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Parte dall’Italia la campagna d’Africa delle forze armate Usa

Certamente è stata significativa l’attenzione che movimenti, soggetti politici e mass media hanno dato, specie dopo l’11 settembre, alla centralità assunta dai Balcani e dai Paesi dell’Europa orientale, nonché dalle aree petrolifere del Golfo Persico, del Caucaso e dell’Asia centrale, nella visione strategica degli Stati Uniti e dei più fedeli partner Nato. Un tema altrettanto dirompente per il futuro della pace e della guerra sino ad oggi rimasto eccessivamente in sordina è invece quello relativo all’aggressiva politica interventista dell’amministrazione di Washington nel continente africano a cui è strettamente legata la trasformazione della presenza militare degli Stati Uniti in Europa ed in particolare nel nostro paese.

     

Scritto da Antonio Mazzeo

La riconfigurazione delle basi Usa e il potenziamento delle infrastrutture di Aviano-Vicenza (che nei documenti del Pentagono vengono sempre più spesso analizzate come un unico centro operativo bellico), di Napoli e Sigonella, rispondono certtamente all’esigenza di riaffermare con forza il ruolo di proiezione avanzata del territorio nazionale nei teatri bellici presenti (Iraq e Afghanistan) e futuri (Iran?). Ma i processi odierni hanno anche il fine di consacrare le installazioni Usa presenti in Italia (secondo quanto prefigurato da Eucom, il Comando degli Stati Uniti in Europa che sovrintende a tutte le operazioni in un’area che si estende dall’Oceano Atlantico all’Oceano Indiano), allo status di “principali basi avanzate” per gli interventi “globali” in Africa. Va detto che l’escalation in questo continente, del tutto sconosciuto da buona parte delle classi dirigenti italiane nelle sue complessità politiche, sociali, economiche e geostrategiche, non è un processo recentissimo, ma la concezione della “guerra permanente e preventiva” ha dato un impulso determinante al suo sviluppo.

Sono ormai decine i paesi africani che hanno sottoscritto accordi di partnership militare con Washington; esercitazioni militari congiunte (bilaterali, multilaterali o in ambito Nato) sempre più spesso hanno come teatro i deserti e le coste del continente; numerosi ed ingenti sono i trasferimenti di armi pesanti e gli “aiuti” finanziari destinati allo sviluppo delle tecnologie militari che gli Usa riservano annualmente ai regimi locali. Nella spasmodica ricerca di jumping off points (veri e propri trampolini di lancio per attacchi armati) e facilities, le forze armate statunitensi stanno installando in Africa una miriade di basi e infrastrutture di supporto (aerostazioni, depositi di munizioni e carburante, ecc.).

Le direttrici di questo vasto processo di militarizzazione seguono, ovviamente, le aree a più alto interesse per la presenza di giacimenti petroliferi attivi o ancora inesplorati, di oleodotti e vie di transito delle unità navali adibite al trasporto di greggio. In particolare gli Stati Uniti stanno rafforzando la loro presenza militare nel Golfo di Guinea e nel Delta del Niger, in alcuni Paesi sub-sahariani e nel Corno d’Africa. Come sottolineato da analisti e centri studi, entro il 2015 le importazioni petrolifere Usa dall’Africa occidentale dovrebbero crescere dal 15 al 25, forse anche 35 per cento del loro totale. Questa regione fornisce attualmente agli Stati Uniti il 16% delle sue importazioni di greggio e produce circa 4-5 milioni di barili al giorno, quota superiore a quella fornita congiuntamente da Iran, Venezuela e Messico. Dal 2006 la Nigeria è il terzo fornitore petrolifero degli Stati Uniti (circa un milione e 290.000 barili di greggio al giorno), superando in questa speciale classifica l’Arabia Saudita. Stanno aumentando notevolmente anche le forniture di greggio provenienti dall’Angola che già oggi è al sesto posto tra i fornitori mondiali degli Stati Uniti. Altrettanto rilevanti sono le stime sulle riserve petrolifere presenti in Sudan (e questo spiegherebbe l’attivismo di Washington nella regione e l’insistenza a coinvolgere i partner europei Nato in un intervento di “peace-keeping” in Darfur).

È nota l’importanza del Corno d’Africa come area di controllo del corridoio strategico del Mar Rosso e dell’intera penisola arabica. Proprio in Somalia, nel biennio 1992-92, le forze armate Usa hanno subito l’onta di una sconfitta sul piano politico e militare che oggi tentano di ribaltare installando a Gibuti una delle principali basi aeronavali di tutto lo scacchiere continentale (Camp Lemonier), la stessa che probabilmente ospiterà entro il 2008 il nuovo Comando (Afcom) che il Pentagono sta attivando proprio per segnare l’attenzione strategica assunta dall’Africa. Senza dimenticare che proprio da Gibuti sono partiti i velivoli radar e per la guerra elettronica che hanno fornito le informazioni necessarie alle forze armate etiopi per la loro recente occupazione della Somalia. E che dalla stessa Gibuti sono decollati i caccia Usa che hanno bombardato alcune postazioni delle corti islamiche somale con gli immancabili “effetti collaterali” di centinaia di vittime civili. Proprio Camp Lemonier è al centro di uno dei più consistenti investimenti finanziari del bilancio 2007 destinato dal Pentagono per le proprie infrastrutture estere: 120 milioni di dollari (innanzitutto il potenziamento delle piste di volo, i depositi carburante e un complesso per la produzione di energia elettrica).

Naturalmente gli interessi economico-strategici degli Stati Uniti non sono solo di tipo petrolifero. L’Africa (in particolare la Namibia) ospita le principali riserve al mondo di uranio (fondamentale per i piani di riarmo nucleare ma anche per la produzione energetica); Zaire e Zambia possiedono il 50% delle riserve mondiali di cobalto; il 98% delle riserve di cromo si trova nello Zimbabwe e in Sudafrica (quest`ultimo paese concentra inoltre il 90% delle riserve di metalli del gruppo del platino: palladio, rodio, rutenio, iridio e osmio). C’è poi l’acqua. Continente dove appaiono inarrestabili i processi di desertificazione, il bacino dei Grandi laghi è determinante per l’accesso a vitali ed ingenti riserve idriche (guarda caso è presso l’aeroporto di Entebbe, in Uganda, dove le forze armate Usa hanno realizzato una delle loro maggiori basi operative). Senza dimenticare che l’Africa, data anche la corruzione proverbiale delle classi dirigenti e le estreme difficoltà di organizzazione di Ong e soggetti politici realmente indipendenti, si candida a sostituire una sempre più recalcitrante America latina come potenziale produttore di biocarburanti (Nigeria, Angola, Zambia e Mozambico hanno già dato il placet agli investimenti di alcune transnazionali per la produzione in loco di etanolo).

Verso un’evoluzione della concezione della “minaccia”

L’interventismo militare in Africa viene giustificato dall’amministrazione Bush utilizzando buona parte delle cosiddette “minacce” utilizzate per le operazioni di guerra in Medio Oriente: il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa, l’espansione del fondamentalismo islamico, la difesa degli interessi economici (accesso all’energia), il narcotraffico, ecc. Si fa però pericolosamente enfasi – è interessante leggere le dichiarazioni del generale James Jones, Comandante supremo alleato in Europa (SACEUR), rese davanti al Congresso USA – anche all’esigenza di intervenire contro il “contrabbando, la pirateria marittima e la pesca illegale”, arginare i “crescenti flussi migratori” e perfino lottare contro la “fame, i disastri ambientali, la tratta delle persone e le principali epidemie” che affliggono il continente. “Minacce” dunque a 360 gradi che mescolano insieme, esemplificandoli, fenomeni differenti e complessi. In questo modo le forze armate sono chiamate ad assumere compiti e funzioni sempre più di direzione “civile”, come già Usa e Nato stanno sperimentando in Afghanistan, paese dove le esperienze di intervento umanitario autonomo e indipendente, tipo Emergency, non sono più accettate e legittimate.

Ciò comporta una controffensiva senza precedenti a danno dei modelli di cooperazione allo sviluppo che le Ong internazionali hanno implementato nelle regioni del Sud del mondo a partire dagli anni Settanta. E si determina di conseguenza una spinta inarrestabile alla paramilitarizzazione dell’intervento umanitario. È appunto in Africa che le forze armate Usa hanno avviato la sperimentazione diffusa dello strumento “civile-umanitario” (vedi le recenti operazioni in Mozambico, Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo ed Uganda). L’evento più emblematico è certamente quello del Darfur. Non fosse altro perché proprio in Sudan Washington è riuscita a coinvolgere direttamente la Forza d’Intervento Rapido della Nato (NRF) che così ha potuto estendere la sua missione al pronto intervento “in caso di calamità” (poi replicato in occasione dell’Uragano Katrina e del terremoto in Pakistan).

Solo per rendersi conto della spietata lucidità con cui gli Stati Uniti stanno portando a termine questo pericolosissimo progetto di emarginazione della società civile nei e dai teatri più “caldi” del pianeta, è utile soffermarsi su quanto dichiarato al Congresso Usa da Theresa Whelan, assistente del Dipartimento della Difesa per gli affari africani. Riferendosi alle nuove gravi “minacce” che pongono agli Stati Uniti il dovere di intervenire nel continente (“AIDS, malaria, tubercolosi e trasformazioni demografiche”), Whelan ha spiegato che il nuovo Comando militare Usa in Africa dovrà “combinare funzioni militari e civili” e sarà composto da “esperti nel campo dell’intelligence, della diplomazia, della sanità e dell’aiuto umanitario” proveniente dal Dipartimento di Stato, dai Dipartimenti alla salute, ai servizi sociali e all’energia, da USAID (l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale). “Il Comando – ha aggiunto l’assistente – coordinerà gruppi di addestramento, consulenza, affari civili, aiuto medico e veterinario. Esso farà da interfaccia con altre agenzie governative e gruppi umanitari non-governativi negli sforzi da portare avanti nel continente”.

Ancora più esplicito il generale James Jones che in una audizione davanti al Senato nel settembre 2006 ha affermato che “attraverso il nostro impegno (quello del Comando militare Usa per l’Europa Eucom ndr), continueremo ad aiutare nella lotta contro l’HIV-AIDS che continua forse a rappresentare la principale battaglia interna per la regione”. E ancora: “In Africa, le nostre priorità sono di aumentare la capacità delle nazioni africane nel condurre operazioni di mantenimento della pace ed operazioni di contingenza, particolarmente attraverso l’Unione Africana ed altre organizzazioni regionali, di proteggere le risorse naturali, e di promuovere la stabilità fornendo consulenza ed assistenza sanitaria sui temi quali l’AIDS, il colera, la malaria e le altre malattie che hanno conseguenze umanitarie sia che strategiche”.

La competizione interna agli alleati e l’affaire Cina

Numerosi analisti affermano che gli insuccessi della forza militare Nato in Afghanistan potrebbero generare a breve una forte crisi di identità dell’Alleanza Atlantica accentuando in particolare le tensioni tra i membri e gli Stati Uniti, paese guida. Se ciò sarà vero per l’Afghanistan e lo stesso Iraq, si può solo immaginare la dimensione dei conflitti che potrebbero svilupparsi all’interno della Nato proprio in uno scacchiere così complesso e ricco di contraddizioni come quello africano, dove esistono interessi e visioni d’insieme contrastanti. La decolonizzazione non ha mai interrotto gli strettissimi legami economici, sociali e culturali tra gli stati africani e le (ex) potenze coloniali. Se nell’area del Golfo Persico la presenza e le alleanze perseguite da Washington hanno progressivamente messo nell’angolo i membri dell’Unione europea, le imprese e i capitali di Francia e Gran Bretagna (ma anche di Belgio, Italia, Germania e Portogallo) sono attivissimi e ricoprono un ruolo determinante nell’economia del continente. Nella martoriata area del delta del Niger, possibile obiettivo di una prossima operazione bellica degli Stati Uniti, le transnazionali con sede a Parigi, Londra, Roma ed Amsterdam competono aspramente tra loro e con le società con sede negli States per estendere il controllo sui pozzi petroliferi. Se adesso è comune l’interesse a piegare militarmente ogni forma di resistenza locale al modello dominate di espropriazione delle risorse (e in questo senso si comprende come nel giugno 2006 la Forza d’Intervento Rapido della Nato ha avuto il suo battesimo operativo nelle vicine isole di Capo Verde con l’esercitazione aeronavale “Steadfast Jaguar” – “Giaguaro risoluto”), gli interessi nazionali di ogni singolo membro sono inconciliabili.

A ciò si aggiunge il fatto che la Russia, potenza nucleare, non può più permettersi di perdere il terreno conquistato in Africa negli anni sessanta e settanta attraverso le contraddittorie politiche di cooperazione economica e militare della ex URSS. All’orizzonte c’è però lo scenario di un conflitto ancora più ricco di incognite e pericoli. Gli strateghi Usa sono espliciti a riconoscere che l’espansionismo in terra d’Africa risponde anche all’esigenza di porre un argine al crescente attivismo della Cina. I tassi di crescita economica della Cina cannibalizzano sempre più energia. Con le difficoltà di operare nell’area mediorientale dove lo strapotere statunitense è fuori di discussione, è ovvio che Pechino guardi ad alcuni paesi africani come insostituibili fornitori petroliferi e partner economici.

Gli investimenti diretti del gigante asiatico in Africa negli ultimi 7 anni ammontano a cinque miliardi di euro circa. Contemporaneamente la Cina ha portato a termine più di 800 progetti di “aiuto”, molti dei quali dedicati all’agricoltura o alla costruzione di infrastrutture. Dal 2000 ad oggi, aziende cinesi sono state messe sotto contratto dai governi del continente per la costruzione di oltre 6.000 chilometri di autostrade, 3.000 chilometri di ferrovie ed almeno otto grandi e medi progetti relativi alla costruzione di centrali elettriche. Senza dimenticare l’export di materiale bellico al continente, specie al Sudan – in violazione dell’embargo Onu – da cui le compagnie petrolifere cinesi importano il 50% circa del greggio locale. Nel corso del vertice sino-africano tenutosi lo scorso anno a Pechino, il primo ministro Wen Jiabao ha annunciato che il volume commerciale bilaterale potrà raddoppiare e superare i 100 miliardi di dollari entro il 2010. La dimensione di queste cifre terrorizza le grandi imprese statunitensi ed europee. Ancora una volta però è l’opzione di contrasto militare l’unica ad essere formulata dall’establishment politico ipotecando seriamente le sorti future del pianeta.

Il coinvolgimento dell’Italia nei nuovi piani di guerra

Il nostro paese è indissolubilmente legato alle strategie pianificate dai Comandi delle forze armate Usa con obiettivo l’Africa. Dicevamo del ruolo di trampolino che le principali basi installate in Italia assicurano agli Stati Uniti. Secondo quanto ammesso ancora una volta dal capo delle forze armate statunitensi in Europa, gen. James Jones, Sigonella (la principale base aeronavale della Marina Usa nel Mediterraneo e vero centro “hub” per la manutenzione dei velivoli e, grazie al vicino porto di Augusta, delle unità navali operative tra l’Atlantico e il Golfo Persico), ha assunto il ruolo di “postazione avanzata” per le unità speciali “impegnate nella lotta contro il terrorismo”. E i terroristi, per il Pentagono, hanno trasferito buona parte delle loro basi in Africa. La base siciliana ha ospitato sino a qualche mese fa il Comando dell’Helicopter Combat Support Squadron Four HC-4 Black Stallions, l’unico della Marina Usa dotato di elicotteri pesanti MH-53E “Sea Dragon” (i più grandi delle forze armate) per il trasporto di uomini, mezzi e munizioni. Sin dal 1984 lo squadrone ha assicurato il sostegno logistico a tutte le operazioni statunitensi in Europa, Africa e Medio Oriente. Nello specifico africano, l’HC-4 è stato impegnato nelle attività di evacuazione del personale della forza multilaterale presente in Somalia dopo il fallimento della missione militare del biennio 1992-93; dell’ambasciata statunitense in Liberia (1996) e del personale straniero in fuga dalla guerra civile che ha insanguinato la Sierra Leone (1997). Ha inoltre coordinato la cosiddetta campagna “umanitaria” nella Repubblica Democratica del Congo nel 1997.

I sempre più numerosi rischiaramenti temporanei a Sigonella di reparti Usa altamente specializzati hanno avuto come “target” privilegiato proprio il continente africano. Per la sua gravità e dato il coinvolgimento diretto in operazioni unilaterali e mai concordate con i partner Nato, è opportuno menzionare che dal maggio al novembre 2006, la base siciliana ha ospitato parte dei reparti di volo del “Patrol Squadron 16 VP-16” (con sede a Jacksonville, Virginia). Lo squadrone, oltre ad operare nel Mediterraneo in esercitazioni con le forze armate di alcuni paesi rivieraschi, è pure intervenuto nel Corno d’Africa “nella lotta contro la pirateria per assicurare la libertà di commercio”, un gioco di parole del comando di Sigonella per coprire i preparativi dell’offensiva contro le Corti islamiche somale. Gli aerei radar Orion P3C, per diretta ammissione della US Navy, sono diretti alle attività di Intelligence-Sorveglianza-Riconoscimento (ISR), alla vigilanza del traffico aeronavale e all’intervento “anti-terrorismo”. È grazie a loro che sono stati predisposti obiettivi e piani per l’intervento dell’esercito etiope e dell’aeronautica Usa in Somalia. Già nel 2004 un distaccamento della Esplosive Ordnance Disposal Mobile Unit 8 di stanza a Sigonella era stato trasferito a Gibuti per contribuire all’installazione della nuova base di Camp Lemonier e all’addestramento delle unità speciali di Etiopia e Kenya in funzione antisomala. Il “Patrol Squadron 16” rischiarato a Sigonella è stato inoltre tra i protagonisti dell’esercitazione Steadfast Jaguar a Capo Verde, accanto alle unità navali ed aeree di Germania, Grecia, Belgio, Italia e Francia.

C’è da chiedersi se il nostro governo sia stato informato su queste operazioni militari partite dalle basi Usa presenti nel territorio nazionale. O se le autorità civili siano state messe al corrente che proprio l’Italia è stata la sede di una delle conferenze internazionali determinanti a disegnare le nuove strategie militari di “protezione” della produzione petrolifera nel Golfo di Guinea. Nell’ottobre 2004, infatti, Eucom ha ospitato presso i comandi della VI Flotta di Napoli, la “Gulf of Guinea Marittime Security Conference” a cui hanno partecipato per l’Africa alti ufficiali delle marine di Angola, Benin, Camerun, Guinea Equatoriale, Gabon, Ghana, Nigeria, Repubblica del Congo, Sao Tomé e Togo. Oggetto della conferenza il coordinare gli sforzi comuni contro la “pirateria, il traffico di droga e il terrorismo”.

Un primo atto concreto di questo sforzo “comune” è stata, tre mesi dopo, una lunga crociera nel Golfo di Guinea della nave appoggio USS Emory S. Land, quella che ha operato stabilmente nell’isola della Maddalena per il rifornimento e la manutenzione dei sottomarini a propulsione nucleare e dotati di missili atomici in transito nel Mediterraneo. La Emory S. Land ha lasciato l’arcipelago della Maddalena per ulteriori visite ai porti dei paesi dell’Africa occidentale dal maggio al luglio 2005 e nella primavera del 2006. Altre unità della VI Flotta partite da Napoli-Gaeta ed Augusta hanno visitato i porti del continente partecipando ad esercitazioni o alla predisposizione dei siti da convertire a basi d’attracco.

Nel settembre 2005 la Marina Usa ha intrapreso un ciclo di addestramento in Africa occidentale, trasferendo nell’area la nave appoggio USS Gunston Hall e tre catamarani da 45 nodi della classe Swift che presto affiancheranno gli aerei cargo dell’Aeronautica per il trasferimento rapido delle truppe negli scacchieri di guerra. Ancora una volta il porto di carico e di avvio della missione è stato quello di Augusta. In particolare nei catamarani è stato imbarcato un team del MOMAU 5 (Mobile Mine Assembly Unit), la speciale unità di posizionamento mine di stanza nella base di Sigonella. Nel febbraio 2006 ha fatto scalo in Angola la fregata USS Kauffman, facente parte di una task force proveniente anch’essa dall’Italia. Questa e un’altra unità hanno poi visitato il Congo e la Liberia. In Ghana una squadra di tecnici inviata dal comando di Napoli ha invece effettuato una prospezione idrografica del porto di Tema nel quadro di un programma di “sicurezza marittima del golfo di Guinea”, molto probabilmente per avviare in loco la realizzazione di una base militare.

I sempre più frequenti cicli addestrativi delle unità navali Usa salpate dai porti italiani (ma che hanno pure visto la partecipazione di unità della marina italiana) hanno già ottenuto un primo “successo” multinazionale. Da qualche giorno è operativa una flotta africana per il controllo del Golfo di Guinea, composta da imbarcazioni di otto paesi dell’area occidentale (Camerun, Guinea Equatoriale, Sao Tomé e Principe, Gabon, Angola, Repubblica democratica del Congo, Senegal e Nigeria). Sotto il comando degli Stati Uniti le forze armate locali scendono in difesa degli interessi petroliferi delle transnazionali. Ma non c’è solo il greggio a promuovere i processi di riarmo e militarizzazione della regione. C’è da impedire le sempre più numerose partenze di migranti verso le Canarie e l’Europa. Con quali regole d’ingaggio si può solo immaginare.

Antonio Mazzeo – Redazione Terrelibere.org

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