Mentre commenti positivi accompagnano le notizie recenti secondo le quali negli USA sarà a breve in commercio la pillola `elimina mestruazioni` e mentre le case farmaceutiche cercano di trasformare il ciclo mestruale in una malattia, cosa hanno da dire le donne? E non sarà che i soliti messaggi culturali che catalogano come una `iattura` una caratteristica peculiare dell`unicità femminile, si inquadrano `nella riduzione al modello aureo maschile`?

     

Scritto da Monica Lanfranco

Penso sempre più spesso al momento nel quale il mio corpo non sanguinerà più ogni mese, come accade da oltre tre decenni; si tratta di un tempo enorme della mia vita, come per la maggioranza delle donne, il periodo che si è declinato dalla preadolescenza passando attraverso la maternità, l’allattamento e il ritorno alla ciclicità. La fine di questa fase è un pensiero che mi scatena varie emozioni, un crinale che oscilla tra paura, nostalgia, perdita e curiosità.

Quando a causa delle due maternità il ciclo mestruale si è interrotto sapevo che si trattava di una pausa, e la rassicurante certezza che la straordinaria tecnologia del mio corpo si sarebbe riattivata non mi ha fatto riflettere sull’assenza, tanto ero concentrata sull’altro evento epocale che stavo vivendo, quello della riproduzione.

Ma ora, sulla soglia dell’entrata nel cinquantesimo, si susseguono rapide e contraddittorie le suggestioni, e si annidano trepidazioni alle quali non so dare nome: la rasserenante e combattiva Germaine Greer con le pagine del suo La seconda metà delle vita, che celebra la fine della fecondità come momento di salvifica uscita del mercato del sesso così come lo hanno organizzato le culture patriarcali; l’inquietante e normativa saggezza della tradizione orale popolare delle mie antenate, secondo le quali mentre ‘l’uomo che sanguina è malato, la donna è sana se sanguina’ (e forse non in pericolo di vita, perché se ha il ciclo non è incinta, visto che per le mie nonne il parto era sempre un forte rischio).

A ciò si aggiungono le notizie recenti che vogliono sull’orlo della messa in commercio negli Stati Uniti della pillola elimina – mestruazioni, il cui nome scelto dalla ditta farmaceutica Wyeth non a caso sarebbe Lybrel. Già due anni fa la notizia era rimbalzata come imminente: all’epoca la casa farmaceutica era la Organon, che aveva approfittato della sperimentazione del 2003 della micro pillola che bloccava il ciclo per circa 80 giorni, la Seasonale, seguita a ruota dalla Schering, leader europea del mercato di contraccettivi, che con Yasmin prometteva il blocco delle mestruazioni per tre mesi.

In tutto questo il leit motiv costante è non solo il vantaggio di un miglior umore (si sa che le donne sono volubili, intrattabili, inaffidabili e che la maionese impazzisce e le piante muoiono al tocco delle donne mestruale) accanto ad una qualità di vita più apprezzabile.

Mi soffermo sulla stampa italiana che riporta le notizie sulla campagna pubblicitaria lanciata dalla Wyeth, e dovunque trovo il fenomeno naturale della mestruazione indicato come una iattura: “sempre più donne considerano le mestruazioni un fastidioso tormento”; “un terzo delle donne soffrirebbe mese dopo mese di sindrome premestruale accusando mal di testa, dolori al basso ventre o sbalzi d`umore. Se poi le mestruazioni sono frequenti e copiose, ai disagi citati si potrebbero aggiungere l`anemia e l`endometriosi, una malattia della mucosa uterina”.

Sul Corriere della sera l’evento della pillola che blocca il ciclo viene accostato alla fine del dolore del parto ottenuto grazie all’epidurale. Le parole più frequenti che ricorrono sono fastidio, disturbo, impedimento, in un contraltare di orizzonti di liberazione, alleggerimento, affrancamento, svincolo che favorirebbero la sessualità, la performance sociale, persino l’economia visto che si risparmierebbe in assorbenti.

Mi viene in mente la domanda del padre della psicoanalisi, che chiedendosi “cosa vuole la donna?” rispondeva implicitamente che è impossibile saperlo, vista la fastidiosa incompletezza del soggetto: capricciosa perché ostinata e fissata in una sessualità clitoridea non adulta, oppure tendente all’invidia per il sesso dominante, e anche oscuramente pericolosa perché incarnata in un corpo pieno di cavità e meandri inquietanti, dalle quali appunto sgorgano fluidi e sangue.

Davvero, come si annuncia da più parti, le donne in futuro saranno felici di cancellare dalla loro vita l’ancoraggio al ritmo ciclico delle mestruazioni? Già due anni fa al coro di entusiasmo non si allineava la ginecologa ricercatrice zurighese Barbara Wanner Kraft: “E’ preoccupante che le ditte farmaceutiche cerchino di trasformare il ciclo mestruale in una malattia, affermava.

Così facendo si crea insicurezza. Già solo il fatto di mettere in questione il senso del ciclo mestruale è incomprensibile. Le mestruazioni segnalano alla donna che non è incinta. E molte donne percepiscono le mestruazioni come naturali e purificanti”. In nord america esistono molti gruppi che da tempo sorvegliano le ricorrenti campagne farmaceutiche anti mestruo: ad esempio la Red Web Foundation, organizzazione californiana che celebra il ciclo mestruale come “processo spirituale e naturale”, che ha chiesto a Giovanna Chesler, docente di cinema alla University of California di San Diego, di girare un documentario, Period: the end of menstruation?, popolarissimo nei campus e fra i gruppi femministi.

L’assunto è che le donne non sono malate, e sopprimere per 30 o 40 anni un fenomeno così nostro e naturale sia un insulto. Il punto, credo, non è una difesa acritica del concetto di naturalità dei fenomeni legati alle epifanie del corpo femminile, quanto piuttosto alla voce e agli interessi di chi ne parla, studia, sperimenta e commercializza, gli orizzonti e i motivi che stanno dietro ad ogni “liberazione” proposta alle donne senza che le donne prima abbiamo ragionato su di essa, individuando interessi, desideri, soluzioni che vengono dalla consapevolezza e dall’autodeterminazione.

Abbiamo mai sentito di una scienza che si affanna per eliminare l’emissione di sperma dall’eiaculazione, evitando il fastidioso esborso di materia procreativa gelatinosa? Mi risulta che anzi questa naturale manifestazione liquida del piacere maschile sia indicata come elemento prezioso nella determinazione della propria virilità, celebrata nel porno più esplicito come nella poetica allusiva come dato positivo e fondante. Possibile che sempre sul corpo femminile si debba applicare la logica della sottrazione, della assurda quanto ridicola riduzione all’uno e al modello aureo maschile, indicando come scomode le caratteristiche che sono peculiari della irriducibilità della femmina umana?

Monica Lanfranco, lettera ad Arcoiris, 24/04/2007

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