Marco Bersani di Attac Italia commenta l`accordo raggiunto in Commissione Affari Costituzionali sul Disegno di Legge di riforma dei servizi pubblici locali. Uno stop alla privatizzazione che tuttavia non blocca la spinta liberista auspicata dalla ministra Lanzillotta verso la messa in gara dei servizi.

     

Scritto da Marco Bersani

L’accordo raggiunto in Commissione Affari Costituzionali sul Disegno di Legge di riforma dei servizi pubblici locali rappresenta un importante “stop” al tentativo, pervicacemente portato avanti in questi mesi dalla Ministro Lanzillotta, di arrivare alla definitiva privatizzazione dei servizi pubblici locali.

Occorrerà aspettare il testo, occorrerà vedere se e come questo sarà modificato in Aula, occorrerà vedere quanto incideranno gli strepiti di Confindustria, che già oggi su “Il Sole 24 ore” grida al “ritorno delle municipalizzate”, ma alcune novità dimostrano che la lotta dei movimenti paga.

Il punto di partenza da considerare è la normativa attuale che, per i servizi pubblici locali, prevede la gestione attraverso una sola forma societaria – la Società per Azioni- nelle tre diverse modalità della società a totale capitale pubblico, a totale capitale privato o a capitale misto.

Il punto di ripartenza della Ministro Lanzillotta prevedeva, con la sola eccezione del servizio idrico, la definitiva privatizzazione di tutti gli altri servizi pubblici locali.

L’accordo raggiunto in questi giorni, invece, definisce una volta per tutte la differenza tra gestione pubblicistica (che può avvenire solo in economia o attraverso enti di diritto pubblico, come le aziende speciali) e gestione privatistica (che può avvenire solo attraverso SpA a qualsiasi titolo scelte con gara).

Le novità sono più d’una.

La prima è che finisce l’ambiguità, cara alle culture amministrative liberiste di destra e di sinistra, di considerare “pubblica” la gestione attraverso SpA a totale capitale pubblico o SpA a capitale misto. Come da sempre denunciano i movimenti, la SpA è un ente di diritto privato, che trasforma di per sé i servizi pubblici in servizi a redditività economica e comporta la trasformazione dei beni comuni in merci per il mercato. D’altronde, è la stessa Unione Europea –da un altro punto di vista ma con inequivocabile coerenza- a dire che ogni stato membro può decidere quali servizi gestire direttamente e quali mettere sul mercato, e che le ambiguità di affidamenti diretti a società di capitali non potevano essere ulteriormente tollerate.

La seconda novità è il ritorno della possibilità di gestione dei servizi attraverso aziende speciali, ovvero attraverso società municipalizzate o consortili. L’ultima volta che comparivano nella nostra legislazione era con la Legge 142/90, poi travolte dall’ubriacatura liberista della messa sul mercato dei servizi. Non è secondario, anche culturalmente, il loro ritorno, che rimette potenzialmente in campo la gestione pubblica e obbliga gli enti locali ad uscire dall’ambiguità e a definire chiaramente se sono lì per amministrare il bene comune o per consegnare i servizi al capitale finanziario.

Tutto risolto, dunque? Certo che no.

La spinta liberista non demorde e sarà facile per molti enti locali giustificare la messa in gara dei servizi, con l’alibi (in parte fondato) della mancanza di risorse per gestire i servizi attraverso aziende speciali. Ma sancire normativamente la possibilità della gestione pubblica rafforzerà le lotte territoriali per esigere che sia sostanziata con una inversione di tendenza nelle politiche di trasferimento delle risorse dallo stato agli enti locali (come, nel caso dell’acqua, prevede la legge d’iniziativa popolare con il Fondo nazionale per la ripubblicizzazione).

Inoltre, restano indefinite (ovvero tutelate dal DDL in discussione) le multiutilities collocate in Borsa, vero nocciolo del problema, sul quale i movimenti dovranno indirizzare le prossime mobilitazioni. Perché il collocamento in Borsa significa la definitiva consegna dei beni comuni e della democrazia ai grandi capitali finanziari. Ma anche su questo punto, l’aver definito una separazione netta tra gestione pubblicistica e gestione privatistica faciliterà l’apertura di vertenze sinora molto difficili da intraprendere.

A proposito dell’acqua.

L’accordo raggiunto prevede l’approvazione di una moratoria sugli affidamenti del servizio idrico in corso.

Su questo punto occorre ribadire che il testo è ancora insufficiente.

La formulazione ambigua rispetto agli affidamenti cui si rivolge (nel testo si dice : “affidamenti a privati”), dovrebbe essere risolta, paradossalmente, dal nuovo testo del DDL (che in sostanza dice che tutti gli affidamenti a SpA a qualsiasi titolo vanno considerati “affidamenti a privati”).

Ma resta il problema del tempo. L’aggancio della moratoria alla modifica del Dlgs. 152 (Decreto Ambientale) la fa diventare niente più che una proroga (e il Presidente di Confservizi, sempre oggi su “Il Sole 24 ore”, raccomanda la limitazione dei tempi sulla moratoria) e, inoltre, sembra far prefigurare la non volontà di addivenire a una nuova legge sull’acqua, bensì ad inserire eventuali modifiche direttamente nel Decreto Legislativo ambientale.

Su questo, occorre che i movimenti continuino a chiedere che la moratoria sia relativa a tutti gli affidamenti in corso e che resti in vigore fino ad approvazione di una nuova legge sull’acqua.

Infine, sulla legge per l’acqua.

L’accordo raggiunto, pur non riguardando direttamente il servizio idrico, ha paradossalmente un effetto positivo proprio sulla campagna che i movimenti stanno conducendo per la legge d’iniziativa popolare.

Infatti, è sufficiente applicare un sillogismo aristotelico per dimostrare come i i movimenti abbiano avuto ragione e come sarà complicato per i liberisti far arretrare la discussione rispetto a quanto stabilito.

Il sillogismo funziona così:

a) il DDL Lanzillotta afferma che la gestione pubblicistica può avvenire solo in economia o attraverso aziende speciali;

b) il servizio idrico, come stabilito dal programma di governo dell’Unione, “sia come proprietà che come gestione deve rimanere in mano pubblica” ;

di conseguenza:

c) il servizio idrico può essere gestito solo in economia o attraverso aziende speciali.

Che è quello che dice la legge d’iniziativa popolare, che è quello su cui proseguono le mobilitazioni dei movimenti.

Insomma, la lotta continua e ancora non sappiamo i prossimi sviluppi. Ma per chi si batte contro tutte le privatizzazioni dei servizi pubblici locali, la partita si è riaperta.

E, intanto, moltiplichiamo le firme per l’acqua.

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