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Africa, nuova frontiera dell`oro nero per gli USA

L`America tende a emanciparsi dal Medio Oriente e punta su Angola, Nigeria e Guinea Equatoriale. Entro il 2015 le importazioni degli Stati Uniti dovrebbero crescere dal 15 al 25 per cento del totale.

     

Malabo, sull`isola di Bioko nel Golfo di Guinea, è un punto quasi invisibile sulla carta geografica africana, minuscola capitale di un piccolo stato, la Guinea equatoriale: 28mila chilometri quadrati e 500mila abitanti. Eppure questo luogo sperduto, dove la notte è illuminata perennemente dalle colonne di fuoco dei pozzi petroliferi offshore, è diventato improvvisamente importante. Un collegamento diretto quotidiano con Houston, capitale americana dell`oro nero, è il segnale più evidente di questo nuovo ruolo dello staterello equatoriale.

Il Golfo di Guinea sta emergendo come un centro di gravità energetico con i suo giacimenti in mare aperto, lontani dalle coste e dunque isolati dalle turbolenze politiche che agitano il continente. All`ingresso dell`aeroporto i visitatori sono accolti dalla foto sorridente del presidente, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, arrivato al potere nell`ex colonia spagnola con un colpo di stato nel `79 eliminando lo zio, Macias, una sorta di gangster tropicale che si era distinto per aver massacrato 50mila persone (il 10% della popolazione) e averne fatto crocifiggere alcune centinaia lungo la strada dell`aeroporto.

Da allora il nipote Obiang, 61 anni, regna incontrastato, con una sola preoccupazione: non farsi assassinare a sua volta e gestire la ricchezza petrolifera che ha proiettato del 60% la crescita nel biennio 2001-2002.

Teoricamente i guineani, che finora hanno poveramente vissuto di manioca e patate dolci, tra un po` potrebbero diventare il popolo più ricco del mondo. Sempre che, naturalmente, la cassaforte non resti nelle mani di uno solo e del suo clan dove spicca il figlio maggiore di Obiang, Teodorin, una sorta di sceicco africano del petrolio con villa a Beverly Hills e un loft sulla Quinta strada a New York. L`Africa occidentale, meno distante del Medio Oriente dalle sponde atlantiche americane, più facile e sicura da raggiungere delle riserve petrolifere russe e del Caspio, è la nuova frontiera delle multinazionali americane. Non ci sono stretti complicati da attraversare, non ci sono minacce di terroristi islamici e, soprattutto, questo oro nero africano sfugge al controllo del Cartello dell`Opec.

L`”altro Golfo” fornisce già agli Stati Uniti il 16% delle sue importazioni petrolifere, più o meno quanto la monarchia saudita e produce circa 4-5 milioni di barili al giorno, una quota superiore a quella di Iran,

Venezuela e Messico. Il dato più interessante viene da Washington: entro il 2015, secondo il Consiglio nazionale dell`Intelligence, le importazioni petrolifere americane dall`Africa, compreso quindi anche il Maghreb, saliranno dal 15% al 25% del totale, avvicinandosi progressivamente alla quota del Medio Oriente. Angola e Nigeria sono gli stati che si avvantaggeranno di più della nuova politica energetica americana ma in prima fila saranno anche piccoli stati come appunto la Guinea Equatoriale e l`arcipelago di San Tomé e Principe. L`Africa, continente dimenticato, sta diventando di nuovo importante. Come pure questo pezzo d`Africa equatoriale che era stata archiviata nel repertorio della geografia del mondo inutile.

Ai tempi della guerra fredda era stato il campo di battaglia della lotta fra i due blocchi che si affrontavano in guerre e guerriglie infinite combattute per procura dai loro alleati locali. Con il crollo del Muro e la fine della minaccia comunista gli Stati Uniti avevano abbandonato il continente al suo destino. Nel 1995 un rapporto del Pentagono affermava che l`America ormai in Africa aveva ormai pochissimi interessi strategici degni di nota. Questo avveniva prima, naturalmente, delle nuove scoperte energetiche africane. La Nigeria è diventato il sesto produttore del mondo e il quinto fornitore degli Stati Uniti, l`Angola – con il 75% dell`estrazione controllata dalla Chevron – si prepara a superare nei prossimi anni la produzione di oltre un milione di barili al giorno, mentre si affacciano nuovi protagonisti come il Camerun e il Sudan. Nel 2001 su 8 miliardi di barili di riserve scoperti nel mondo, 7 erano stati localizzati nell`Africa occidentale.

Dopo l`11 settembre gli Stati Uniti si sono trovati di fronte alla necessità di individuare delle alternative al Medio Oriente e alla dipendenza dall`Arabia Saudita, un alleato scomodo e ambiguo. Washington è quindi intervenuta sempre più attivamente nella politica del continente che otto anni dopo lo sconsolante rapporto del Pentagono oggi si è trasformato in una priorità strategica mentre il petrolio africano, anche se non può sostituire quello mediorientale – nessuno per il momento si illude – è diventato comunque un elemento basilare per la sicurezza nazionale. Questo ritorno di interesse per l`Africa è diventato ufficiale nell`estate scorsa con il viaggio di Bush nel continente che non è rimasto un fatto isolato ma il tassello di una strategia più vasta. Gli Stati Uniti si sono infatti impegnati attivamente in Angola e per raggiungere l`accordo di pace tra il Governo e la guerriglia in Sudan. Non solo. Sempre di più l`Africa ha un ruolo importante nel dispositivo di sicurezza americano contro il terrorismo internazionale.

Le pressioni esercitate sul regime islamico in Sudan, l`alleanza con un grande Paese musulmano come la Nigeria, sono alcuni degli elementi ai quali si aggiungono gli aiuti economici e la possibilità di insediare nuove basi militari nel Golfo di Guinea. Negli ultimi mesi gli americani hanno inviato forze speciali nei Paesi del Sahel, in Mauritania, per esempio, dove la Woodside Petroleum sta investendo 600 milioni di dollari nei giacimenti petroliferi offshore, ma anche in Mali, in Ciad e in Niger. Il programma, inserito nell`addestramento anti-terrorismo di eserciti stranieri, si chiama Pan Sahel Initiative.

A Malabo sono sbarcati gli uomini della Mpri (Military professional resources inc) società di sicurezza privata, diretta da ex ufficiali del Pentagono, che addestrano i guineani a proteggere le piattaforme offshore. Washington intanto accarezzano da qualche tempo il progetto di insediare una base militare nell`arcipelago di Sao Tomé e Principe che consentirebbe agli Stati Uniti di diventare l`unico guardiano del Golfo di Guinea.

Il petrolio salverà l`Africa? Sicuramente renderà il continente più importante agli occhi degli Stati Uniti e dell`Occidente ma non è detto che la manna dell`oro nero risolva i problemi africani. Un esempio negativo è proprio la Nigeria dove l`economia petrolifera ha come narcotizzato le altre attività produttive, persino quelle più tradizionali e necessarie come l`agricoltura, a vantaggio di un`economia deficitaria e corrotta, basata quasi esclusivamente sulle importazioni finanziate dai barili di greggio. È significativo che proprio in Nigeria la Shell un mese mezzo fa abbia ammesso di aver contribuito ad alimentare la corruzione e il conflitto nel Delta del Niger. Sono questi errori del passato, tragicamente presenti, che il Continente, adesso nero anche di petrolio, dovrà evitare.

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