizione dei poteri dei consigli comunali e della cancellazione degli organi di controllo sull’operato degli esecutivi, il consulente delle grandi società capitalistiche. Questi sarà ignominiosamente proposto dal centrosinistra a Sindaco della città, anche con l’appoggio, purtroppo, del Prc.

La rinuncia ad una qualche opposizione di sinistra ai processi in atto si accompagnerà all’illusione di potere produrre grandi cambiamenti attraverso le alleanze con i settori trasformisti del centro il frutto avvelenato sarà la nascita del governo Capodicasa, con dentro Cuffaro e Castiglione. La legittimazione di queste figure, vera espressione politica degli interessi mafiosi, porterà ad una sconfitta catastrofica della sinistra e al cementarsi dei nuovi potentati.

A Catania l’eredità dei cavalieri dell’Apocalisse sarà raccolta da Mario Ciancio e dai Virlinzi, le cui attività saranno presenti in tutti gli ambiti economici. Dal settore commerciale a quello delle opere pubbliche (parla per tutte l’affaire del Parcheggio di Piazza Europa, che sottrae l’aria e la vista del mare alla fruizione dei cittadini), dalla rendita ricavata dalla localizzazione degli espropri (l’Ospedale S. Marco a Librino) a quella della destinazione dei suoli per l’edilizia residenziale (Rotolo, Corso Martiri).

Lo strumento decisivo con il quale viene operato questo passaggio di fase è la liquidazione del Piano Regolatore Generale, attraverso il maxiemendamento Bianco/Scuderi, il siluramento di Cervellati e dei suoi più stretti collaboratori, l’adozione delle varianti urbanistiche. Alla fine del girone infernale Scapagnini, succeduto a Bianco, licenzierà Cervellati. Oggi la città paga il prezzo dei nuovi assetti determinatisi negli anni novanta e l’assenza di un’opposizione ai processi che si sono determinati. Il Patto per il lavoro, l’unico in Italia siglato da Cgil-Cisl-Uil, ha diminuito le tutele e ridotto i diritti dei lavoratori, ma non ha prodotto né nuovi investimenti, né riassorbimento della forza lavoro espulsa.

Catania e la provincia sono diventate un insopportabile cimitero di aziende in crisi e di licenziamenti: dalla Elmecc di Belpasso alla Oranfreezer di Scordia, dalla ex Conad alla Cesame, ai tanti call center fino alle campagne dove, con i migranti, si esperimentano lavoro nero e nuovo schiavismo. Non dimenticando quelle cooperative sociali, attraverso le quali si è sviluppato il processo di esternalizzazione e di privatizzazione dei servizi pubblici al Comune e alla Provincia, e attraverso le quali l’on. Lenza, oggi assessore regionale ai beni culturali, ha costruito attorno al Mpa, in un mix che vede assieme ceti professionali e precariato, uno straordinario bacino elettorale. Lo sciopero generale, indetto per il 1° Giugno, dovrà servire a riconsiderare quelle scelte sindacali e politiche che nel favorire i processi di accumulazione dei potenti, hanno altresì creato le condizioni di quel degrado civile e sociale determinato dagli amministratori che su queste politiche hanno fatto le loro fortune e costruito le proprie funzioni, assiema alla sconfitta delle conquiste dei lavoratori.

Le politiche del lavoro, previste dal Piano per il lavoro, sono state costruite sulla compressione dei diritti e sullo sfruttamento del lavoro giovanile, oltre che sul mercato incontrollato delle licenze e sull’investimento di capitali di dubbia provenienza. Altro che movida catanese. Una città devastata nella sua realtà sociale, nel degrado dei quartieri, investita da opere inutili e dannose, da Corso delle Province a Corso Italia. Un interminabile spreco di danaro pubblico, di consulenze, di incarichi, di nomine assessoriali, di eventi ridicoli e inutili. Mentre intanto il nuovo Prg predispone le condizioni del nuovo sacco della città, delle nuove colate di cemento e delle speculazioni che la investiranno dal waterfront al porto, alimentate dll’uso spregiudicato che si annuncia del meccanismo della perequazione. La composizione proprietaria e societaria dei suoli toglie qualsiasi dubbio sulla composizione del blocco dominante: oltre ai già citati Ciancio e Virlinzi, esponenti degli ordini professionali e della magistratura, costruttori, politici (rimando alla lettura dell’articolo di Piero Cimaglia sull’ultimo numero di Casablanca e alle tantissime puntuali cose scritte su L’isola possibile). Una voracità affaristica che travalica il perimetro della città: a Nord il cemento sconvolge l’Etna e nuovi disastri ambientali vengono avviati (una per tutte: l’inceneritore di Paternò), a sud avanza l’abbandono dell’oasi del Simeto. Qui uno dei capi dell’abusivismo edilizio è premiato nella Giunta Scapagnini con la carica assessoriale.

L’ultimo scandalo, in ordine di tempo, ha il nome di Xirumi/Serravalle, un progetto che distruggerà agrumeti di grande qualità e sconvolgerà una area straordinaria per la sua bellezza paesaggistica, per il suo valore storico-archeologico, per la ricchezza delle sue acque. Ciancio qui è protagonista, come proprietario dei terreni e come socio imprenditore, in un’opera funzionale a collocare la Sicilia e l’Italia, più di quanto lo è già, in uno scenario di guerra. Una voracità famelica e affaristica che ha svuotato le casse del Comune, che lo ha indebitato oltre ogni ragionevole previsione. Una spasmodica fame di nuove fonti di accumulazione, che viene soddisfatta dalla pazzesca avventura del Piano Parcheggi, che stravolgeranno le piazze della città e le condizioni di vita nel territorio, a partire dal centro.

Una condizione così disastrata per cui gli amministratori non trovano di meglio che avviare, con l’avventura di Catania Risorse, la svendita ai privati del patrimonio immobiliare, compreso quello storico, di proprietà pubblica. I quartieri a rischio, da Librino a Picanello, saranno privati dei loro spazi sociali e della loro dimensione collettiva. A San Cristofaro si preparano le condizioni per la chiusura dell’unica scuola media del quartiere. I cittadini, ridotti a sudditi e ad abitanti, vengono costretti, in assenza delle deliberazioni necessarie, nella totale inerzia della magistratura, a pagare ingiustificati aumenti della Tarsu, mentre procede la privatizzazione dell’acqua. Siamo al furto di massa, nel balbettio generale, in un contesto che fa pensare a modalità fiscali di tipo feudale.

E’ questo contesto che determina l’esplosione della violenza davanti allo stadio e la tragica morte dell’ispettore Raciti. Una violenza che, addebitata alle fasce giovanili e marginali della società catanese, occulta e maschera quella più intensa e pervasiva dei potentati economici e delle elites politiche, favorite dall’incertezza dell’azione giudiziaria e dalla trascuratezza delle istituzioni. Procede con lentezza l’inchiesta sui contributi di Scapagnini ai dipendenti comunali, a seguito dell’emergenza ceneri, mentre lascia sgomenti l’esito giudiziario del processo che coinvolge, a S. G. La Punta, l’imprenditore Sciuto. E’ una situazione perversa che tale è divenuta, per il ruolo decisivo e fuorviante che nel tempo ha assunto l’informazione locale, da La Sicilia alle emittenti televisive. Controllo totalitario dell’informazione- l’ultimo atto è il licenziamento della redazione storica di Telecolor- orientamento subdolo e/o esplicito del ‘discorso sociale’, posizionamento mistificatorio della lettura degli eventi catanesi (valga per tutti la polemica costruita attorno alla querelle studenti versus docenti del liceo Spedalieri, utile a spostare riflettori e riflessioni dalle responsabilità dei gruppi dirigenti della città, in seguito agli incidenti di Piazza Spedini) sono funzionali alla costruzione di un consenso di massa al disegno di assoggettamento della città ai ceti dominanti. La criminalità è ricondotta a fatto cronachistico, ma la realtà mafiosa e i fenomeni con i quali si afferma , dal pizzo all’usura al riciclaggio, fino alla partecipazione diretta in segmenti consistenti delle opere pubbliche, è rimossa. Per anni non è stata pubblicata la foto di Santapaola, mentre oggi il nome di C. Fava è deliberatamente censurato con una arroganza degna dei tempi dell’assolutismo.

Ma la città non è domata, lottano le mamme di San Cristofaro, lottano le docenti e gli scolari dell’Andrea Doria, lottano i lavoratori delle aziende in crisi, lottano i cittadini contro gli aumenti ingiustificati del canone idrico e della Tarsu. Al pessimismo della ragione si accompagna l’ottimismo della volontà. La società è in cammino, pezzi di essa provano ad ascoltarsi. Il caso Catania, occultato e rimosso, c’è e si ripropone in tutte le sue articolazioni istituzionali, civili, economiche e sociali ed ha i suoi epicentri nelle pubbliche amministrazioni e nei palazzi dove si dovrebbe fare rispettare la legalità. Ma la politica? E le istituzioni? All’una e alle altre chiediamo scelte trasparenti Nella individuazione dei magistrati chiamati a collaborare con la Commissione parlamentare antimafia. Nella nomina del nuovo Procuratore della Repubblica, che confidiamo essere figura trasparente, autonomo dal potere politico e dai gruppi economici dominanti, se necessario esterno alla città. Nella cessazione del conferimento dei poteri speciali sul traffico e la mobilità a Scapagnini. Nella attenzione della C.P.A. alle condizioni della città, da indagare urgentemente. Per queste ragioni lanciamo stasera un appello dell’intellettualità democratica, delle associazioni e del volontariato, della cittadinanza protagonista di questa nuova fase di ‘democrazia conflittiva’ e del cambiamento, chiedendo che a Roma venga accolto, che i gruppi dirigenti del Prc lo assumano.

Al movimento antimafia nel suo insieme proponiamo la costituzione di un Forum permanente di studio, di consultazione, di esercizio tempestivo del controllo del governo della città, di costruzione delle vertenze sociali e civili, che avvii il progetto di un’altra Catania. Da Portella della ginestra a Cinisi, da Comiso a Palermo, nell’assunzione della lezione di G. Fava e di Peppino Impastato, di Pio La Torre, dei tanti che sono caduti per il coraggioso e doveroso contrasto alla accumulazione criminale, abbiamo imparato che la lotta alla mafia è sfida necessaria. Dal successo della mobilitazione dell’Andrea Doria ci viene il messaggio, che assumiamo oggi come paradigma di una pratica da estendere e da generalizzare, che un’altra Catania è possibile.

Proviamoci e scommettiamoci.

Catania, 4 maggio 2007

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