Al VI congresso, tenutosi nel marzo del 2005 in un Lido di Venezia imbiancato da una tempesta di neve, Fausto Bertinotti propose a Rifondazione Comunista di stringere un’alleanza elettorale con la variegata coalizione del centrosinistra italiano, con la prospettiva di portare il proprio partito al governo dopo la vittoria delle elezioni del 2006. Il ragionamento di Bertinotti si fondava in sostanza su due presupposti. Da un lato, si affermava la crisi del ciclo neoliberista che imperversava in tutto il mondo capitalistico dalla metà degli anni Settanta e che aveva costituito la base materiale della cosiddetta globalizzazione.

     

Scritto da Stefano G. Azzarà

Questa crisi aveva finalmente messo in discussione i dogmi della scuola di Chicago, che a lungo erano stati fatti propri anche dalla sinistra moderata legata Partito Socialista Europeo sino al punto di dare a queste forze socialdemocratiche una curvatura liberale o al massimo liberalsocialista. Adesso, gli stessi Democratici di Sinistra sembravano riflettere sui propri errori. Dall’altro lato, a partire dalle giornate di Seattle nel 1999 – quando venne per la prima volta contestato il G8 -, aveva fatto il suo ingresso sulla scena politica internazionale un nuovo soggetto, il movimento anti-globalizzazione o «movimento dei movimenti», per usare il linguaggio di Bertinotti. In Italia, questo movimento era diventato particolarmente forte. Aveva attraversato la dura esperienza della repressione poliziesca di Genova nel 2001 e dopo la guerra contro l’Iraq si era trasformato in un imponente fronte pacifista che per mesi aveva tenuto la scena con enormi manifestazioni di massa, assumendo un notevole peso politico. Proprio la spinta “dal basso” del movimento veniva indicata da Bertinotti come la forza decisiva che avrebbe aiutato Rifondazione a spostare a sinistra il futuro governo, vincendo le resistenze delle parti più moderate della coalizione.

Molto più modestamente, per sostenere le ragioni di un’alleanza elettorale di centrosinistra sarebbe bastato far presente il pericolo rappresentato da Silvio Berlusconi e dalla Casa delle libertà. In 5 anni, il governo Berlusconi aveva messo l’Italia in ginocchio sul piano economico, favorendo l’evasione fiscale, portando avanti politiche fortemente antipopolari, scontrandosi quotidianamente con i sindacati. Berlusconi inoltre aveva aderito con entusiasmo alla linea di Bush jr., cambiando drasticamente la tradizionale politica europeista e multilaterale dell’Italia. Se in Medio Oriente l’Italia si avvicinava alle posizioni di Israele, in spregio a decenni di amicizia con i palestinesi, la scelta di mandare i soldati italiani in Iraq contraddiceva lo spirito stesso della nostra Costituzione. Infine, Berlusconi rappresentava un fattore di crisi per la stessa democrazia italiana, perché il suo controllo capillare dei mezzi di comunicazione di massa e la sua smisurata ricchezza gli consentivano una facile manipolazione dell’opinione pubblica.

La crisi economica colpiva in particolar modo le classi popolari, che vedevano fortemente messa a repentaglio la propria condizione materiale. L’ostilità verso Berlusconi sembrava dunque molto forte, soprattutto nei settori del lavoro dipendente, tradizionalmente legato alla sinistra. In queste condizioni, sarebbe stato impossibile per Rifondazione replicare la scelta del 2001 e presentarsi da sola alle elezioni, lasciando in tal modo vincere nuovamente Berlusconi: isolarsi dalla coalizione di centrosinistra avrebbe significato isolarsi dal popolo di sinistra e dunque commettere un vero e proprio suicidio politico. E però – Bertinotti ne era ben consapevole – non si trattava più di fare una semplice alleanza elettorale contro le destre ma di partecipare ad una coalizione di governo. Una scelta sempre difficile per un partito comunista, che deve valutare molto bene le condizioni di realizzabilità di questa opzione nell’ambito di una democrazia borghese. Ed una scelta ancor più difficile per un partito, Rifondazione, che veniva da molti anni di scelte politiche movimentiste e al limite del massimalismo. Un partito che aveva preteso di incarnare aspirazioni di portata ambiziosa («Un altro mondo è possibile» era lo slogan del movimento no-global che Rifondazione aveva fatto proprio) e che aveva espresso posizioni di principio per nulla inclini al compromesso (uno slogan per tutti: «No a tutte le guerre, senza se e senza ma», comprese quelle autorizzate dall’ONU con la formula ipocrita delle “operazioni di polizia internazionale”, del “peace-keaping” o “peace-enforcing”).

Con questi presupposti, l’unico modo per portare al governo un partito il cui corpo militante era stato a lungo educato a “pane e massimalismo” era quello di caricare retoricamente di aspettative il governo stesso. Lasciar intendere che un governo di coalizione tra forze molto diverse tra loro, un governo necessariamente di compromesso, dunque, potesse miracolosamente rappresentare una vera svolta («Cambia il vento» era lo slogan della festa nazionale di Rifondazione già nell’estate 2004). Potesse addirittura porre, cioè, le condizioni per un’alternativa sociale e politica (non a caso, «Un’alternativa di società» era il titolo della relazione di Bertinotti a Venezia). Non certo un governo anticapitalista, ma sicuramente un governo anti-liberista e dalla forte propensione solidaristica. Inoltre, Bertinotti era consapevole che andare al governo con il solo scopo di contrastare Berlusconi avrebbe significato dare ragione al suo ex mentore Armando Cossutta. Questi nel 1998 aveva messo in atto una scissione da Rifondazione, costituendo il PdCI, proprio per evitare la caduta di un mediocre governo di centrosinistra presieduto da Massimo D’Alema (DS) e rinviare il più possibile la vittoria della Casa delle Libertà. Per questo fine, Cossutta era arrivato al punto di accettare, sebbene a malincuore, il coinvolgimento italiano nella guerra della Nato contro la Jugoslavia di Milosevic, macchiandosi di un gravissimo errore politico.

Non era necessario essere dei profeti per capire che la rappresentazione bertinottiana delle prospettive di Rifondazione e della coalizione di centrosinistra era molto problematica e piena di contraddizioni. Essa si fondava infatti su un’analisi della fase superficiale e completamente sbagliata, tipica della cultura politica di un ex dirigente sindacale che non ha mai amato il materialismo storico. Lungi dal registrare la crisi del ciclo neoliberista internazionale e dal poter pensare di passare all’offensiva, infatti, il movimento comunista si trova ancora in una fase di ritirata e di difensiva. La sconfitta subita nell’ambito del conflitto politico-sociale alla fine degli anni Ottanta del Novecento è stata una sconfitta storica, paragonabile alla restaurazione del 1815 o alla sconfitta delle sollevazioni europee del 1848. Una sconfitta che non può essere superata in poco tempo ma che richiederà ancora per lunghi anni un lento e sotterraneo lavoro di ricostruzione di una prospettiva anticapitalistica. Un lavoro che deve anzitutto realizzare una connessione con i mutamenti dello scenario internazionale (penso soprattutto all’America Latina e alla Cina). Sia sul piano economico che su quello politico (per non parlare di quello militare), il mondo capitalistico-borghese guidato dagli Stati Uniti non è mai stato così forte come oggi, nel corso degli ultimi secoli. In questo senso, l’ondata di movimenti sociali e politici che si è sviluppata in Occidente dal 1999 ad oggi non può essere letta come l’inizio di un nuovo ciclo di lotte (una novità che, oltretutto, secondo Bertinotti comporterebbe il definitivo superamento delle forme politiche, organizzative e ideologiche della sinistra del Novecento). Essa costituisce invece il colpo di coda delle lotte del ciclo precedente, una disperata ma necessaria dimostrazione di resistenza (un discorso diverso andrebbe invece fatto sui mutamenti, ben più profondi e strutturali, avvenuti in America Latina).

Un’analisi di fase del tutto sbagliata, fondata su una rappresentazione immaginaria della realtà, dunque. Un approccio sognante, che impediva sin dall’inizio di impostare una riflessione – quanto mai seria e urgente – sulle condizioni di partecipazione ad un governo per un partito comunista e sul ruolo più generale che questo partito deve avere nel mondo capitalistico contemporaneo. Proprio questa rimozione portava Rifondazione a stringere con il centrosinistra un accordo che andava fatto “a prescindere”. Un accordo, cioè, che non era stato preparato dalla costruzione preventiva di un programma comune, in cui si individuassero chiaramente quegli elementi minimi che potevano essere portati avanti insieme e che scongiurasse pericolose illusioni. A nulla serviva, a Venezia, la battaglia della minoranza interna, che era consapevole del pericolo Berlusconi ma aveva chiesto di scrivere un programma rigoroso con dei precisi “paletti”. Senza questi punti di riferimento, il rischio di una deriva governista, che avrebbe costretto Rifondazione a sostenere politiche antipopolari, sarebbe stato molto forte. Al congresso di Venezia, sebbene il dissenso interno al PRC raggiungesse il 41%, Bertinotti decise, con una grave lesione della democrazia interna, di cambiare lo statuto del partito a colpi di maggioranza. Da quel momento, modificherà gli organismi dirigenti in senso maggioritario e imporrà un’irreggimentazione ferrea e militaresca del partito, che avrebbe portato ad una rigorosa selezione della composizione delle liste elettorali del PRC, escludendo quasi per intero le minoranze al fine di prevenire ogni dissenso.

Il patto tra il Rifondazione e gli alleati di centrosinistra è stato suggellato dalla nomina di Bertinotti a presidente della Camera dei Deputati. Una nomina che ha comportato una riduzione del numero dei ministri di Rifondazione nel governo guidato da Romano Prodi (il solo Paolo Ferrero, titolare di un Ministero di poco rilievo e di scarse risorse come la Solidarietà Sociale ) ma che era necessaria come garanzia della lealtà del PRC per tutta la durata della legislatura. Dopo solo pochi mesi dalla risicata vittoria del centrosinistra su Berlusconi e i suoi alleati, però, le fosche previsioni della minoranza del PRC si sono puntualmente realizzate. A causa delle scelte effettuate, oggi Rifondazione si trova ad affrontare una delle crisi più gravi della propria storia. Non è forse in gioco l’esistenza del partito (sebbene i risultati delle elezioni regionali nel Molise abbiano portato a un dimezzamento dei voti) ma lo è certamente la sua ragion d’essere in quanto forza di ispirazione comunista. Costretta a sostenere il governo anche quando questo opera scelte antipopolari, Rifondazione è entrata in contraddizione con la propria base elettorale e comincia adesso ad essere contestata anche da sinistra. L’espressione più plateale di questo malumore è stata la contestazione ricevuta da Fausto Bertinotti il 26 marzo 2007, durante un convegno all’Università La Sapienza di Roma, ad opera di un piccolo gruppo della sinistra radicale. Essa faceva seguito, però, ad una ben più pesante contestazione degli operai della fabbrica FIAT di Mirafiori verso i dirigenti nazionali del sindacato, CGIL compresa. Da quel momento, la consapevolezza della crisi è cresciuta anche nel corpo dei militanti del partito.

La recente crisi del governo Prodi è lo specchio fedele di queste difficoltà. Sin dalla nascita del governo, prepotenti ed esplicite erano state le spinte “centriste” volte a determinare uno spostamento della maggioranza in senso moderato, anche favorendone un cambiamento di composizione attraverso la cooptazione di singoli parlamentari dell`opposizione o addirittura di interi gruppi parlamentari (in particolare l`Udc). Dopo mesi di fibrillazione, Prodi cade, il 21 febbraio 2007, probabilmente per un’abile manovra convergente del governo USA, del Vaticano e di Confindustria: gli vengono a mancare i voti determinanti dei senatori a vita Cossiga, Andreotti e Pininfarina, mentre del tutto ininfluente è il non voto del senatore trotzkista di Rifondazione Turigliatto (che pure è stato subito allontanato dal partito) e del senatore Rossi, resosi ormai indipendente dal PdCI. Ciò non significa che il governo Prodi fosse un governo sbilanciato a sinistra, capace di realizzare avanzate politiche anti-liberiste, come sostengono i dirigenti del PRC. Significa, al contrario, che dal punto di vista di questi “poteri forti” (appoggiati da giornali come il “Corriere della sera” e “Il Sole 24 ore”) era un governo non sufficientemente liberista e atlantista, perché la presenza di Rifondazione e della sinistra radicale impediva o frenava alcune scelte che essi ritenevano strategiche (in particolar modo, questa presenza rendeva contraddittorio l’appoggio dell’Italia alla Nato in Afghanistan, contrastava l’ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche nella politica italiana, era riuscita a rinviare la contro-riforma del sistema pensionistico e a ridurre il consueto foraggiamento di Stato alle imprese private). Il governo viene quindi attaccato da destra perché non è abbastanza forte e capace di sostenere gli interessi degli USA, della Chiesa cattolica e del grande capitale. Più in generale, questi soggetti spingono per un nuovo assetto complessivo del sistema politico italiano, imperniato su un centro moderato e capace di escludere l`ala sinistra dello schieramento parlamentare, garantendo così un largo consenso a una nuova stagione di politiche neoliberiste e imperialistiche.

Nessuna manovra, però, avrebbe avuto chances di successo se non avesse potuto far leva su condizioni oggettive e su contraddizioni reali presenti nel governo e nel quadro politico nazionale.

1) Il centrosinistra non ha realmente vinto le elezioni del 2006 ma ha ottenuto un sostanziale pareggio che non gli fornisce una maggioranza al Senato.

2) L`Italia è realmente divisa in due blocchi sociali e politico-elettorali: l`insediamento del centrodestra è tendenzialmente maggioritario, secondo una linea di continuità con il tradizionale orientamento conservatore di un paese che ha avuto nella sua storia 20 anni di fascismo e 50 anni di regime democristiano.

3) Esistevano dentro il governo, sia sulla politica estera che sulla politica economica che sui diritti civili (soprattutto quelli relativi alle coppie di fatto e alle coppie omosessuali), posizioni che divergevano tra loro non su elementi di dettaglio ma in maniera strategica. Su una serie infinita di questioni, la posizione del PRC e della sinistra radicale e quella dei DS e della Margherita possono raggiungere anche onorevoli compromessi immediati, ma sono difficilmente conciliabili sulla lunga distanza. Era inevitabile che, di fronte all`urgenza della realtà, queste contraddizioni oggettive emergessero.

4) Contraddizioni oggettive esistevano anche tra il governo nel suo complesso e la propria base elettorale. L`insoddisfazione popolare verso la Finanziaria 2007, che non ha operato quella reale redistribuzione del reddito tanto attesa dalle masse dopo 5 anni di governo Berlusconi, è palese e generalizzata anche tra i simpatizzanti dell`Unione di centrosinistra. Sebbene la linea del governo Prodi sia meno filo-americana rispetto a Berlusconi, il dissenso verso alcune importanti scelte di politica estera (Afghanistan, raddoppio della base USA di Vicenza) ha in Italia dimensioni di massa.

Nei confronti del proprio elettorato di sinistra, il governo ha dimostrato insufficiente sensibilità, preferendo coprirsi al centro. Al tempo stesso, la presenza della sinistra radicale inquieta gli elettori moderati e il governo si trova accerchiato. Sin dai primi giorni, Prodi ha scontato un calo di consensi tale per cui, nei sondaggi, la coalizione di centrodestra è oggi avanti di circa 15 punti percentuali. La sinistra radicale, soprattutto, che più di ogni altro ha dovuto accettare compromessi al ribasso, è messa in oggettiva difficoltà da questo stato di cose che la costringe a entrare in contraddizione con il proprio programma e i propri referenti sociali.

Quando cade il governo, Rifondazione viene immediatamente accusata dagli stessi alleati di essere, con le proprie pretese estremiste, la causa della crisi. Si tratta di un’accusa infondata, visto che il PRC aveva ingoiato fino a quel momento bocconi molto amari, pur di tenere in piedi Prodi. Di fronte a questo fuoco di fila mediatico e al rischio di criminalizzazione e isolamento, si comprende la scelta del gruppo dirigente del partito di fare ogni sforzo per rimettere in sella Prodi. Si tratta di una strada obbligata, dettata dall’istinto di sopravvivenza politica, che spinge Rifondazione a considerare possibile, nelle nuove condizioni, persino un allargamento della maggioranza al centro, con la cooptazione dell’UDC. Si comprende altrettanto facilmente, però, come la manovra che ha messo in crisi il governo Prodi, nonostante non abbia raggiunto l’obiettivo principale, visto che il governo è subito rinato dalle proprie ceneri, abbia ottenuto almeno un obiettivo minimo: spostare nettamente al centro l’equilibrio della coalizione, indebolendo l’ala sinistra. Rifondazione e la sinistra radicale, da questo momento, dovranno rinunciare a tirare troppo la corda e dovranno mettere la sordina ad ogni espressione di dissenso, pena una nuova crisi di governo e il ritorno di Berlusconi. Questa deriva moderata, la dimostrazione che la crisi è stata risolta a destra, è confermata dai “12 punti” del nuovo governo Prodi. Un vero e proprio nuovo programma, che comprende una serie di politiche neoliberiste mentre espunge tutte le proposte della sinistra radicale. Il presidente del consiglio, soprattutto, si riserva di decidere sovranamente su tutti le scelte intorno alle quali i partiti non riusciranno a trovare un accordo.

Così commenta questa situazione il direttore de “il manifesto” Gabriele Polo:

«Il dodecalogo di Prodi indica uno spostamento a destra dell`azione di governo: non è un caso che il lavoro non abbia trovato alcuno spazio in quei dodici punti. La sinistra esce dalla crisi bastonata (e colpevolizzata al di là delle proprie responsabilità), l`àncora di salvezza piantata al centro ridurrà drasticamente la forza contrattuale che Rifondazione ha esercitato fino a ieri, creando non pochi problemi al Prc e al difficile equilibrio di un partito che è andato al governo cercando di far pesare i conflitti sociali sulle istituzioni […] Sullo sfondo l`accelerazione in chiave sempre più moderata sulla nascita del Partito democratico indebolirà anche nominalmente il peso istituzionale di ciò che (forse con eccessiva ostinazione) continuiamo a chiamare sinistra. I movimenti saranno sempre più ricattati, rischiando l`autocensura della “riduzione del danno”. E mentre si delinea un simile fosco panorama, il papa parla sempre più spesso come fosse il presidente della Repubblica, le guerre vanno avanti e crescono i boatos di nuovi conflitti orientali, la destra estrema e le curve degli stadi si candidano a dar sfogo al disagio sociale».

Nonostante il netto arretramento dei rapporti di forza politici e sociali, in queste condizioni a Rifondazione non rimane che appoggiare il governo a qualunque costo, consapevole che altrimenti sarebbe la propria fine politica. E’ l’esito palese del totale fallimento della linea stabilita a Venezia. Una linea con la quale Rifondazione si è messa con le proprie mani in un vicolo cieco. In ogni caso, infatti, questo partito sembra destinato a prendere delle sonore bastonate. Se farà cadere il governo sarà massacrato dai suoi stessi alleati e molti elettori non la capirebbero, perché la individuerebbero come responsabile del ritorno di Berlusconi. Se lo terrà in vita, Rifondazione sarà costretta a disattendere il proprio programma elettorale, che prometteva una svolta netta rispetto a Berlusconi ma soprattutto rispetto alle politiche berlusconiane, e si ridurrà ad una stampella delle politiche neoliberiste “temperate” di Prodi. Alla fine di questa esperienza, Rifondazione avrà messo in discussione la propria stessa ragion d`essere: non sarà più credibile come forza alternativa e sarà percepita come uguale agli altri partiti.

Al danno sembra aggiungersi però la beffa. Nonostante gli ottimismi di facciata, il governo Prodi non si è liberato delle proprie contraddizioni interne ed è perciò considerato da molti analisti come un morto che cammina. Sono le debolezze e le divisioni dell’opposizione di centrodestra – che non ha una strategia comune né sul proprio assetto né sulla propria leadership -, più che la propria forza, a tenerlo ancora in piedi. Rifondazione rischia perciò di essere l’unico strenuo – e patetico – paladino di un governo nato morto. In realtà, tutte le forze politiche pensano già al dopo-Prodi e hanno aperto i giochi sulla scrittura di una nuova legge elettorale che consenta di dare maggiore stabilità ai futuri governi. E’ in corso un dibattito che ha per tema la scomposizione del quadro politico e il superamento del bipolarismo in Italia, attraverso un meccanismo che consenta la formazione di una forza politica di centro, capace di trovare alleati sia a destra sia nella sinistra moderata, tagliando fuori la sinistra estrema. Anche in questo caso si misura il fallimento della linea di Rifondazione. Poiché la fine del bipolarismo segnerebbe l’uscita di Rifondazione dal gioco politico, per contrastare questa manovra il PRC potrebbe presto vedersi costretto a rinunciare persino alla legge elettorale proporzionale (che è un fondamento della democrazia moderna) pur di tenere in piedi l’attuale sistema. Con ciò si condannerebbe al ruolo statico di ala sinistra di una coalizione di centrosinistra, configurando per sé un ruolo perenne di governo e escludendo a priori di collocarsi all’opposizione, pena la vittoria sistematica del centrodestra.

E’ difficile dire cosa dovrebbe fare oggi Rifondazione, per uscire da questa impasse oggettiva che rischia di stritolarla. Quello che non può assolutamente permettersi di fare, però, è stare ferma come se nulla fosse accaduto, continuando a sostenere acriticamente il governo Prodi. Dopo aver nascosto per lungo tempo la testa sotto la sabbia, Rifondazione sta adesso riflettendo intensamente e cominciano a sollevarsi le prime voci critiche, anzitutto quelle di alcuni parlamentari della minoranza, come Fosco Giannini e Gianluigi Pegolo, due esponenti di primo piano della corrente leninista dell’Ernesto. Mentre un altro esponente di questa corrente, Claudio Grassi, sembra riavvicinarsi alla linea governista della maggioranza, Giannini e Pegolo spingono invece per riavvicinare con urgenza il partito al conflitto sociale. Una radicalizzazione dei movimenti e delle lotte sociali potrebbe in effetti rappresentare una soluzione per Rifondazione, perché ne rafforzerebbe la capacità propositiva e la spingerebbe a incalzare in maniera sempre più pressante Prodi. A quel punto, potrebbero essere gli stessi alleati ad estrometterla dal governo e a sostituirla con un altro partito, facendo ciò che essa adesso non può fare e togliendole le castagne dal fuoco. Rifondazione ritroverebbe la propria naturale collocazione di opposizione e potrebbe così ritornare in sintonia con i propri ceti di riferimento, impedendo che la protesta sociale trovi uno sfogo a destra.

L’occasione per questa riflessione si è presentata alla recente Conferenza d’organizzazione del partito, che in realtà si è trasformata in una sorta congresso straordinario, in quanto ha dovuto inevitabilmente affrontare la questione della linea strategica. Da diverso tempo Bertinotti aveva cominciato a mettere in pratica l’idea della Sinistra Europea, collegandosi nel parlamento di Strasburgo ad alcuni partiti presenti nel gruppo del GUE. Si tratta di un progetto indefinito, presentato da Bertinotti come una necessaria “apertura” del partito alle forze anticapitalistiche di matrice non comunista e come un altrettanto necessario ancoraggio internazionale di Rifondazione. Questa iniziativa ha finito però per dividere più che unire. Molti partiti di diversi Paesi europei non vi hanno aderito e anche all’interno di Rifondazione non sono pochi coloro che ritengono che la Sinistra Europa – presentata ambiguamente dal nuovo segretario Franco Giordano a volte come una confederazione, a volte come un «nuovo soggetto politico» – sia soprattutto una strada per fuoriuscire in maniera “morbida” e graduale dalla storia comunista e dalla sua simbologia. Questo progetto, inoltre, si è incrociato negli ultimi tempi con il travaglio dei DS, il maggior partito della sinistra. I DS stanno per fondersi con gli ex DC della Margherita, dando vita al Partito Democratico e fuoriuscendo dal Partito Socialista Europeo. L’eutanasia della socialdemocrazia italiana e la sua trasformazione in una ibrida formazione liberal-democratica sta comportando uno spostamento al centro del quadro politico generale italiano. Questo spostamento si ripercuote inevitabilmente su Rifondazione, che è spinta oggi a collocarsi anch’essa su posizioni sempre più moderate, fino al punto di ridefinire la propria identità. Non a caso, il progetto della Sinistra Europea, già di per sé molto moderato, sembra superato dalla nuova ipotesi suggerita da Bertinotti di dar vita insieme al ministro Fabio Mussi e agli altri transfughi dei DS ad una sorta di “rifondazione socialista”, ispirata all’esperienza della “Linke” tedesca di Gysi e Lafontaine, che perderà ogni connotato anticapitalistico.

Sono chiari i pericoli di questa mutazione. Al di là del cambiamento di nome e dei simboli, che pure hanno una loro importanza, Rifondazione tende oggi a ritagliare per sé un ruolo stabile di forza di governo. Tende cioè a cercare una piena internità rispetto al sistema politico italiano, rinunciando con ciò ad ogni prospettiva di trasformazione della società che non sia meramente declamatoria. Soprattutto, questo processo sembra destinato a collocare una pietra tombale sulla questione comunista in Italia: viene messa infatti a rischio l’esistenza e la presenza politica di una forza comunista autonoma.

Questa vicenda è in gran parte la conseguenza dell’eterna transizione del sistema politico italiano, incapace di trovare una propria stabilità dopo la fine dei grandi partiti di massa alla fine della Guerra fredda e all’avvio della cosiddetta Seconda Repubblica. Non è del resto una cosa di cui ci si debba stupire, se si tiene conto della cronica debolezza della borghesia italiana, che nonostante tutte le trasformazioni intervenute sembra conservare ancora quei caratteri “straccioni” già individuati magistralmente a suo tempo da Antonio Gramsci. Soprattutto, però, questo esito è il segno della gracilità di un partito, Rifondazione Comunista, che ha stentato sin dall’inizio a definire una propria identità. Nata dalla fusione di componenti molto diverse (provenienti dall’ex PCI ma anche dalla Nuova Sinistra degli anni Settanta), essa, nonostante il proprio nome, non è stata mai in grado di lanciare una vera e propria rifondazione della teoria e della prassi politica comunista. E’ andata perciò avanti in maniera ondeggiante, per strappi e accelerazioni dettate per lo più dalla propria leadership carismatica, senza costruire un radicamento di massa (soprattutto nel mondo del lavoro) e senza mettere mai in campo un’analisi della fase scientificamente fondata. Rifondazione si è distinta perciò soprattutto per la propensione al “nuovismo” astratto e all’abiura ideologica, fino a rivendicare la recisione di ogni legame con l’esperienza del comunismo novecentesco. In momenti diversi della propria storia, ha predicato la fine della forma-partito, il rifiuto della conquista del potere politico, l’obsolescenza del leninismo e dell’idea di imperialismo, fino a rivendicare come una grande innovazione l’approdo alla teoria ghandiana della non-violenza.

Non era forse possibile attendersi un pieno successo di questo partito, se consideriamo le difficilissime condizioni con cui devono misurarsi i comunisti, in tutti i paesi europei, in questa fase segnata dall’offensiva integrale delle classi dominanti. Era però lecito aspettarsi che si facesse almeno un tentativo di autentica rifondazione, per mantenersi all’altezza sia della storia del movimento comunista in Italia che dei problemi del presente.

Marxistiche Blätter, Heft 3, 2007.

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