Impressioni e note dal Forum Sociale della “denuncia”, che ha visto al Centro l`Africa e le sue donne, energiche interpreti di una delle contraddizioni più difficili della storia mondiale di oggi e di sempre: quale democrazia è possibile senza l’inclusione e la partecipazione diretta delle donne?

     

Scritto da Debora Angeli

Firenze, febbraio 2007 – Il Forum Sociale Mondiale di Nairobi comincia nel verde e sempre affollato Uhuru Park. Uhuru nella lingua swahili significa libertà. È una parola che suona pesante e sembra portare con sé un ululato lungo e rabbioso. Finché non chiedi quale è il significato e allora il suono rabbioso e pesante assume altri echi e ragioni.

Nairobi, città dalle mille contraddizioni. Te ne accorgi tuo malgrado. Se sei in macchina immediatamente il guidatore chiude le porte. Anche le peggiori reclame turistiche consigliano di non girare da soli per la città, soprattutto quando il buio scende e tutto assume contorni difficili anche nel centro. Nairobi è anche la città dei grandi e infiniti slums dove da un milione a due milioni di persone (le cifre si rincorrono come in un gioco ad indovinello) vivono prive di ogni diritto e nonostante questo pagano l’affitto del misero pezzo di terra che occupano con due lamiere messa una sopra l’altra e pagano l’acqua più degli abitanti del centro della città.

È anche qui che il Forum inizia. Da queste contraddizioni a cielo aperto. Una marcia breve che dagli slums più vicini arriverà all’Uhuru Park. Il resto della prima giornata sono musiche, africane e non solo, danze, interventi e slogans urlati con passione. È un perdersi iniziale. Ci si ritrova sotto un albero o sotto il palco a ballare. Chi è chi e da dove viene ha poca importanza in questa prima giornata. Il Forum è anche questo.

Il domani inizia nel grande stadio di Nairobi. È immediatamente evidente che questo Forum Sociale Mondiale non porta grandi numeri. Le organizzazioni e i movimenti del nord del mondo non sono molto presenti. Pochi i francesi, gli inglesi, gli americani. Ci si chiede perché: una sorta di continuità con un disprezzo e non riconoscenza antica? La delegazione italiana è quella più numerosa. Molti i brasiliani che qui hanno voluto portare un messaggio di continuità. Ma soprattutto c’era l’Africa. È stato senza dubbio il Forum dell’Africa, dei suoi movimenti, delle sue organizzazioni di base, delle sue intellettualità preziose. Chi era lì non ha potuto fare altro che ascoltare, interloquire ma con rispetto e la consapevolezza che spesso non avevamo parole sufficienti.

Il programma è fatto di decine di pagine. I seminari si rincorrono insieme alla gente che gira intorno allo stadio alla ricerca della sala giusta. I beni comuni, come l’acqua o la terra, i servizi, la pace, i diritti sono i temi principali. Immediatamente è chiaro che l’organizzazione è carente. Non si sa a chi chiedere. I programmi finiscono subito. Poco male. Il Forum sta anche nelle strade dello stadio dove continuamente gruppi diversi manifestano anche se in numeri sempre ridotti. Oppure qualcuno si mette a suonare e ballare. Decine di piccoli stands vendono informazioni e artigianato locale. In molti criticano l’organizzazione ma perdersi è anche trovare qualcosa che non avevi previsto. Fino alla ricerca del seminario successivo o dell’evento che porta il grande nome e che non sempre si rivela così entusiasmante. Mentre può anche capitare di incrociare un seminario improvvisato e quasi sempre è inaspettatamente quello che volevi trovare. Sono in molti a dire che gli altri forum mondiali erano più belli, organizzati, coinvolgenti.

Ma al di là delle critiche sull’organizzazione questo rimarrà il Forum della denuncia, delle urgenze, della richiesta di una coerenza pratica e concreta rivolta ai movimenti e alle istituzioni del nord.

Dicembre 2007. Data finale per la firma degli EPA: gli accordi di libero scambio e mercato tra Europa e Africa. I contadini africani non ci stanno. La firma degli Epa significherà l’entrata delle merci europee a basso costo sui mercati africani. E la fine della già martoriata agricoltura africana. Su questo la voce delle donne all’interno dello stesso movimento Roppa è durissima: pur essendo le donne il cuore dell’agricoltura africana e pur essendo le donne ad avere la responsabilità totale della cura della famiglia, a loro non è concesso la proprietà della terra, il credito, l’accesso alle risorse come acqua e energia. Gli accordi EPA segneranno particolarmente la loro vita e il loro no è ancora più forte. Eppure l’agricoltura europea può contare sui molti e cospicui finanziamenti comunitari. Quale posizione assumeranno i sindacati su questa questione? E i movimenti del nord sapranno davvero andare contro gli interessi di una parte importante dell’economia europea? I Sindacati almeno italiani non si sono espressi chiaramente. Si sono portati via un impegno a ragionarne perché la questione non è semplice.

Che dire poi dell’acqua? Bene comune, sì, ma forse diritto basilare, diritto umano. Su questo la convergenza è totale e gli africani già si sono organizzati in reti in ogni paese perché qui in Africa, e gli slums di Nairobi ne sono la più toccabile testimonianza, l’acqua è vita, è diritto ad esistere. E allora insieme a Bruxelles dal 18 al 20 marzo, insieme a Porte Alegre nel 2008 per un Forum Mondiale sull’acqua e nel 2009 a Istambul.

Tutti d’accordo ma qualcuno pone la questione della coerenza del nord del mondo e la pone in primis a quelle istituzioni che anche a Nairobi erano presenti: i tanti comuni, province e regioni italiane per fare un esempio. È possibile stare al Forum, parteciparvi e tornare a casa senza pensare che anche, anzi proprio da qui, dal nostro nord locale, si deve cambiare?

Acqua diritto umano. No alle privatizzazioni nel nord. La Toscana ha non poche contraddizioni in questo senso. E questo richiama anche noi ONG del nord di cooperazione internazionale a porci la questione: essere o non essere soggetti di influenza politica su queste questioni nel nostro nord locale e quale alleanza con i movimenti che già lavorano su questo.

E sulla questione cooperazione internazionale la voce dei movimenti africani è durissima. Troppo spesso la cooperazione internazionale si rivela strumento di applicazione di quelle leggi inique che provocano e mantengono lo squilibrio tra nord e sud del mondo. Per non parlare poi dei soldi stanziati che di fatto restano in gran parte nel nord. Anche le ong di cooperazione non si salvano accusate di essere troppo spesso agenzie tecniche che riproducono modelli di subalternità in nome di una presunta neutralità che non assume il nodo dello squilibrio. Mentre alle ong del nord viene chiesta a gran voce un’alleanza con quei movimenti in Africa e nel sud del mondo presenti al Forum che non si esaurisca nei progetti ma sappia portare la voce di quei movimenti nel nord e difenderne le ragioni.

E sono le donne a porre con forza alcune questioni fondamentali, a camminare sul filo delle contraddizioni più difficili: quale democrazia possibile senza l’inclusione e la partecipazione diretta delle donne? E basta guardare le nostre cifre di casa per capire che questo nodo è trasversale al sud e nord del mondo. Le democrazie liberali oggi mostrano tutti i lori limiti nel difendere i diritti di tutti e tutte e nell’includere le differenze, per prima quella di genere.

Quale alternativa dunque? E può l’Africa fare a meno delle sue culture tradizionali in nome di un modello di democrazia imposto? Assordanti e piene di spunti di riflessione le voci di molte donne africane dal Senegal all’Etiopia che oggi possono dire: parte della nostra cultura tradizionale ha in sé valori di democrazia partecipativa che vogliamo salvaguardare e portare a modello possibile. Mentre quello che di oppressivo c’è e che spesso si manifesta contro le donne vogliamo poterlo gettare via. Ma vogliamo essere noi a sceglierlo. I secoli di colonialismo e il neo-colonialismo attuale ci hanno impedito di poterlo fare e oggi ci troviamo a gestire questo immenso gap, vuoto, distanza tra sistemi formali e legali al limite della democrazia e le culture tradizionali spesso arroccatesi in una difesa strenua di cui le donne pagano il prezzo più alto.

Ma le donne hanno parlato anche di guerra e fondamentalismo, di violenza alle donne, di globalizzazione e diritti, di pace. L’esperienza di Feminist Dialogues, una rete di reti e movimenti femministi del sud e del nord del mondo (ma in particolare del sud del mondo), si è molto imposta all’attenzione del Forum. Qualche giorno prima del Forum avevano organizzato un seminario aperto per condividere contenuti, metodologie. C’è chi ha parlato dell’entrata anche del femminismo organizzato dentro il Forum Mondiale per la prima volta.

I fili delle donne. Come su un grande telaio, il filo delle donne si dipana in mille colori, sfumature e direzioni. Incalza e sfida. Sfida il femminismo organizzato che dall’Algeria all’Iran porta la testimonianza di un attivismo e impegno coraggioso contro il fondamentalismo religioso e contro ogni vecchia e nuova guerra preventiva globale, vedendo e denunciando anzi le interrelazioni tra i due fenomeni a partire dalle conseguenze pratiche sulla vita delle donne che sempre si risolve in una limitazione della libertà e autonomia delle donne.

Incalzano le organizzazioni di base delle donne che non sempre incrociano e si ritrovano negli stessi spazi del femminismo ma le cui pratiche parlano di una resistenza dal basso delle donne per difendere diritti e spazi: come Berhan Kelkay, donna etiope, che alcuni anni fa si ammala di aids contagiata dal marito e che dopo la morte del marito non si rassegna a vivere diseredata dalla comunità (perché ammalarsi di aids vuol dire essere donne dalla dubbia moralità) e comincia ad incontrare altre donne malate di aids e insieme a loro decide che la loro vita merita ancora dignità. Fondano un ‘associazione che diviene nel giro di poco tempo un’associazione nazionale di donne, ottengono medicinali gratis e continuano a battersi contro il pregiudizio che c’è intorno all’aids e che colpisce in particolare le donne. Il suo racconto è calmo e pieno di energia. Come quello delle nostre amiche somale che raccontano di economia, protagonismo sociale, voglia di farsi riconoscere e avere un ruolo decisivo nella Somalia di domani: che deve essere democratica, che deve rispettare il ruolo e i diritti delle donne, dove non ci saranno più mutilazioni genitali che rappresentano come l’apice di una violazione a cui si deve dire semplicemente basta.

Nell’assemblea conclusiva delle donne molte le cose dette e proposte: un nuovo manifesto delle donne, no al controllo del corpo e della sessualità delle donne, difesa della sovranità sociale ed economica, protezione della biodiversità e sovranità alimentare, democrazia dal basso che includa le donne, dare maggiore rilievo al 25 novembre come giornata contro la violenza alle donne, organizzare una conferenza internazionale sui fondamentalismi e un sito web internazionale tematico, utilizzare i media per far passare la voce e le istanze delle donne. L’assemblea sta per finire quando due donne giovani prendono la parola: la prima, italiana, chiede che si dedichi attenzione alla precarietà del lavoro e alla poca attenzione che comunque il movimento dei forum sociali pone verso le donne, chiede che la trasversalità di genere attraversi anche i vertici organizzativi e decisionali del Forum, la seconda, keniota, chiede che la questione delle generazioni di donne e le differenze dei punti di vista tra donne vengano assunte e valorizzate. È l’applauso finale dopo una giornata densa.

Il Forum finisce tra mille sfide nuove e vecchie mentre la marcia della pace Perugina-Assisi trova qui il suo inizio con un cammino di dodici kilometri che dagli slums di Korococho arriva fino all’Uhuru Park. Il Parco della libertà. Un segnale finale per una nuova tessitura di relazioni e strategie di resistenza.

Debora Angeli, Febbraio 2007, Firenze

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